Politica
l'editoriale del direttore •
Reati in calo e non solo: come giustificare le derive securitarie?
La sicurezza va bene, lo dicono i dati. Senza lagne o allarmi. Perché le buone notizie su questo tema imbarazzano opposizione e governo
15 AGO 26

Foto ANSA
Le buone notizie, lo sappiamo, spesso tendono a spiazzare, a sorprendere, a creare imbarazzo e quando un osservatore, un politico, un intellettuale si ritrova di fronte a un numero non negativo che riguarda il proprio paese cerca in tutti i modi di andare avanti con la lettura dei dossier, delle tabelle, dei trend per cercare conforto in qualche altro numero che gli permetta di continuare a cullarsi, come sempre, nella dolce, confortante, rassicurante e amatissima lagna. Ci sono casi in cui le buone notizie, in politica, mettono in imbarazzo chi si trova all’opposizione. Ci sono casi in cui le buone notizie, in politica, mettono in imbarazzo chi si trova al governo. Ci sono casi, come quelli di oggi, in cui le buone notizie, in politica, riescono a mettere in imbarazzo tutti: follower della maggioranza, follower dell’opposizione. Le buone notizie di cui vale la pena parlare oggi sono quelle che verranno presentate, come di consueto a Ferragosto, dal ministro dell’Interno e sono notizie che hanno a che fare con un bene prezioso chiamato sicurezza. I numeri sono eccellenti. Nel primo semestre del 2026, i reati sono calati del dieci per cento. Meno 15,3 per cento gli omicidi volontari, meno 11,4 per cento i furti, meno 12,3 per cento le rapine, meno 7,1 per cento le violenze sessuali. Il dato in questione è un problema da maneggiare con cura per l’opposizione, la cui retorica finalizzata a dimostrare che l’Italia sia meno sicura con il governo Meloni non trova alcun riscontro nella realtà (nella serie operativa del Viminale gli omicidi erano 328 nel 2022, 335 nel 2023, sostanzialmente stabili nel 2024, nel 2025 precipitano a 286, -15 per cento, il minimo dell’ultimo decennio, e nel primo semestre 2026 si passa ancora da 163 a 138, -15,3 per cento).
Ma il dato in questione è paradossalmente difficile da maneggiare anche a destra, perché il fatto che vi sia un’Italia molto più sicura rispetto a come la racconta spesso la destra è una piccola bomba a orologeria sotto l’impalcatura che accompagna da anni i suoi provvedimenti sulla sicurezza: l’Italia è insicura, ci sono troppi guai, troppi reati, troppi disastri, troppi pericoli, e in virtù di tutti questi problemi occorrono delle strette, dei nuovi reati, dei nuovi aumenti di pena, delle nuove forzature securitarie, dei nuovi decreti sicurezza. I dati offerti dal Viminale dimostrano in modo inequivocabile che l’insicurezza in Italia è frutto in buona parte di una psicosi che la sinistra alimenta, dall’opposizione, e la destra non riesce a governare, dal governo, perché abituata a rispondere alle domande sulla sicurezza facendo leva, da sempre, più sulla sicurezza percepita che su quella reale, e non ci vuole molto a capire, come abbiamo già scritto su queste colonne, che se educhi gli elettori a considerare i parametri della sicurezza percepita come gli unici da considerare quando si parla di sicurezza non potrai che governare facendo leva più sui dati percepiti che su quelli reali. Si potrebbe obiettare che la diminuzione dei reati dipende proprio dalla stretta sulla sicurezza fatta dal governo ma se si allarga l’inquadratura si noterà, compulsando i trend dei reati, che la riduzione di molti reati è una tendenza strutturale di lungo periodo che riguarda da anni l’Italia. Esempi: dal 2013 al 2019, i delitti denunciati passarono da circa 2,9 milioni a 2,302 milioni, -20 per cento in sei anni. Ma neppure l’opposizione può cavarsela dicendo che il -10 per cento del 2026 sia semplicemente la prosecuzione di un trend che andava avanti da sempre. Non è così. Dopo il Covid i reati erano tornati a crescere e la crescita era proseguita fino al 2024.
L’inversione recente comincia nel 2025, quando i reati diminuiscono dell’1,8 per cento, e accelera fortemente nel primo semestre del 2026. Il governo non può dunque intestarsi il grande declino storico della criminalità italiana, cominciato molto prima di Meloni, ma l’opposizione non può fingere che l’inversione registrata negli ultimi diciotto mesi non esista. Un secondo dato che mette in difficoltà i pifferai del catastrofismo è un dato che riguarda un tema molto delicato: i femminicidi. Nel 2022 le donne assassinate sono state 130, nel 2023 120 secondo la serie del Viminale, nel 2024 118, nel 2025 sono state 97. Numeri ancora molto alti, ma numeri che indicano una verità che in pochi hanno il coraggio di esplicitare: in meno di tre anni le donne uccise sono diminuite di circa un quarto. Stabilire quanto abbiano inciso campagne di sensibilizzazione, politiche attive, prevenzione, norme e politiche pubbliche è più difficile, ma il dato resta. Qui e di seguito usiamo la parola femminicidi nel significato corrente, sapendo che la nuova fattispecie penale è entrata in vigore soltanto alla fine del 2025 e che le serie precedenti non sono perfettamente sovrapponibili. Nel primo semestre 2026 il dossier presentato oggi dal Viminale offrirà un altro numero importante: le vittime continuano a essere tante, 34, ma sono il 37 per cento in meno dello scorso anno, quando dopo sei mesi erano 54. Parlare dei risultati della lotta contro i femminicidi è sconveniente perché offrire i dati, per qualcuno, significa voler minimizzare, far abbassare la soglia dell’attenzione, normalizzare, quando è evidente che mostrare trend in miglioramento può avere anche un altro effetto: dimostrare che qualcosa può cambiare. Un discorso simile, in fondo, si può fare per un altro dato interessante offerto dal dossier del Viminale, che riguarda gli sbarchi. Sul contenimento dell’immigrazione irregolare, il governo di centrodestra può rivendicare risultati altalenanti. Il primo anno pienamente gestito dal governo Meloni è il 2023, quando vi è stato un boom di arrivi: +50 per cento sul 2022, da 105 mila a 158 mila.
Dopo il disastro del 2023, però, qualcosa cambia davvero. Gli sbarchi scendono da 157.651 a 66.617 nel 2024, -58 per cento. Restano praticamente uguali nel 2025, 66.316. E nel primo semestre 2026 precipitano ancora da 30.060 a 14.388, -52,1 per cento. Il dossier del Viminale attribuisce parte del risultato alla cooperazione con Libia e Tunisia e contabilizza 275.463 partenze bloccate dal 2023 al giugno 2026. Il tema è evidente. Se la sinistra, come ha fatto quando Sánchez ha offerto dati sui rimpatri migliori per la Spagna rispetto a quelli dell’Italia, vuole rimproverare il governo di centrodestra per essere stato poco efficace dovrebbe avere il coraggio di dire quello che non ha la forza di dire: sugli immigrati irregolari bisogna essere più duri. Se la destra volesse invece trarre qualche lezione da ciò che è successo in questi anni con l’immigrazione irregolare dovrebbe avere il coraggio di ammettere che gli sbarchi non seguono una tendenza secolare, come gli omicidi, ma sono volatili, dipendono da molti fattori, dalle rotte, dalla situazione nordafricana, dagli accordi con i paesi di transito, dalla capacità delle autorità locali di impedire le partenze e dagli spostamenti verso altre rotte mediterranee (nota a margine: il Viminale ricorda che nel primo semestre 2026 i rimpatri sono stati 4.432: +34,3 per cento, ma i numeri vanno contestualizzati: nel 2018 i rimpatri forzati furono 6.820, nel 2019 7.054, nel 2025 il dossier indica 6.772 rimpatri totali, numeri buoni ma non migliori rispetto a quelli già registrati nel passato). Le buone notizie, lo sappiamo, spesso spiazzano, spaventano, ci colgono impreparati, e le buone notizie in questi mesi hanno spiazzato anche la destra di governo, quando si è ritrovata a fare i conti con notizie positive che si sono verificate grazie all’utilizzo di strumenti che la destra ha sempre combattuto (gli incassi record registrati dallo stato grazie alla lotta contro l’evasione fiscale sono arrivati grazie alla diffusione capillare dei tracciamenti digitali dei pagamenti, che la destra ha sempre demonizzato, prima di arrivare al governo e farli propri).
Ma se una buona notizia spiazza, spaventa, crea disagio, piuttosto che nasconderla, anche a costo di essere disorientati, quella notizia merita di essere studiata, capita, analizzata, e se avrà l’effetto di mettere in discussione le proprie certezze meglio ancora. Le buone notizie esistono, anche se spaventano, e per provare a occuparsi un po’ meno di percepito e un po’ più di reale bisogna prima o poi rassegnarsi a considerare come notizie degne di essere pubblicate in rilievo non solo le confortanti cattive notizie ma anche le disorientanti e formidabili buone notizie, nella consapevolezza che oggi i pessimisti, come suggerito da Giuliano Ferrara, non sono ottimisti che si sono informati ma sono, spesso, pessimisti male informati, a volte anche dai propri follower.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
