Politica
perchè la ristorazione è l'unica cosa seria in italia •
Ci vediamo al, anzi, "in" Cefalù, come dicono a Milano. Una modesta proposta per Madame Lavitola
La compagna di Lavitola vorrebbe cambiare nome al locale. Grave errore. Dovrebbe aprire una catena. Partendo da Milano

Certo, nell’intervista alla compagna italo-argentina di Lavitola, la signora Natàlia Potenza, vien fuori un fenomenale ritratto di maschio italiano e di patriarcato mediterraneo: la passione per la caccia grossa, le due famiglie parallele, oltre a quella ufficiale con lei, quella con un’estetista brasiliana, e poi le amicizie scapestrate, il mammonismo (la povera italo-argentina dice che se l’è preso in casa come “un terzo bambino oltre ai due che abbiamo”), i luoghi esotici.
Lavitola come un personaggio (uno? Almeno una decina) di Alberto Sordi, ma qui in particolare tipo “Bello onesto emigrato…” (“Ho conosciuto Valter quando lui era latitante a Buenos Aires e mi sono innamorata subito di lui, ho pure venduto due case laggiù per aiutarlo”), e però dall’articolo sul Corriere vien fuori anche una perfetta idea imprenditoriale.
Complice Fulvio Abbate, scrittore amico di famiglia, che le suggerisce: “Ormai Cefalù è diventato un brand, pensaci bene Natàlia”. Perché lei vorrebbe cambiar nome, al ristorante. Comprensibile, certo, perché vuol ricominciare da capo, e il compagno non lo vuole vedere più manco dipinto. Ma il Cefalù deve rimanere, anzi, si deve moltiplicare. Una catena di Cefalù. Uno, dieci, cento, mille Cefalù!
Ma qui urge una premessa: siamo nel mezzo di un grande cambiamento generale nella ristorazione, di un ritorno alla cucina tradizionale, gli chef stellati hanno stufato, con le loro sperimentazioni e sferizzazioni. Trionfano invece Da Vittorio con i suoi paccheri ai tre pomodori e la Langosteria coi pescioni come negli anni Ottanta. E il Cefalù Bistrò è appunto un marchio ormai consolidato, non si è parlato d’altro tutta l’estate. Non c’è neanche bisogno di pubblicità.
Insomma la cosa si spiega da sé: io se fossi la signora Natàlia Potenza, altro che cambiare nome, lo registrerei il marchio, se non l’ha già fatto, e oltre a mandare avanti il locale a via dei Quattro Venti che, come dichiara, è sempre pieno, penserei a una rapida espansione. Subito un avamposto in particolare a Milano, dove sono ghiotti di cucina romana (già ci sono Felice a Testaccio, il Bolognese e altri) e di fatti romani.
Mi permetto anche di suggerire un investitore, quel geniale rilanciatore del piumino Moncler che è Remo Ruffini, azionista dei suddetti Da Vittorio e Langosteria, e mi spingo fino a immaginare un menù: a parte le ovvie vongole à la Mieli (sgusciatissime), si possono introdurre anche altri piatti semplici ma saporiti della nostra dieta mediterranea: gli intercettati ai tre pomodori; i gabanelli di grani antichi; e per andare sull’esotico e per celebrare anche l’Argentina della signora Natàlia, le empanadas alla Sigfrido. Opzione vegetariana, gli innocenzi al kamut. Sempre per stare leggeri, ideali per pranzi di lavoro, i fragranti Tavares, naturalmente proteici e senza glutine.
A Milano è un attimo che diventano di moda, sembra già di sentirlo: “Sai, faccio il digiuno intermittente, poi a mezzogiorno dopo il workout mi sparo un Tavares e poi entro in call”. Per dolce, ovviamente, la Bomba d’amore, per chi può; anche senza lattosio, e poi per concludere i Ranucci con vin santo, omaggio della casa. Caffè e via andare. Altro che cambiare nome! Signora Natàlia! Ci pensi! Ci vediamo al, anzi “in” Cefalù, come dicono a Milano.