La via breve del Veneto sul fine vita

Il Veneto disciplina tempi e procedure del suicidio assistito, ma la Consulta ha già fissato limiti precisi alla legislazione regionale. E mentre la sanità fatica a garantire cure e assistenza ai malati più fragili, resta il nodo di una scelta politica che non risolve le carenze della presa in carico 

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Il Consiglio regionale del Veneto, con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari, ha approvato una legge che “definisce procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito”. Il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, la definisce una legge di civiltà, spingendosi ad affermare che il testo verrebbe incontro ai pazienti ma anche ai medici e ai sanitari che non verrebbero più “lasciati soli” di fronte ai casi più disperati. Ma le cose, ancora una volta, sono molto più complesse di come si vorrebbe farle apparire. A livello giurisprudenziale la sentenza della Corte Costituzionale n. 204 del 29 dicembre 2025 pronunciata sul ricorso promosso dal Governo verso la legge della Regione Toscana n.16 del 2025 individua precisi confini costituzionali e limita gli spazi per la legislazione regionale, in particolare mettendo in dubbio la possibilità delle Regioni di imporre al Servizio Sanitario un coinvolgimento nell’aiuto a morire. Giova ricordare che la Corte Costituzionale, in note sentenze precedenti spesso invocate dalle Regioni, non ha mai affermato che da un’area di non punibilità derivi un diritto di erogazione di prestazione pubblica per il suicidio medicalmente assistito. A livello medico e umano la scelta della Regione Veneto lascia ancora più perplessi. Di fronte a una sanità sempre più in difficoltà nel seguire i malati cronici, non solo quelli brutalmente definiti “terminali”, per carenze strutturali, di organico, di formazione umana, siamo certi che la promozione della morte su richiesta avvenga per “tutelare i malati” e la loro possibilità di scelta? Qualcuno, nei dibattiti nell’aula veneta, avrà mostrato i dati sul risparmio economico che deriva dal promuovere “la buona morte” rispetto ai costi di giorni, settimane, mesi di degenza di chi viene curato fino alla fine? E poi, lasciate dire: qualcuno ha dichiarato che l’aula consiliare ha saputo “assumersi le proprie responsabilità”, termine nel quale si nasconde la radice di “rispondere”. Chi lavora con pazienti, familiari e amici di malati gravi sa molto bene che le risposte attese, ben più profonde e rispettose, sono assolutamente altre: quelle che la politica delle vie brevi farebbe molta più fatica ad offrire, quelle che chiedono tutti i giorni i pazienti e le famiglie che seguiamo a casa o in struttura