Politica
Il racconto •
Ranucci di Cheope: disprezza la corrispondenza all'estero, l'ultimo vanto Rai. Caprarica: "Solo qui serve a rimuovere e compensare"
Parla lo storico volto Rai da Londra: "Andare all'estero per un giornalista è un privilegio che oggi solo la Rai può permettersi, ma qui viene usata per risolvere problemi aziendali". Il mestiere simbolo del giornalista ma in Rai si preferiscono le conduzioni sgusciate, le piccolo trame da bistrot

Preferisce il piccolo miserabile mondo al mestiere più bello del mondo: il corrispondente estero, al Cairo, dove Sigfrido Ranucci potrebbe raccontare il Medio Oriente, la crisi a Hormuz, i conflitti, i regimi, il Piano Mattei… “Solo in Italia – dice Antonio Caprarica, l’eleganza e il rigore della tv pubblica, la voce Rai da Londra, e prima ancora da Mosca e Parigi – si può ritenere la corrispondenza all’estero una compensazione, un modo per risolvere i problemi aziendali”. E invece? “E’ un privilegio che oggi solo la Rai, la tv pubblica, pagata con il canone, si può permettere. E’ un’opportunità magnifica che consente di vivere momenti esaltanti, di entrare a contatto con la grande storia. Solo qui si tratta come un soggiorno per rimuovere, come una baronia, e si ferma un paese, un’azienda, su Ranucci”.
Ruggero Orlando si presentava agli spettatori con: “Qui Nuova York…”, e a Parigi c’era Paolo Frajese, mentre a Mosca Sergio Canciani. Caprarica, dove ha iniziato da corrispondente? “Proprio al Cairo, ma coprivo anche Gerusalemme. Avevo due uffici. Bruno Vespa, scherzando, mi chiamava l’imperatore del Medio Oriente”. La Rai ha proposto a Ranucci il Tg3, Rai news e la sede al Cairo, da corrispondente, il ruolo che qualsiasi giornalista, oggi, desidererebbe, la terrazza sul mondo esploso, il corridoio della crisi. Caprarica, che la Rai si è lasciata scappare, da vecchio dipendente, dice “che in un paese serio neppure ci dovremmo occupare del caso Ranucci e che la Rai, purtroppo, resta quel giocattolo caro alla politica. Preferirei non occuparmi di queste facezie agostane, ma dei fatti del mondo. Posso solo raccontare la mia esperienza. Non appena sono entrato in Rai, andare all’estero era il sogno di tutti i giornalisti. Alla BBC i corrispondenti sono trattati come monumenti. Qui ci guardiamo l’ombelico”. Quando Ranucci ha ricevuto l’offerta Rai di trasferirsi al Cairo, ha risposto che “forse sperano che faccia la fine di Regeni”, anziché, dire, da giornalista, che avrebbe cercato la verità su Regeni, che se mi date “Report Egitto…”. Solo un corrispondente, un tempo, poteva aspirare al ruolo da direttore e la corrispondenza era il passaggio obbligato. La Rai ha oggi 11 sedi di corrispondenza e 22 corrispondenti all’estero. L’ultima sede aperta è stata quella di Buenos Aires assegnata a Stefania Battistini, giornalista del Tg1, sotto scorta, come Ranucci, minacciata dai russi, che hanno emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti. Solo la Rai ha un corrispondente a Nairobi (Valerio Cataldi), ben tre a Bruxelles (Donato Benedicenti, Marilù Lucrezio e Mauro Giliberti), mentre a New York il capo della sede è Marco Valerio Lo Prete, e se ne cerca un secondo con job posting. Anche la Rai, come i giornali, sta tagliando e l’estero è sempre più in quota: in America i giornalisti prima erano tre; a Berlino, dopo il pensionamento di Rino Pellino, è rimasta solo Barbara Gruden. In America, lamentano i giovani giornalisti Rai, potrebbe andarci presto un iscritto al sindacato Unirai, il sindacato di destra che ha sostituito l’Usigrai in egemonia. Dice Caprarica che solo la “corrispondenza all’estero ti offre quei momenti esaltanti che un giornalista sogna”. Antonio Di Bella raccontò le stragi del Bataclan e il successo di Giovanni Floris si deve alle sue cronache in America, durante l’11 settembre. In Rai la corrispondenza si rifiuta perché si preferisce la conduzione con i gusci. Piero Marrazzo è rinato a Gerusalemme e anche Gennaro Sangiuliano, caduto (e tornato oggi a Napoli), è in verità risorto a Parigi: “Ho lasciato perché ero vicinissimo alla pensione”. Anticipa che pubblicherà un nuovo libro sulla Francia, per Mondadori, dal titolo: “La fine della grandeur”, e se fosse stato in Egitto, risponde, “avrei scritto di faraoni e dittature. La corrispondenza esalta e nel mio piccolo ci ho provato, come ci hanno provato Di Bella, Giulio Borrelli, tutti ex direttori. Il mio preferito resta naturalmente Prezzolini. Era il corrispondente dall’America del Resto del Carlino, il quotidiano del cavalier Monti, ma era anche il grande amico di Mario Missiroli. Quando Missiroli venne nominato direttore del Corriere tutti immaginarono che Prezzolini sarebbe passato al Corriere”. Prezzolini rimase al Resto del Carlino perché Missiroli non voleva fare uno sgarbo all’editore Monti. Ve lo racconta Sangiuliano: “Si fece aumentare lo stipendio dal Resto del Carlino e per il Corriere iniziò a scrivere elzeviri di letteratura. Fossi in Ranucci…”. Lavitola avrebbe già raccolto l’invito della Rai e trattato questa soluzione: il Cheope Bistrot al Cairo e una striscia serale, il Fatto di Al Ranucci, con una piramide di vongole.