Di Pietro: “Ranucci? Chi la fa, l’aspetti. Lui sostenne il No, e l’Anm ora tace"

Di Pietro: “Nessun garantismo. Travaglio difende Ranucci per partito preso”. Sigfrido-Anm? Un amore a prova di bomba

13 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 11:22
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Antonio Di Pietro applica il metro della giustizia divina. “Ranucci? Chi la fa, l’aspetti”, dice al Foglio l’ex pm, ex ministro, ex leader dell’Italia dei valori. “A costruire suggestioni – aggiunge – si finisce rivoltati come un calzino. Ed è successo anche a me”. Sì. Chiediamo allora – nell’estate più calda e omerica che si ricordi – se sia soltanto questione di nemesi. “Guardi, il metodo ‘Report’ consiste nel mettere insieme parti indipendenti e autonome. Nel legarle con un filo indissolubile. E nel costruire, da qui, delle verità distorte. A farci caso è quello che sta subendo anche Ranucci, ora, insieme all’accusa di frequentare persone poco raccomandabili. La stessa accusa che, molti anni fa, rivolse a me proprio ‘Report’. Che tutto gli si sarebbe ritorto contro? Era prevedibile”. E’ prevedibile o curioso che i magistrati dell’Anm oggi tacciano? “Eh. Prima l’hanno esaltato – sorride Di Pietro – e poi…”. Il 25 ottobre scorso, all’indomani dell’attentato, lo accolsero in Cassazione. Commozione e scroscianti applausi. “Sì. Ma ricordiamoci sempre che l’Associazione nazionale magistrati, durante il referendum, si arrogò indebitamente il diritto di rappresentare tutti i magistrati raccontando il falso. E che il falso – l’assoggettamento del potere giudiziario all’esecutivo – fu poi rilanciato strumentalmente da tanti organi di informazione. Tra cui ‘Report’”. (Leganza segue a pagina tre)
E’ per questo che adesso non favellano? “L’Anm dovrebbe avviare una riflessione su sé stessa, visto che il falso raccontato da un notaio, da un prete o da un magistrato non è soltanto un falso politico ma anche etico. Detto questo, io credo che l’Anm non dovrebbe esistere, politicamente”.
Ranucci-Anm: è un amore a prova di bomba? “Non saprei”. Pensa che il superomismo ranucciano sia stato alimentato dagli applausi dei magistrati? “Di quei magistrati. Perché una cosa sono i magistrati, un’altra è l’Anm. E come sa, io non mi ci sono mai iscritto”. Perché? “Perché lo considero un gruppo di soggetti appartenenti al più forte tra i poteri dello stato che si esprime, e sciopera, contro un potere più debole. Mentre sappiamo che nessuno ferma un magistrato. A parte un altro magistrato, ovviamente, o il tritolo”.
Continua Di Pietro, con la franchezza “di chi ha settantasei anni” e la leggerezza di chi è solo un “ex”: “Io non sono immune da niente, e la mia storia lo dimostra”. Certo. “Ma l’Anm dovrebbe dedicarsi a riflessioni di carattere culturale anziché interpretare leggi secondo proprie ideologie”.
C’è un parallelismo tra il metodo Anm e il metodo “Report”? “Ora le rispondo, ma mi lasci dire che io rispetto il giornalismo investigativo ed esprimo la mia totale solidarietà a Ranucci, vittima di un attentato”. Ci mancherebbe. “Il punto, dicevo, è che il giornalismo d’inchiesta vale se si racconta il giorno dopo quel che ha fatto la magistratura il giorno prima. Se invece si fa un’inchiesta basata sul nulla, o col solo scopo di invogliare la magistratura a indagare, ecco che tutto torna indietro”.
Intanto Valter Lavitola ha confessato di essere stato lui il mandante dell’attentato. “Ho conosciuto e, per così dire, subìto Lavitola tanti anni fa. Al tempo di Berlusconi e del senatore De Gregorio. Che cosa posso dire? Non c’era bisogno di sapere chi frequentasse Ranucci per capire che intrigava per un tornaconto proprio…”. Sigfrido intrigante non meno di Valter? “Ma non l’abbiamo scoperto oggi! A ogni modo, Lavitola è sempre stato borderline ed è altrettanto ovvio che un giornalista d’inchiesta si debba rapportare a un uomo come lui. Ovvio che non possa scoprire granché andando a messa la domenica. Il problema, ripeto, è il metodo. Io non voglio un paese con zero Sigfrido o Gabanelli, intendiamoci…”. Avanti il prossimo? “Io preferisco un paese con mille Gabanelli!”. Addirittura. “Sì. E a me la sua inchiesta costò persino la fine della carriera politica…”. Ma? “Ma io non stigmatizzo il giornalismo investigativo. Semmai il loro modo di investigare. Il fatto di aver ricostruito, a partire dalla mia foto con un questore e funzionario dell’ambasciata americana e Contrada, chissà quali verità legate alla mia attività politica. Io ero stato soltanto invitato a una cena dei carabinieri”. Chi di cena ferisce… “Appunto. Quello che non condivido, quindi, è che pregiudizialmente si individuino soggetti mediaticamente esposti e si costruiscano teoremi. Come non condivido, poi, tutto il gran parlare di fatti intimi di Ranucci”. Scusi, ma di donne ha tanto parlato (e scritto) anche lui. “Sì, ma perché mischiare, anche noi, pubblico e privato?”. Ranucci ha pubblicato un libro autobiografico, anche se forse era romanzato, dove raccontava delle sue storie d’amore. “E cosa c’entrano con l’inchiesta in corso?”. Niente. Non c’entrerebbero niente se molte altre donne, sue amiche, non fossero state poi tanto loquaci... “Sono fatti che non c’entrano niente. E’ una lezione che deve valere per tutti”.
Variazioni sul mito. Il Fatto quotidiano, intanto, lo difende… Il Fatto garantista? “No. Rispetto Marco Travaglio. Lo stimo e lo leggo anche se non sono d’accordo con lui. Ma vede, non è questo il punto”. E qual è? “Travaglio è una persona per la quale la sua verità è la verità”. E’ un assolutista? “Ha fatto una scelta di campo. Lo leggo, ma non lo seguo”.
Il programma “Report”, probabilmente, continuerà. Il metodo “Report”? “Anche. Purtroppo”. Ne è sicuro? “E’ appunto un metodo”. Vuole dire che è l’erba cattiva? “Voglio dire che serve per avere successo sulle spalle degli altri. E che quindi ci sarà sempre un Ranucci, anche se avrà un altro volto e un altro nome”.