Politica
il commento •
L’insostenibile tesi di Ranucci “due volte vittima”
Il conduttore i Report “vittima dell’attentato”? Solo a patto di non credere all’indagine. Lo sfrenato doppiopesismo che la sinistra italiana mette in scena quando sono in discussione i suoi stereotipi

Foto Ansa
C’è tutto un mondo, politico e giornalistico, con il fiato sospeso in speranzosa attesa che si aprano scenari clamorosi dietro quel “no comment” opposto dal difensore di Lavitola alla domanda sul coinvolgimento dello stesso Ranucci nell’attentato farlocco. E che esulta per la “confessione” del misterioso faccendiere campano. Suggerirei cautela: da un personaggio con il curriculum politico-giudiziario-imprenditoriale di Lavitola qualunque persona minimamente avveduta può e deve aspettarsi le più imprevedibili insidie e sorprese. Il fatto è, tuttavia, che dalla cerchia delle persone minimamente avvedute è certo ormai che si debba categoricamente escludere proprio Sigfrido Ranucci. L’ordinanza del gip compie sforzi a dir poco generosi – per non dire acrobatici – nel tentativo di giustificare questa imbarazzante fotografia –restituitaci a oggi dalla oscura vicenda – delle capacità di discernimento critico del “più importante giornalista d’inchiesta in Italia” (cito il suo difensore) sulle “fonti” con le quali egli ha a che fare, parlando di una specie di malìa, di una imprecisata, non spiegata ma irresistibile fascinazione tipo le Sirene di Odisseo (il quale però, ben consapevole, almeno si fece legare strettamente all’albero della nave). Apprezziamo il garbo della gip romana, ma insomma forse occorre prendere definitivamente atto che il dott. Ranucci sta – per capirci – a Bob Woodward e Carl Bernstein come Lavitola a Madre Teresa di Calcutta.
E invece, mentre lui sente di poter ormai competere con gli Aldo Moro, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino, c’è tutto un affannarsi di quell’altro ben preciso mondo politico e giornalistico, sceso in campo pancia a terra in difesa dell’eroe, perché egli sarebbe – questa è la tonitruante parola d’ordine – “due volte vittima”: dell’attentato, intendono dire, e dell’ipnotico ammaliatore salernitano (con corte dei miracoli al seguito).
Due volte vittima di cosa, esattamente? Se degli appetitosi menù del ristorante di Lavitola, lo abbiamo già detto, deve prendersela solo con sé stesso. Della bomba? Che sia esplosa una bomba piazzata sotto la sua macchina, è l’unica cosa certa della vicenda. Ma, ci dicono gli inquirenti, fu una bomba messa per amore di Ranucci, e Lavitola oggi lo conferma. Ora, come si fa a essere vittima di un attentato ordito nell’interesse della vittima? Certo, Lavitola avrà dovuto spiegare dettagliatamente, nel corso dell’interrogatorio, come abbia potuto organizzare questa messa in scena garantendo la sicurezza di Ranucci e dei suoi familiari: leggeremo e capiremo. Ma, sic stantibus rebus, continuare a definire Ranucci “vittima dell’attentato” è possibile a una sola, imprescindibile condizione: quella di non credere a una sola parola non di Lavitola (troppo facile), ma della intera indagine messa su dalla Procura della Repubblica di Roma, i cui magistrati sarebbero allora – lo si dica senza ulteriori indugi – incorsi in una topica leggendaria, degna di essere iscritta negli annali dei peggiori infortuni giudiziari della storia italica.
E in effetti, qualche ardimentoso comincia già a dire esplicitamente ciò che tutti i sostenitori di Ranucci e di “Report” all’evidenza covano dentro di sé, a metà strada tra un convincimento e un atto di fede, ma non hanno (ancora) il coraggio di mettere nero su bianco. E cioè che la verità sarebbe un’altra: Lavitola è storicamente uomo legato al mondo della destra italiana, quindi egli avrebbe ordito una sofisticata strategia volta a delegittimare Ranucci, “Report” e tutto ciò che ruota intorno a questa trasmissione. Introdottosi nella vita e negli affetti più stretti di Sigfrido, mediante il cavallo di Troia delle gustose fritture di pesce a Monteverde, egli ha organizzato questo (finto? vero? vero fino a un certo punto? boh) attentato per far deflagrare la credibilità di Ranucci e della sua trasmissione, e insomma per dare la stura a questo linciaggio mediatico personale e professionale, e per offrire finalmente alla Rai meloniana l’assist per fare fuori l’eroe del libero giornalismo d’inchiesta.
Ora, premesso che, come immancabilmente diceva serioso un mio compagno di scuola al liceo Tasso di Salerno, “tutt’ po’ esse’”, si fa davvero fatica a tollerare questo sfrenato, impudente doppiopesismo che il mondo della sinistra italiana (o ciò che di esso resta) riesce a mettere puntualmente in scena ogni qual volta le vicende della vita mettono in discussione, o anche solo in difficoltà, i propri convincimenti e soprattutto i propri stereotipi. Se ci si vuole ribellare alle attuali evidenze di questa torbida storia, gridando istericamente e con indignazione “giù le mani da Ranucci” giacché egli è “due volte vittima”, occorre poter plausibilmente sostenere, all’opposto di quanto approfonditamente argomentato dalle indagini della Procura di Roma (e, al momento, dalla confessione di Lavitola), che l’attentato al giornalista avesse l’obiettivo di intimidirlo e terrorizzarlo, anche all’eventuale prezzo di attentare alla vita sua e dei suoi familiari; perché così e solo così si distinguono gli attentati veri da quelli farlocchi. Il che comporta la necessità di risalire, con qualche spendibile attendibilità, ai presunti e ad oggi occulti mandanti di Lavitola, e alle vere ragioni per le quali costui si sarebbe impegnato – nientedimeno – nella faticosa costruzione di un rapporto personale “fraterno” con Ranucci, per poterlo assassinare, fisicamente o altrimenti moralmente e professionalmente. La perseverante, incrollabile faziosità con la quale ci si dichiara pregiudizialmente indisponibili ad accettare una realtà sgradita, cioè una realtà confliggente con le proprie convinzioni, lascia davvero senza fiato. Sarà stato forse un po’ ingenuo, Ranucci, nel fidarsi di Lavitola, d’altronde preziosa fonte del suo meritorio giornalismo, ma nulla di più. Egli è e deve rimanere, contro ogni logica e ogni attuale evidenza investigativa, “due volte vittima”: vittima della propria generosità d’animo nell’accreditare Lavitola come meritevole della propria amicizia, vittima – punto e basta – di un vero e proprio attentato, alla incolumità personale sua e dei suoi familiari, e alla sua libertà di grande giornalista d’inchiesta. E’ del tutto legittimo, io credo, interrogarsi su come queste stesse persone avrebbero giudicato e commentato i fatti se al posto di Sigfrido Ranucci ci fosse stato, oggi, un qualsivoglia giornalista di opposta fazione politica: la risposta è chiarissima, per chiunque abbia a cuore un minimo decente di onestà intellettuale. Nel frattempo, se questi incrollabili sostenitori del Ranucci “due volte vittima” si faranno carico almeno di ricordare al loro eroe che le frequentazioni e le “amicizie fraterne” coltivate da Aldo Moro, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano presumibilmente di natura e qualità leggermente diversa rispetto alle sue, già faremmo tutti un piccolo passo avanti. O sto chiedendo troppo?