La sinistra è ancora senza un candidato a prova di bomba

Con questi dirigggenti… diceva Nanni Moretti. È il pensiero che ha fatto sognare a Lavitola la candidatura di Ranucci, ma è anche il timore di un pezzo importante del centrosinistra. Sindaci, outsider, sorprese: alternative possibili al duopolio Schlein-Conte


17 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 05:43
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I leader del centro sinistra Elly Schlein, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli al sit-in contro la riforma della legge elettorale (Ansa)

La storia dell’amore bombarolo di Valter Lavitola rivolto con mezzi non sempre ortodossi all’amico Sigfrido Ranucci offre agli osservatori diverse chiavi di lettura. Una chiave di lettura è quella che conosciamo tutti e riguarda il lato giudiziario della vicenda. Perché quelle esplosioni? E con che obiettivo? Con che finalità? Con che movente? Con quali complicità? La seconda chiave di lettura, meno esplorata ma non meno interessante, è quella che riguarda il sentimento che si trova dietro la scelta di Lavitola e dietro l’unica certezza di questa storia esplosiva. Lavitola, come sappiamo, voleva bene a Ranucci. Non sappiamo se il suo affetto fosse incondizionato o condizionato da qualche simmetria operativa legata al lavoro di Ranucci. Sappiamo però che Lavitola sognava di vedere l’amico Ranucci nell’agone politico e sappiamo che il suo desiderio di vedere Ranucci nell’agone politico nasceva da una valutazione politica che non riguarda solo il pensiero di Lavitola ma riguarda il pensiero di un pezzo importante della classe dirigente del mondo progressista. 
Nanni Moretti, vicino di casa di Valter Lavitola, la cui casa si trova non lontana a Roma dal mitico e ottimo Cefalù Bistrò, forse continuerebbe a sintetizzarla così, come fece tanti anni fa a Piazza Navona: con questi dirigggenti non vinceremo mai. L’esigenza di trovare una soluzione, anche la più creativa, la più esplosiva, per offrire al centrosinistra qualche carta (stavamo per scrivere cartuccia) in più per provare a essere competitivo non si trova solo nel tentativo di costruire la candidatura di Ranucci attraverso bombe riempite d’amore (forse) e sondaggi fatti con il cuore (con il contributo di Stefano Cappellini e Paolo Mieli, inconsapevoli però che il sondaggio di Lavitola fosse per provare a lanciare Ranucci come candidato premier). Ma si trova in molte pieghe del dibattito pubblico che accompagna la costruzione di un’alternativa a Giorgia Meloni. Si dice giustamente che il centrodestra abbia deciso di cambiare la legge elettorale per paura di perdere contro il centrosinistra con l’attuale legge. Ma ciò che andrebbe aggiunto a questa considerazione è che la paura che il centrodestra aveva di perdere (sempre che la legge elettorale venga approvata) non è seconda alla paura di perdere che ha oggi il centrosinistra. La tentazione di puntare su Ranucci, da parte di Lavitola, ma anche da parte di un pezzo di mondo che per anni si è abbeverato al grillismo, è solo parte di un mosaico più grande, al centro del quale ci sono scene note, scene rimosse, scene da indagare. Le scene note sono quelle che vediamo ogni giorno e coincidono con la proliferazione di volti potenzialmente alternativi a Elly Schlein e Giuseppe Conte, provenienti soprattutto dal partito oggi più in movimento nella ricerca di alternative ai due dirigggenti con i quali un pezzo di centrosinistra teme di non poter vincere le elezioni. Parliamo del partito dei sindaci, naturalmente, di quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che darebbe oro affinché nel campo progressista vi possa essere un passo indietro simmetrico in grado di permettere a un sindaco con esperienza di governo con Pd e M5s di fare un passo in avanti. Due nomi su tutti: Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, e Gaetano Manfredi, entrambi già ministri di Conte, tra il 2019 e il 2020. Nel partito dei sindaci, poi, c’è un altro pezzo di mondo che si muove, più ambizioso, non sappiamo se più velleitario, ed è quello che scommette sul passo in avanti di una donna che a differenza dei due sindaci appena citati non ha mai fatto parte di un governo giallorosso, ma avrebbe la possibilità di fare quello che né Gualtieri né Manfredi potrebbero fare per cercare un’alternativa esplosiva, anche senza bombe d’amore, alla leadership modello Schlein e modello Conte: ovviamente, Silvia Salis, che da ottobre, in tempo per farsi notare prima delle eventuali primarie, girerà l’Italia con un suo libro (un libro, sempre a ottobre, lo pubblicherà anche Alessandro Onorato, lanciatissimo assessore di Roma con ambizioni enormi e sguardo puntato con grande ottimismo sopra la soglia del tre per cento). Con questi dirigggenti, direbbe Nanni Moretti, non vinceremo mai, e in un certo senso è stato questo il discorso fatto mesi fa, durante una cena privata, da un pezzo da novanta del Quirinale, Francesco Saverio Garofani, le cui conversazioni a tavola, riportate dalla Verità e ricondotte da Garofani a “chiacchiere tra amici”, riferivano di un auspicato “scossone” e di un intervento della “provvidenza” per trovare un’alternativa alle leadership reputate non competitive (da Garofani) all’interno del centrosinistra. Lavitola sognava Ranucci. I sindaci sognano un Manfredi o un Gualtieri. Un pezzo di Pd sogna una Salis. Garofani sogna un volto simile a Ernesto Maria Ruffini, che ha appena annunciato il suo desiderio di correre alle primarie. Un pezzo di Pd, un altro, sogna una candidatura di Conte, e quel pezzo di Pd usa la commissione Covid per mandare biglietti d’amore a Conte. Il partito del candidato che non c’è, che esiste anche senza candidato, spera in alternative in grado di uscire dal cilindro, a sorpresa, all’improvviso, anche senza bombe d’amore, come può essere un Pier Luigi Bersani, come può essere una Rosy Bindi. Qualcuno sogna che l’alternativa emerga attraverso le primarie, altri sognano che l’alternativa emerga senza primarie, altri sognano di evitare le primarie e di scegliere un’alternativa soltanto dopo le elezioni, in caso di vittoria di misura del centrosinistra. Tutti sanno però che esiste un copione preciso che potrebbe portare all’operazione panico. Un sondaggio sul Corriere a ottobre, con il Pd inchiodato intorno al 20 per cento. Un sondaggio successivo, con un test sui candidati alternativi a Conte e Schlein. Una rilevazione finale, con certificazione della maggiore competitività, contro Meloni, di un altro candidato o di un’altra candidata. Il lato giudiziario del caso Lavitola sarà tutto da esplorare, da scoprire, da verificare. Ma il punto di partenza di Lavitola è lo stesso che affiora nella testa di molti pezzi da novanta del campo progressista: il centrodestra è più competitivo di quanto si possa pensare, Vannacci o non Vannacci. E dunque si può davvero dar torto a chi sostiene che il centrosinistra, Ranucci o non Ranucci, semplicemente non abbia ancora un candidato a prova di bomba?