Come suonano le sinistre viste dall'Obama Center. Yes We Could

Nell'Obama Presidential Center di Chicago, tra nostalgia per l’America di Barack e Michelle e il desiderio di una sinistra che si ritrova a guardare al passato per immaginare una risposta all’era Trump. Sei piani di memoria, politica e resistenza, con il presente che irrompe continuamente da fuori

28 AGO 26
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Barack Obama - foto LaPresse

Chicago. Non è che li capiamo poi molto noi europei questi centri dedicati ai presidenti americani, queste fondazioni e librerie. Non ci appartengono, poco da fare, tanto più in un paese come il nostro dove non puoi intitolare una strada a un vivente, come se solo la morte, solo il passato – meglio se remoto – avesse diritto non tanto al ricordo, ma alla presenza. Questa cosa della legacy, della futura memoria, proprio non ci appartiene. Quindi, in autobus per raggiungere il remoto South Side di Chicago e il neonato Obama Presidential Center non sapevo che aspettarmi, se non forse quel di più di retorico, di declamato, di autocentrato che una istituzione nata per celebrare l'eredità di un presidente ancora giovane per i nostri canoni poteva suggerirmi.
Ma come, sembrava ieri. E ora è già monumento equestre? Certo, c'è il fatto personale, quella cosa di averlo incrociato Obama, come se su quell'altare ci fosse un infinitesimale grano anche di ognuno di noi, la mezza età e la penultima idea di una America sparita, manco fosse una tavola di Norman Rockwell o il sorriso largo di Dolly Parton, che strazio. E però, per come è stato pensato e realizzato, affacciato sul lago, con un giardino un po' corte, un po' parco pubblico, una piazza ampia alla quale si perdona la statua della coppia per la foto di rito e i turisti in fila, la biblioteca, la sala congressi, sembra un po' un marziano atterrato in una periferia difficile questo Center, un Campo dei Miracoli. Dove niente è affidato al caso, tutto immaginato come un tributo alla già first coppia, gli Obama, non solo Barack, ma a una idea di America sulla quale Trump è passato col lanciafiamme.
Nella storia personale di Michelle e consorte, suggerisce l'Obama center, c'è un cammino di liberazione ed emancipazione non solo personale, ma nazionale, mondiale: il dopoguerra, le marce per i diritti, i Kennedy, Mlk, la Great Society, lo spazio, il Watergate e la reazione reaganiana, Internet. Una copia di Primavera silenziosa e le foto di Angela Davis, un manifestino di John Lewis e i guantoni di Mohammed Ali si agganciano alla vita di Barack e Michelle, il community organizing, gli studi di legge, l'impegno civile e politico di quello che sarà il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti. Un gigante noi, lo Yes We Can tra slogan elettorale e destino di un cammino collettivo. Che non può non finire in uno Studio ovale, perfettamente riprodotto così come era ai bei tempi, i ritratti di Lincoln e Washington, le mele sul tavolino, lo still life di come era prima che arrivassero i barbari, un Make America Decent Again con i visitatori in fila a sospirare, a sentirsi soltanto lì di nuovo parte, di nuovo a casa.
L'effetto nostalgia è imparabile, come è stato possibile: le serate con Bob Dylan e Bruce Springsteen, il mondo accolto alla Casa Bianca senza ponte levatoio, perfino lo scintillante vestito Versace di Michelle per la cena di stato con Matteo Renzi, tutti citati, ricordati, nominati, in una partitura cerimoniale perfetta, senza dimenticanze o sbavature, Merkel, il Papa, Trudeau, una vita fa. L'impressione è quella, non tanto della Camelot kennediana, un po' cari inferiori, ma di un punto di concentrazione densissimo di tutto ciò che non è Trump, un covo della resistenza, la Casa Bianca, quella vera, a Chicago, Washington sede vacante.
Così che chiunque si inerpichi per i sei piani del monolite obamiano fino su a riveder le stelle nel rooftop, secondo il modo ascensionale del museo africano americano sul Mall, possa sentirsi rinfrancato per qualche ora, piangendo come era o motivandosi per come siamo ridotti. Non so se ne esci come Ulisse dopo Calipso, uno stato di effimero benessere con lacrimuccia incorporata o pronto a combattere per riprenderci Itaca e liberarla dai Proci.
Anche la cassiera che ti fa entrare di straforo perché è tutto sold out – però ssshhh mi raccomando – pare all'italiano così casa, altro che Ice. Un'area detrumpizzata, etsi Donald non daretur. Che conforto, che illusione, passerà. Fuori svettano le Trump Tower, Barad-dûr a Chicago come nella New York di Mamdani. Ma qui all'Obama Center te ne vai via con le appassite felpe Hope e i pins che implorano di Bring change home, portare il cambiamento a casa (l'ascensore ti porta, comunque, allo shop, l'uscita la devi cercare come a nascondino). Vaste programme, certo c'è il midterm, ma di agosto, che vuoi, basta un pomeriggio. Yes We Could.
Filippo Sensi è senatore del Partito democratico