Meloni non dissimula le sue ascendenze. L’antifascismo è nei fatti

Il giudizio su Almirante divide, è normale, ma il passato equivoco conduce alla normalizzazione presente, a fronte di destre rossobrune impalatabili. L’esame disincantato ma non indisponente di Roger Cohen sul Nyt

23 AGO 26
Immagine di Meloni non dissimula le sue ascendenze. L’antifascismo è nei fatti

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi il 20 Luglio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)

Meloni secondo il New York Times e Roger Cohen ha una cosa che non può dispiacere. Non è una fanatica. Non è specialmente bugiarda, al di là della ordinaria propaganda politica che è tratto comune a tutti con le sue forzature e sottovalutazioni. Valorizza la sua ascendenza politico-culturale, nella quale peraltro non è biograficamente immersa fino al collo, tutt’altro, valorizza l’essere parte di quella destra italiana che fu per lungo tempo fuori dell’arco costituzionale ma evidentemente aveva qualcosa da dire al di là della propria storia e protostoria. Il giudizio su Giorgio Almirante divide, normale che sia così, per via della sua aperta compromissione con il peggio della Repubblichina di Mussolini, il suo ennesimo disastro etico-politico, foriero di guerra civile, dopo l’assassinio di Matteotti, le leggi fascistissime, le leggi razziali e l’entrata proditoria in guerra a fianco di Hitler. 
Bisogna anche riconoscere, alla luce della storia di Renzo De Felice e di altre acquisizioni decisive, che non tutti i critici e nemici ideologici del fascismo, eterno o no non ha importanza, avevano le carte in regola per il ruolo che si erano assunti. E l’esperienza di questo giornale, antifascista ma senza occhi foderati di prosciutto, capace di accettare, sollecitare e integrare firme e idee della destra “fognaria” da sempre esclusa dal salotto buono dell’informazione, e forte della sua esclusione programmatica di destra “guareschiana”, genuinamente ma non ossessivamente anticomunista, indica che il processo di legittimazione di quella frazione della storia originaria della nazione e della Repubblica aveva, per lo meno, un senso e una direzione di marcia non compromissoria verso il peggio del passato fascista, per certi aspetti l’aspetto di una svolta culturale liberatoria.
Cohen ha fatto benissimo a sottoporre Meloni a un esame scettico, disincantato, ma non indisponente. Ha colto il punto politico. Le destre impalatabili, brune e rossobrune, che non sostengono l’europeismo pro Ucraina, anzi militano per l’autocrate di Mosca, che se ne fottono dell’unità dell’occidente, della stabilità e dei conti pubblici, per non parlare del garantismo giuridico, e ne hanno di strada da fare per conformarsi a una cultura di governo e a una politica di stabilità mainstream, indicano l’esempio rassicurante del governo Meloni a elettorati tutt’altro che certi della loro fedeltà repubblicana. Marine Le Pen promette la costituzionalizzazione via referendum delle sue idee estremiste sull’immigrazione, e cerca nell’esperienza italiana uno scudo etico per far passare l’esatto opposto del suo significato. Meloni si presenta nei fatti come la svolta conservatrice che non piega le ginocchia di fronte all’arcigna e ostinata ribellione contro il welfare e le acquisizioni migliori della società aperta, senza rinunciare ai suoi caratteri migliori. E il primo vero, sebbene grottesco, esempio di destra risorgente in un ambito antisistema, è un cuneo per infilzarla, per colpirla, per imbruttirla politicamente, per condizionarla con parole d’ordine e tratti di vera impresentabilità etica e sociale, roba da far rimpiangere il woke messo da parte, scansato con alterigia e autoindulgenza, dalla sinistra ideologica dei pochi diritti e delle molte pene. Una professione di antifascismo in forma di abiura obbligata, invece che nelle modalità normali assunte dalle numerose dichiarazioni pubbliche e dai comportamenti di fatto del governo Meloni, ciò che una certa sinistra assembleare le richiede con inutile e goffa insistenza da anni, sarebbe la prova di un processo inveritiero, debole, dissimulatorio. Cohen nota che Meloni non ha visione, può essere che abbia ragione, può essere che sia un vantaggio weberiano (“chi vuole visioni vada al cinema”, diceva il professore) alla luce del quale la ragazza della Garbatella non è costretta a mascherarsi e rifiuta sistematicamente di farlo.