L’avanzata del
wokismo, negli anni passati, è stata una disgrazia assoluta e siamo felici che anche a sinistra ci sia qualcuno disposto a riconoscerlo con qualche anno di ritardo e qualche scalpo di troppo sulla coscienza. Ma
il dibattito sulle vergogne del wokismo, che sta assumendo toni a metà tra la commedia degli equivoci e il teatro delle ipocrisie, si sta trasformando in una seconda disgrazia, non meno pericolosa della prima, attraverso la quale gli squadristi del politicamente corretto stanno offrendo uno spettacolo osceno: parlare degli errori del wokismo senza avere il coraggio di spiegare cosa è stato davvero il wokismo e senza avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il wokismo, al contrario di quello che si è letto in questi giorni, non è stato solo una deriva di una guerra culturale giusta.
Il wokismo è stato un metodo intimidatorio con cui i campioni del politicamente corretto hanno armato la polizia del pensiero per celebrare in piazza processi sommari promossi con violenza dal tribunale del popolo.
Il salto illiberale avviene quando dal dire “esiste il razzismo” si passa al dire “chi contesta la mia interpretazione del razzismo è razzista”: il dissenso non è più un errore da confutare ma una colpa da punire. Promuovere un “risveglio” (woke) contro la cultura del wokismo non significa prenderla alla larga, con timidezza, solfeggiando, facendo i sofisti, ragionando solo sugli eccessi del moralismo applicato persino all’arte (Giuseppe Conte), sul “defund the police” e sulla retorica di quegli anni (Ocasio-Cortez), sulle buone intenzioni trasformatesi in eccessi (Ezio Mauro). Il wokismo non si è limitato a cancellare le scene di qualche film, a sconsigliare la ripubblicazione di qualche libro, a imporre qualche attore al cinema, a rimuovere qualche statua. Il wokismo ha usato una battaglia importante, quella sui diritti, per dividere il mondo tra buoni e cattivi e trasformare ogni idea diversa da quella imposta dalla cultura woke in un’idea da processare, trasformando di conseguenza qualsiasi individuo desideroso di offrire un punto di vista diverso da quello dominante in un soggetto da cancellare, attraverso un sistema disinvolto e accettato di sanzioni sociali (università che isolano, aziende che licenziano, giornali che espellono, social network che organizzano la gogna).
Il problema del wokismo non sono state le statue rimosse ma è stato il gioco delle belle statuine fatto dagli animatori della cultura progressista di fronte a scene ricorrenti. Sei un sostenitore della famiglia tradizionale? Nessun dubbio: meriti il processo per omofobia. Sei un critico dell’islamismo radicale? Nessun dubbio: meriti il processo per islamofobia. Cerchi soluzioni contro l’immigrazione illegale? Nessun dubbio: meriti un processo per xenofobia. Il wokismo, in questi anni, non ha generato solo cortocircuiti, promosso ipocrisie, favorito cancellazioni, suggerito licenziamenti. Il wokismo, se davvero ne dobbiamo parlare, ha promosso una forma di pensiero illiberale così acuta, un fascismo di sinistra, o se volete uno stalinismo contemporaneo, con tanto di purghe, da aver trasformato in eroi della libertà, dove per libertà si intende la liberazione dalla cultura wokista, soggetti politici come Donald Trump e i suoi follower che di liberale hanno ben poco e che tra l’altro da tempo stanno facendo di tutto per contrapporre a un wokismo di sinistra non una cultura dell’apertura ma semplicemente un wokismo di destra, fatto di complottismo, cospirativismo, senso permanente dell’assedio, intolleranza verso chi dissente dalla tribù.
La sinistra radicale, come ha notato giorni fa il Financial Times in un articolo dedicato al wokismo di destra, solitamente individua gli oppressori tra i bianchi, gli uomini, i capitalisti e i colonialisti, la destra “woke” li individua in un’élite liberale, in una classe politica, in un sindaco musulmano di Londra, in avvocati, giornalisti e funzionari che intenzionalmente svantaggiano i cristiani bianchi, vedendo complotti nel multiculturalismo, nell’immigrazione, nell’ambientalismo. Il wokismo, in altre parole, non è una deriva. E’ un metodo con cui si tende a demonizzare il prossimo attraverso un efficace sistema di sanzioni sociali che trasforma il dissenso in una colpa.
Il wokismo ha prodotto danni collaterali come epurazioni, cancellazioni, quote, DEI, ma quello che i finti pentiti del wokismo non potranno mai avere il coraggio di mettere al centro di un’autocritica è quell’approccio denunciato anni fa da un grande intellettuale di sinistra come Mark Lilla: un liberalismo farlocco che scivola in una sorta di panico morale attorno all’identità razziale, di genere e sessuale, utilizzando la difesa dei diritti per autoassegnarsi moralisticamente una funzione catartica, senza capire poi che se tutto è discriminazione, se tutto è fascismo, nulla diventa più discriminazione e nulla diventa più fascismo, come ci ha insegnato anni fa Esopo nella famosa favola di “Al lupo! Al lupo!”. Il wokismo ha generato mostri che i suoi inventori non possono denunciare fino in fondo perché per farlo davvero dovrebbero guardarsi allo specchio e riconoscere che c’è qualcosa di molto più preoccupante di una statua rimossa o un film modificato nel wokismo.
Il wokismo oggi è diventato un’arma utilizzata dai nemici dell’occidente per indebolire l’occidente,
come un cavallo di Troia culturale, e prima di occuparsi di statue, di Biancaneve rivisitata, di arte ritoccata, il vero wokista desideroso di mostrare segnali di risveglio per criticare il wokismo dovrebbe chiedersi come un movimento nato per difendere la libertà sia diventato spesso uno strumento utile ai nemici delle libertà per difendere i propri interessi (e ogni riferimento al wokismo pro Pal a braccetto con l’Iran non è totalmente casuale).
Il dramma del wokismo non è una deriva ma è il metodo degli ayatollah spacciato per difesa della libertà. Gli autocritici del wokismo cercano di ripulirsi la coscienza con frasi generiche sulle “derive” del wokismo ma non si accorgono che se c’è qualcosa di più ridicolo del wokista in servizio permanente effettivo è chi promuove autocritiche farlocche mosso dal timore di guardarsi allo specchio e dover riconoscere che l’estremismo più temibile non è quello che si combatteva ma era quello che si promuoveva. Buon pisolino a tutti.