Politica
Bomba e complotti •
Su Ranucci c'è anche la pista "inversa": attentato per delegittimare
Il prof. Travaglio ci spiega l’ultimo giro del romanzo estivo: una teoria abbastanza astratta, che finisce per mordersi la coda. E soprattutto, un piano che avrebbe ottenuto il risultato opposto rispetto a quello sperato
27 AGO 26

Foto ANSA
Il grande romanzo dell’estate, che è la “bomba d’amore” fatta mettere da Valter Lavitola sotto l’auto dell’amico Sigfrido Ranucci, non è ancora scritto del tutto. Al momento la storia è talmente incredibile che ognuno cerca di aggiungere un pezzo o una spiegazione sui lati ancora oscuri, che spesso sono più surreali degli aspetti noti. L’ultima teoria è quella secondo cui il vero progetto di Lavitola era la cacciata di Ranucci da Report. Il complotto, quindi, non è stato scoperto né sventato ma è in corso di realizzazione. Lavitola sarebbe quindi un asset della destra e avrebbe abbordato anni fa Ranucci, fingendosi suo amico, per poi mettergli una bomba non per intimidirlo ma per delegittimarlo. Il movente non era quindi farlo diventare presidente del Consiglio ma dare un pretesto alla destra di governo (il mandante del mandante?) per epurare un giornalista scomodo.
Questa teoria un po’ squinternata, e senza un appiglio concreto, è stata per la prima volta sibillinamente suggerita dallo stesso Ranucci subito dopo l’arresto dell’amico: “L’obiettivo di Lavitola era di togliermi da Report. Lo dice lui. Ed è quello che ora sta succedendo”, ha detto un paio di settimane fa a Repubblica. Ora che l’uscita di Ranucci da Report si fa sempre più concreta, quella teoria del complotto viene rilanciata da Marco Travaglio dicendo che l’imminente decisione della Rai coronerà il “sogno” di Lavitola che “su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai”. Il direttore del Fatto quotidiano cita poi vari messaggi in cui Lavitola, mentre Ranucci si lamentava delle continue pressioni, minacce e manovre per allontanarlo da Report, suggerisce all’amico di andarsene. Di cogliere la palla al balzo, prendere una buonuscita per poi lanciarsi in politica con l’obiettivo di diventare “Presiente”.
Nelle carte è chiaro che l’uscita da Report, per Lavitola, non è un fine né una punizione, ma una tappa verso un ruolo più importante. E l’attentato doveva essere un catalizzatore per accelerare questo processo. Come scrive la Gip nell’ordinanza di arresto, “il lucido pensiero del Lavitola” vede nelle aggressioni a Ranucci “un formidabile strumento” di accrescimento della sua popolarità, che “un attentato come quello effettivamente subito può aumentare in modo esponenziale”. Ed è esattamente ciò che accade. La bomba non allontana Ranucci dalla Rai, ma consolida il suo ruolo a Report. Tant’è vero che dopo l’attentato cessano i suoi “sfoghi” sulle difficoltà lavorative. Come scrive la giudice, Lavitola aveva un duplice obiettivo: “porre rimedio agli attacchi e alle contestazioni subiti dall’amico che temeva di perdere la conduzione del programma Report, operazione difficilmente realizzabile dai suoi detrattori una volta trasformato il giornalista in un bersaglio della criminalità organizzata”; e “aumentare esponenzialmente la popolarità della persona offesa in modo da agevolare la sua imminente ‘discesa in campo’”.
Il piano, riconoscono i magistrati, ha funzionato alla perfezione. Almeno finché Lavitola non è stato scoperto. Ciò implica che la teoria Travaglio-Ranucci ha un senso solo se nel suo piano Lavitola avesse previsto dall’inizio di farsi arrestare. E di perdere l’amicizia con Ranucci, che per lui era l’asset politico più importante. Come teoria del complotto è meglio puntare su quell’altra ipotizzata da Ranucci, che sull’attentato ha indicato una “regia” di un “piano globale” che include Musk, Bezos, Bannon, Thiel, Trump, Netanyahu, Licio Gelli e Palazzo Chigi. Oltre che più avvincente è anche più credibile.