I flop dei pm, il fango su Minetti. La maledizione del No

Cinque mesi dopo il Referendum sulla giustizia, gli effetti indesiderati della trionfale cavalcata del No hanno colpito più i vincitori che i vinti: dall’opposizione nel caos ai flop del partito dei moralisti

18 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:33
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Foto Lapresse

Chiamatela se volete la maledizione del No. Niente superstizione, per carità, solo fatti, solo storie, solo episodi, solo piccole rivincite, per quanto effimere. Sabato prossimo saranno cinque mesi esatti dalla trionfale cavalcata del No al referendum costituzionale. Era il ventitré marzo, l’Italia desiderosa di inviare un pizzino al melonismo, al trumpismo, al governo delle destre, ai revisori della Costituzione, all’assalto ai magistrati, come si è detto, trova la sua valvola di sfogo. I sostenitori del No, con euforia, vincono con il 53 per cento. I sostenitori del Sì, con disperazione, compresa la nostra, perdono con il 47 per cento. All’opposizione si esulta e si vede già la strada spianata verso Palazzo Chigi. Nelle procure si brinda e si intravedono già nuove occasioni per rafforzare i già robusti poteri pieni dei pubblici ministeri. Tra i giustizialisti si festeggia e si vedono già nuove occasioni per evitare che la cultura del sospetto debba cedere il passo alla cultura delle garanzie.
La vittoria del No al referendum ha cambiato molte cose al governo, naturalmente. Ha spinto Meloni & Co. a rivedere parte del proprio assetto, comprese le defenestrazioni di Delmastro e Santanchè. Ha costretto il governo a rivedere alcuni equilibri, compresi i rapporti con Donald Trump. Ha spinto la maggioranza a dubitare delle proprie potenzialità, e delle proprie possibilità di vincere le prossime elezioni, ragione per cui il centrodestra si è sentito in dovere di cambiare la legge elettorale, o almeno di provarci. Ma, a sorpresa, coloro che sembrano aver pagato un prezzo più duro per le conseguenze della vittoria del No sono, per uno strano scherzo del destino, proprio coloro che hanno animato maggiormente il variopinto fronte del No alla riforma della giustizia. Punto numero uno: l’opposizione. L’opposizione, ci avrete fatto caso, un minuto dopo essersi unita per portare acqua al mulino del No, si è improvvisamente disunita, ha iniziato a tormentarsi, a dividersi su temi importanti, a litigare, a mandarsi a quel paese e a mostrare timore rispetto al futuro: e se non bastasse il No a vincere? Panico. Nomi che fioccano dal cilindro, primarie sì o primarie no, tentativi vani di trovare nuovi volti, scouting nelle coalizioni, timore di non farcela, ovunque tranne che nella segreteria del Pd.
Punto numero due: Nicola Gratteri. Colui che più di ogni altro ha combattuto per dimostrare che non è vero che i pubblici ministeri hanno troppo potere, che non è vero che non esistono contrappesi al potere delle procure, che non è vero che chi ha fatto campagna per il No tra i magistrati voleva solo minore responsabilità nel pagare pegno in caso di errori deve fare ancora una volta i conti con la realtà. In questi mesi, dopo il referendum, due maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri quando guidava la Dda di Catanzaro sono arrivate al dunque. La prima, “Maestrale-Olimpo-Imperium”, scattata nel Vibonese nel 2023, descriveva non solo le cosche ma una vasta “zona grigia” di imprenditori, professionisti, funzionari e dirigenti pubblici ritenuti collegati alla ‘ndrangheta. Il 1° luglio 2026 il primo grado si è chiuso con più della metà degli imputati assolti. Ci sono state 79 condanne, sì, ma anche 99 assoluzioni e 3 proscioglimenti per prescrizione. La seconda inchiesta firmata da Gratteri arrivata al dunque in questi mesi è “Black Wood”, operazione del 2022 sulla centrale a biomasse di Cutro. L’accusa ipotizzava infiltrazioni mafiose nella filiera del legname e l’impiego illecito di rifiuti. Furono disposte 31 misure cautelari: alcuni imprenditori passarono mesi tra carcere e domiciliari. Il 23 luglio 2026 arriva la sentenza di primo grado. Le condanne sono solo otto. Le assoluzioni sono 53. I pieni poteri dei pm sono ancora lì, le responsabilità prima o poi arriveranno.
Il terzo fronte, forse il più interessante, è quello delle inchieste, costruite facendo leva sul moralismo, che presentano il conto al partito delle manette facili e all’internazionale della gogna. Il caso Ranucci, con il moralizzatore moralizzato dalle sue amicizie esplosive e imbarazzanti a causa delle quali si è ritrovato in queste settimane a dover condannare la stessa cultura del sospetto che per anni ha alimentato con i metodi del suo “Report”, è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande. In questo mosaico si trovano altre storie. C’è la storia delle indagini sull’urbanistica a Milano, su cui la stampa moralista aveva inzuppato a lungo il biscotto, e che invece devono fare i conti con la realtà. Il 16 giugno, nel primo processo arrivato a sentenza, quello su Torre Milano, otto imputati su otto sono stati assolti dalle accuse di abuso edilizio e lottizzazione abusiva e il 1° luglio anche la Corte dei conti arriva ad assolvere i tre funzionari comunali accusati di danno erariale per le Park Towers: nessuna colpa grave. Il 4 giugno, altro dramma per il partito delle manette disinvolte: un giudice, naturalmente criticato dal fronte della gogna facile, ha archiviato l’ennesimo filone su Dell’Utri e Berlusconi relativo ai presunti mandanti occulti delle stragi del 1993, ritenendo mancanti elementi concreti sui rapporti diretti con Cosa Nostra per quella specifica ipotesi.
A tutto questo naturalmente va aggiunto il dramma assoluto vissuto dal partito della gogna facile sul caso della grazia a Nicole Minetti, grazia con la quale il circo mediatico giudiziario ha tentato di buttare fango persino sul Quirinale ricevendone in cambio sputtanamento a dosi massicce: la procedura di grazia è risultata corretta, la grazia non è stata revocata, la famosa pentita del giro Cipriani su cui si fondavano le tesi di coloro che sostenevano che la grazia fosse illegittima ha rivisto tutte le sue posizioni, l’adozione è stata regolare, la malattia grave del bambino confermata, e il caso con cui il partito della gogna voleva provare a sporcare la reputazione del capo dello stato, la credibilità del tribunale dei minori di Venezia, gli uffici del ministro della Giustizia, si è trasformato in una controindagine sui propalatori del fango, con tanto di difficile causa civile da affrontare a New York, dove al giornale che ha battuto il tamburo contro Cipriani, Minetti e il Quirinale toccherà fare i conti con la giustizia americana, che chissà come valuterà le connessioni senza prove fatte dal Fatto Quotidiano tra la famiglia Cipriani e la famiglia Epstein. Il caso Ranucci, in fondo, con i moralizzatori moralizzati che in alcuni casi si scoprono persino garantisti dopo aver fatto di tutto per trasformare il garantismo in un sinonimo di innocentismo, è solo l’ultimo tassello di un mosaico interessante. Che non permetterà in nessun modo, a noi sconsolate vedove della riforma della giustizia, di essere ricompensati per la delusione per la vittoria del No, cinque mesi fa, ma che certamente è lì di fronte a noi a offrirci uno spettacolo interessante. Una vendetta divina da sballo che non avrà il potere di consolarci per quello che è successo a marzo ma che è lì a ricordarci tre verità importanti. All’opposizione ricorda che non basta un algoritmo, lo stare tutti insieme contro qualcuno, per essere un’alternativa. Alla magistratura ricorda che non basta una vittoria del No al referendum per non ragionare sui limiti dell’irresponsabilità di un pubblico ministero. Al partito della gogna ricorda che avere una giustizia giusta, con meno cultura del sospetto, con meno indagini trasformate in sentenze, con meno schizzi di fango fatti volteggiare nell’aria, non è un tema legato a chi vuole prendere le parti degli accusati: è un tema che riguarda un bene comune, come si direbbe, che la vittoria del No al referendum costituzionale ha reso più necessario che mai. Si chiama giusto processo, si chiama stato di diritto, si chiama cultura delle garanzie. La maledizione del No, più o meno come la maledizione di Troia e di Zeus con la quale Ulisse ha dovuto riflettere sui metodi della sua vittoria, è lì a ricordarci un fatto semplice e necessario: la differenza che c’è tra una democrazia basata fondamentalmente sulle emozioni e una basata semplicemente sulla realtà.