“La gogna mediatica non la auguro neppure a Ranucci”. Parla Rigoli, medico riabilitato

Report ha trasformato un rinomato primario nel prestigiatore dei tamponi da quattro soldi. Epilogo: assolto da tutte le accuse, perché il fatto non sussiste. “Ho trascorso anni della mia vita ad affrontare un processo che non doveva nemmeno iniziare", dice l'ex coordinatore delle unità di microbiologia del Veneto

12 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 11:57
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Foto Ansa

Venezia. Da simbolo dell’emergenza a pietra dello scandalo. “Fin dall’inizio della pandemia coordinavo le microbiologie in Veneto, gestendo il materiale che arrivava dall’estero, distribuendolo equamente nelle varie Ulss”, racconta al Foglio Roberto Rigoli, il medico che affiancava Zaia durante le famose conferenze stampa di mezzogiorno. “Aveva chiesto lui la mia presenza: c’erano tante domande ed era più semplice rispondere per chi come me lavorava in laboratorio”. Poi? “Scoppia la tensione tra Zaia e Crisanti che inizia a criticare qualsiasi scelta arrivata dalla regione contro i contagi. In particolare sui tamponi rapidi, con tanto di esposto alla procura da parte dello stesso Crisanti. Da lì è stato un calvario”. Rigoli finisce a processo per depistaggio e falso ideologico – in una prima fase delle indagini si parlava anche di corruzione. Scatta la gogna mediatica. Il fango di Report, che trasforma un rinomato primario nel prestigiatore dei tamponi da quattro soldi. Epilogo: assolto da tutte le accuse, perché il fatto non sussiste. “Ho avuto seri dubbi sulla giustizia italiana. Ma ho dovuto ricredermi perché c’è stato un giudice con il coraggio di dire le cose come stavano”.
Breve panoramica della vicenda. “Eravamo tra la prima e la seconda ondata”, spiega Rigoli. “All’epoca l’unico sistema per le diagnosi era il tampone molecolare: molto affidabile, ma dispendioso. Richiedeva personale addestrato, attrezzature specifiche. Il Veneto era una delle regioni che ne faceva di più in rapporto al numero di abitanti”. Il modello Zaia, appunto. “Poi sono successe due cose. Primo: non si riusciva più a processare i tamponi. In laboratorio si lavorava anche per 12-14 ore di fila, la pressione era insostenibile. Secondo: con la pandemia allargatasi al resto del mondo, c’è stato il tema dell’approvvigionamento. I kit per effettuare i molecolari hanno iniziato a scarseggiare, privilegiando le nazioni delle case produttrici. L’Italia rischiava di rimanere a secco”. Da qui l’intuizione di Rigoli. “Avevo sentito parlare di test rapidi dalla Cina e ho lavorato su questo. Non per ridurre i molecolari, attenzione, ma per garantirvi un supporto extra. L’alternativa sarebbe stata aspettare anche dieci giorni per la refertazione: inutile ai fini del contagio”. Come si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto. “Il tampone antigenico è meno sensibile ma fornisce una buona visione d’insieme. Li abbiamo presi regolarmente con gare d’appalto, sempre marchiati Ce-Ivd – nel rispetto della normativa europea. Lì sono arrivate le accuse. Pressioni politiche, ma anche economiche: sul prezzo alle stelle dei molecolari alcuni enti privati hanno lucrato parecchio”.
Non c’è stato solo il caso Rigoli, ma un clima più ampio di caccia alle streghe che continua tuttora. Si pensi alla commissione Covid. Ci sarebbero mille modi per contestare Giuseppe Conte a ragion veduta: putinismo, populismo, qualunquismo. Metterlo sotto attacco per la gestione della pandemia è forse il più meschino. “La discussione dopo una tragedia del genere andrebbe svolta nell’ottica di non commettere più gli errori che inevitabilmente abbiamo fatto tutti, perché siamo umani”, sottolinea il medico. “Se l’inchiesta si trasforma in una guerra politica all’ultimo sangue, allora non va bene. Di tutta questa vicenda non porto rabbia dentro. Tristezza, semmai. Il mio desiderio è rivedere tutti in sinergia preparandosi ad affrontare i virus del futuro”. Crisanti le ha mai chiesto scusa? “Sia prima sia dopo la sentenza, ho avuto la vicinanza della quasi totalità del mondo scientifico. Crisanti no, non l’ho più sentito. D’altronde ha fatto carriera politica”. È come con i magistrati che diventano parlamentari: qualche dubbio viene. “Chi mi deve chiedere scusa non è lui, ma Ranucci. Che ha fatto ricostruzioni mistificatorie e calunniose: collegare l’utilizzo dei tamponi rapidi con i morti in Veneto è un colpo basso che soltanto Report poteva inventarsi. Perfino Crisanti ha rivisto la sua posizione in proposito, riformulando la sua pubblicazione su Nature”.
L’assoluzione rincuora, ma il peso della gogna resta. “Ho trascorso anni della mia vita ad affrontare un processo che non doveva nemmeno iniziare: mio padre, medico anche lui, è morto prima della sentenza. Questa è la cosa che mi addolora di più. Non auguro a nessuno la sofferenza che ha sopportato la mia famiglia. Nemmeno a Ranucci, che pure oggi si ritrova al centro di una torbida vicenda”. Le cose cambiano in fretta. “Fino all’altro giorno era un intoccabile: quando feci esposto contro di lui per diffamazione aggravata sembravo Davide contro Golia. Un medico trevigiano e una potenza televisiva, al cui passaggio i magistrati si alzano in piedi. Vedremo, anche lì, se verrà fuori la verità”.