Politica
l'editoriale dell'elefantino •
Delle vongole sgusciate e di chi se le pappa come fossero verità
Social e tv infradito, due mascalzonate dell’informazione di cui faremmo volentieri a meno. A preoccupare sono soprattutto gli utenti, gli addict dell’Investigativo, saccenti e indignati che si lasciano infinocchiare da uno che si fa sondare e si crede leader
16 AGO 26

Foto Lapresse
I giornalisti, me compreso, Montanelli compreso, tutti compresi, sono dei gran cazzari. Questa è la nuda verità. Di Cappellini e Mieli non dico nulla, perché credo nell’amicizia e anche nell’amichettismo, ma ho l’impressione che siano dei gran cazzari anche loro. La curiosità è il demone del mestiere più antico del mondo, non la prostituzione, il giornalismo che le assomiglia come una goccia d’acqua. La accompagnano l’ambizione, lo spirito polemico e ritorsivo, l’illusione creativa della notizia, l’aspirazione frustrata alla politica, una buona dose di vigliaccheria, l’opportunismo sistematico, i premi meritati, lo spirito di corporazione e di consorteria. Naturalmente li amo, sono figlio di due di loro, per quanto il comunismo italiano abbia risparmiato da alcuni difetti del giornalismo i migliori e anche i peggiori, che hanno spacciato ideologia e cultura, bugie su una scala possente, altissima, planetaria, risparmiandosi il culto grottesco del fatto e della notizia, il trattamento mondano della presunzione di verità, sgusciando le vongole della storia a una a una, facendo ignobili pasticci nel nome della causa e del bistrot sovietico.
Ma non è di loro che voglio occuparmi adesso. Mi preoccupano gli utenti del giornalismo, lettori e spettatori e auditori. Sono un numero sempre più piccolo, addirittura minuscolo. Vorrei che li tenessimo cari, perfino quel clamoroso 9 per cento medio di share della emissione veritativa più ridicola del mondo intero, sapete di chi parlo. E ciascuno conosce i suoi, li predilige e non vorrebbe mai deluderli. Però mi piacerebbe anche ghigliottinarli a uno a uno, spernacchiarli, insultarli con garbo, deriderli senza pietà, questi addict dell’Investigativo, un genere demenziale che si crede oggettivo, indipendente, sovrano. Ma quanto sono creduloni, saccenti, arrabbiati, ridicoli, indignati, loffi imbesuiti certi cari amici telespettatori vicini e lontani, che si lasciano infinocchiare da un troglodita che si recensisce da sé e si dà del capolavoro sotto falso nome, che si fa sondare, si crede leader, molla un amico fraterno in carcere a Ferragosto e si tiene stretta la reputazione di vittima del sistema, della censura, quando è un protetto di Telemeloni e dei suoi funzionari, incapaci perfino di mandarlo a quel paese con le sue chat. Pensavo una volta che il giornale è come l’ombrello, uno strumento che nessuno usa più in senso personale, complemento elegante del comportamento, segno di distinzione borghese o proletaria: è divenuto lo svalutato e occasionale copritesta che si afferra dall’ambulante quando piove o il sole picchia, va in coppia con il social e la tv infradito, queste due mascalzonate dell’informazione di cui faremmo volentieri a meno, a parte il tennis il calcio i tg, l’Italia alle vongole sgusciate, direbbe Paolo se fosse di cultura azionista.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
