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lo scontro •
Sforzini contro Gasperini, la culture war tra gli intellettuali di Vannacci
Magagne interno nel partito di Vannacci sul programma di Gasperini: mentre infuria la polemica culturale con Sforzini, il movimento si divide tra nostalgie reazionarie, guerre di costume e chi vorrebbe parlare di futuro. Con il rischio di rompersi prima ancora di andare al voto

Roberto Vannacci - foto LaPresse
Nemmeno il tempo di celebrare il funerale, più artificiale che reale, del woke che ecco emergere nuovi dettagli del programma di Futuro Nazionale, con tanto di inevitabili e volute polemiche. Stavolta l'aroma che spira dalle pagine del documento fresco di pubblicazione è quello frizzantino e innovativo del Congresso di Vienna del 1814; ci sono risparmiate le parrucche ma per il resto c'è tutto, a partire da una trionfante esaltazione della vita che si traduce nel contrasto a dogmi "omosessualisti" e "genderisti".
I reazionari, uomini di mondo anche se non hanno fatto il militare a Cuneo, certi termini se li sarebbero risparmiati. Ve lo vedete un Thomas Carlyle, un Juan Donoso Cortés, un Joseph De Maistre, un Nicolás Gómez Dávila, tutti maestri di stile e di ricerca linguistica, utilizzare un linguaggio simile? Questa suona davvero come paccottiglia da Woke Right. E poi, come si realizza materialmente il contrasto proposto nel programma e che riguarda simili contenuti da espungere dai palinsesti televisivi? C'è un test, un formulario, una Commissione anti-gender? Viene da pensare al balletto di Kevin Kline nel film "In & Out", con la voce registrata che gli intima di non ballare perché i veri uomini non ballano e poi lui invece cede e si scatena a ritmo di Gloria Gaynor.
Se queste proposte sono state pensate e pubblicate per attrarre pubblicità a costo zero, e in effetti sta avvenendo, la strategia ricorda quella del primo Trump, quando su consiglio di Steve Bannon si decise di picchiare duro sul sensazionalismo per finire ogni giorno su giornali, tv e nei feed di notizie sul web. Il problema però è che il sensazionalismo poi, quando si parla di programmi, presenta un conto. E questo conto è la costruzione dell'identità di un soggetto politico-partitico. Stupisce quindi fino a un certo punto apprendere come la versione radicalmente pro-vita, anti-aborto, anti-gender e via dicendo abbia fatto storcere il naso a una vasta parte del movimento vannacciano, animando le chat e facendo esplodere dibattito e insulti tra militanti e dirigenti.
Luca Sforzini, il presidente del Centro studi Rinascimento nazionale, considerato il think tank di riferimento di Vannacci, dirama un comunicato che già dal titolo fa capire quale sia il clima nel neonato partito: "Attenti alle cornacchie nere. A volte il problema di un progetto politico non sono i suoi avversari, ma i cattivi consiglieri". Chi vuol intendere, cioè l'estensore del programma anti-genderista, intenda. Per Sforzini, non si fa un buon servizio nel guardare rigorosamente e solo indietro. "Davanti alle sfide del XXI secolo – IA, rivoluzione tecnologica, crisi demografica, energia, produttività e sicurezza dell'Occidente – sarebbe un errore ridurre una proposta nazionale a divieti, prescrizioni morali e guerre di costume" prosegue il comunicato.
Poco più oltre, polemicamente, si indica il 1864, la data del Sillabo con cui Papa IX ha condannato il liberalismo e da cui sarebbe disceso tempo dopo il divieto per i cattolici di partecipare alla politica, quale data di riferimento dell'estensore della parte di programma che tanto ha furoreggiato e contro cui ora Sforzini dirama il comunicato. Non contro la persona, che sembra di poter dire sia Lorenzo Gasperini, filosofo vannacciano e coordinatore del programma, quanto contro un'idea di politica che appare simile agli indovini di Dante che all'Inferno avanzano col capo voltato, costretti a guardare solo indietro. Mentre quindi in pubblico infuria la polemica mediatica sull'oscurantismo di quelle previsioni e di quei concetti, lo stesso partito sembra fortemente diviso. Non ci sono solo queste schermaglie concettuali, infatti, ma si registrano chat incandescenti nelle quali ci si chiede chi abbia dato l'investitura e la legittimazione per produrre un programma in assenza di previa condivisione.
Dicono che Vannacci ami la competizione e anche un certo grado di litigiosità, una sorta di tattica di selezione interna dei più capaci, forti e arditi. Sarà, ma una tattica del genere funziona se sei Google, non un partito appena nato e privo di struttura e di identità. Il rischio è di spaccarsi ancor prima delle prima elezione.