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Sanchez minaccia "riaprite i confini o contromisure", ma Meloni "no ultimatum, se la poteva risparmiare"
Botta e risposta tra Spagna e Italia. Palazzo Chigi: "Non accettiamo ultimatum" e fino al 15 agosto i confini rimangono chiusi. L'approccio del ministero dell'Interno. Salvini attacca il premier spagnolo: "Taccia e controlli i suoi confini". E sul Viminale: "A Pontida non annuncerò il mio passaggio"
8 AGO 26

Foto LaPresse
Ci siamo messi contro anche Julio Iglesias. Senza Schengen, cara Meloni, non vale. La Spagna di Sánchez minaccia rappresaglie, contromisure contro il governo Meloni che ha sospeso Schengen. È la guerra dell'espadrillas. Meloni chiama Tajani, Salvini e Piantedosi, concorda la linea, perché "non ci pieghiamo. Se lo potevano risparmiare". Si decide di rispondere con una nota, durissima "L'Italia non accetta ultimatum". Piantedosi, che è sempre stato per una linea morbida, niente isterie, accetta l'indirizzo. Fino al 15 agosto Meloni non cambia decisione. Controlli e frontiere. Chiuso, cerrado.
È uno scontro serissimo. Il governo si attendeva la reazione spagnola, di Sánchez, ma non immaginava la minaccia, ufficiale, con nota, questo "revochi i controlli dei viaggiatori o adotteremo misure proporzionate". Meloni ha un colloquio con i vicepremier e Piantedosi. La prima risposta è del ministro, ospite a un evento di FdI a Sorrento, ed è di garbo: "Non vedo le parole di Sánchez come una minaccia, ma come la preoccupazione di un leader che evidentemente in questo momento vive una condizione di difficoltà". Poco dopo arriva la risposta di Palazzo Chigi perché, ed è Meloni che lo comunica a Salvini e Tajani, "è uno scontro politico" e nessuno deve permettersi di dire all'Italia cosa fare e non ci può essre nessuno spazio a chi alimenta l'immigrazione clandestina". Salvini a via Bellerio, prima di partecipare alla riunione della Lega lombarda, suggerisce a Sánchez "di tacere e di controllare i suoi confini" e poi: "A Pontida non annuncerò il mio passaggio al Viminale. Se vinceremo le elezioni e mi chiederanno di tornare al Viminale, ci tornerò".
L'emergenza migranti è ormai una controversia da onore, materia da Morte nel pomeriggio, decreti e muleta. Nella risposta Meloni ricorda che il 15 agosto è la data "indicata dalle stesse autorità spagnole". Si teme per quel giorno un'altra ondata di sbarchi. Spiegano al governo: "È la Spagna che ha rialzato la questione e che ci sia un'emergenza lo testimonia l'invio di due navi militari a Ceuta". È vero che Schengen è stato sospeso svariate volte e che attualmente lo ha sospeso anche la Francia per il G7, e che lo ha sospeso l'Italia con Croazia e Slovenia, ma per la Spagna è il metro della solidarietà europea.
Meloni è costretta però a reagire. È condivisa la linea, tanto più per un prefetto, un tecnico come Piantedosi, ma la verità è che si confrontano due approcci. C'è quello severo di Meloni e Salvini, e c'è l'altro, quello dei funzionari del Viminale. La decisione di sospendere Schengen e ripristinare i controlli arriva in estate, in un momento in cui si viaggia, con le forze dell'ordine costrette a turni importanti. Si parla dello scetticismo dei prefetti che si sono visti comunicare una decisione senza preavviso, senza poter organizzare la sospensione. Sono controlli selettivi, ripete Piantedosi, il Viminale, ma ha effetti sugli sbarchi nei porti. Ha un effetto sui cittadini spagnoli che hanno deciso di venire in Italia malgrado il controllo, si dice, e questa volta quasi con leggerezza, "all'italiana", tranquilli.
Anche Tajani, che inizialmente ha avuto una posizione severa con la Spagna, si trova più a suo agio con Piantedosi. Si era ragionato di sospendere la decisione prima del 15 agosto, temendo già una risposta, della Spagna ferita, ma alla fine ha prevalso la battaglia con un governo socialista che è sempre stato agitato come modello da Schlein e Conte. C'è nella nota di Meloni solo una piccolissima carezza: "Non c'è alcun pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna". Solo che questa volta a fare la faccia di Meloni è Sánchez, canterebbe Iglesias, con "l'orgoglio ferito di chi poi si ribella".
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio

