Politica
Polizia ovvero Spia •
Una spia cinese espulsa dall’Italia. Sorvegliava un dissidente
Una donna di Zhejiang è rimpatriata in Cina, non potrà tornare in Italia per quindici anni: secondo le indagini della Digos sorvegliava un dissidente cinese

Foto Lapresse
E’ una quarantenne di Zhejiang – provincia costiera tra le più ricche in Cina – la donna che sabato scorso è stata sottoposta ai controlli della polizia di frontiera e poi bandita dal territorio nazionale. Una donna, l’ennesima cittadina cinese, il cui nome è oggi inserito in due diversi archivi: il Sistema di informazione Schengen (SiS) e l’italiano Sistema di indagine (Sdi).
Arrivata nell’aeroporto di Milano Malpensa, con la figlioletta di otto anni, la signora di Zhejiang è stata quindi fermata. E, poco dopo i controlli, scortata sottobordo per imbarcarsi su un volo diretto a Shenzhen. Da lì, ha poi ripreso il viaggio aereo per Hangzhou. E, da quanto risulta al Foglio, non potrà più tornare in Italia per i prossimi quindici anni. Ma, com’è noto, rimpatri ed espulsioni di uomini cinesi hanno tutt’altra intelaiatura da quelli delle ultime cronache. Questo giornale, da molti anni, racconta delle “Stazioni di polizia cinesi all’estero”. Vale a dire delle reti che tengono vivi rapporti, e scambi d’informazione, tra alcuni cittadini cinesi in Italia e gli apparati della Repubblica popolare. Maglie entro cui ha sinora vissuto, e operato, anche la donna di Zhejiang. Gravata da un provvedimento di espulsione, per motivi di sicurezza dello stato, e dalla revoca del permesso di soggiorno in Ue per lungo periodo.
Le attività investigative della Digos di Torino, del resto, avevano già fatto emergere negli ultimi mesi la rete di intrusioni malevole perlopiù ai danni di altri dissidenti cinesi in Italia. Un fitto tessuto, virtuale e non, che portò, lo scorso marzo, all’espulsione di otto uomini e donne coinvolti in azioni di repressione transnazionale e spionaggio della diaspora sinica. L’indagine, che ne documenta il sottobosco da noi, ha oggi condotto alla quarantenne che per conto di terzi, e sotto un corrispettivo economico, sorvegliava un connazionale titolare dello status di rifugiato.
Ma come sopravvivono, e perché proliferano, le spie dei comunisti di Pechino in Italia? La trama, si diceva, è complessa quanto grottesca. Le indagini svelano infatti come questi residenti siano talvolta frammisti alla criminalità comune. Molte altre volte, invece, sono i parassiti di ignare agenzie di investigazione o di associazioni culturali: il volto oscuro delle buone intenzioni. A ogni modo, i cosiddetti poliziotti operano per informare gli apparati di sicurezza in Cina e segnalare danni all’immagine della Repubblica. Capita, poi, che le violenze psicologiche, a mezzo tecnologico, si sommino a quelle fisiche affinché il dissidente sia indotto al rimpatrio e a un processo che ne reprima la libertà di espressione. Ma per una (fausta) eterogenesi dei fini, il rimpatrio, questa volta, è stato di una “poliziotta” e di sua figlia. Di due cittadine cinesi che, per effetto di una revoca dell’ufficio immigrazione, dalle 11 e 40 di sabato 22 agosto non sono né saranno più in Italia.
Il Viminale, sulla Cina, intende perseguire la “linea dura” all’incirca da quando, ormai quattro anni fa, un report di Safeguard Defenders scoperchiò l’orcio di Pechino. Ben undici Stazioni di polizia, allora, furono individuate in Italia. La Repubblica definì quelle di Milano e di Roma i “progetti pilota” per l’Europa. Il rapporto ebbe una risonanza mondiale. Questo giornale pubblicò per primo la notizia della Stazione d’Oltremare a Prato. Eppure il moderno stato-partito non ha voluto sfoltire i suoi tentacoli. L’obiettivo italiano, oggi, resta perciò quello di impedire il radicamento stabile. E dunque di stanare, una a una, le spie sotto il falso nome di “poliziotti”.