Politica
le radici del problema •
La crisi perenne dell'Unione europea è storica, non politica
L’Ue nacque come risposta al fallimento del nazionalismo e della violenza. Oggi fatica a trovare un’identità oltre il proprio potere regolatorio. Illuminismo e armonia burocratica non bastano per fare l’Europa
8 AGO 26

Foto ANSA
Per comprendere la crisi perenne delle istituzioni europee bisogna tentare vie diverse. Quella della pura analisi politica, pur necessaria, non è sufficiente per andare alla radice della questione. Bisogna provare allora a capire l’idea di Storia su cui poggia la costruzione dell’Ue che appare ancora, come da molti anni, in una crisi di cui non si vede la fine, tanto da farci presumere che sia irreversibile. Eppure, paradosso, anche la sua stessa costruzione sembra irreversibile.
Alla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa era la terra degli sconfitti. A volte si sottovaluta questo aspetto. Su quale “mito” si può costruire un’istituzione a cui danno vita degli sconfitti? Anche chi aveva vinto, infatti, aveva in realtà perso. La Francia era stata occupata e sottomessa in poche settimane dall’esercito tedesco, e dopo quasi cinque anni di occupazione era stata liberata dagli anglo-americani. Gli italiani erano ovviamente reduci dalla tragica esperienza del fascismo e, per quanto rapidamente riconvertiti all’antifascismo, avevano perso disastrosamente la guerra. I tedeschi erano più sconfitti di chiunque altro, il paese era stato addirittura diviso a metà. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, come vidimato anche dalla Brexit, è sempre stato piuttosto complicato considerarla politicamente parte dell’Europa. Inoltre, sebbene fosse uscita vincitrice dalla guerra, avrebbe conosciuto prestissimo una sconfitta altrettanto cocente, con la dissoluzione del suo impero.
Dopo la distruzione catastrofica della Seconda guerra mondiale, scatenata dalla potenza primitivista e genocidaria del nazismo, strutturalmente bellicista e basata su una grossolana e irrazionale divisione amico/nemico, un’Europa che si volesse diversa e pacifica non poteva quindi che cercare i migliori angeli della propria natura in quell’idea guida della età moderna che ha preso il nome di Illuminismo. Una visione razionale e limpida della convivenza umana, per quanto possibile pacifica e multiculturale, con l’idea volteriana della borsa di Amsterdam come luogo di scambio e di incontro. Un’Europa di diritti e di garanzie, di pesi e contrappesi, di mercato unico e frontiere aperte, di democrazie miti e non decisioniste. In cui il grande genio del continente potesse dispiegarsi solo “nel bene” facendo da faro a tutto il mondo che un tempo aveva dominato come potenza colonizzatrice e civilizzatrice che però ora, proprio in quanto sconfitta, si ergeva a nuovo faro morale liberal-democratico del mondo. Era un bellissimo sogno.
L’idea che ne stava alla base, e che in parte, illusoriamente, vi è ancora, è un’idea illuministica di Storia. Ossia l’idea che la Storia sia un progresso lineare verso il meglio, verso una maggiore luce della ragione, di comprensione della realtà del mondo e di ciò che è bene. Tralasciamo il fatto che a questa convinzione si sono adeguati a loro tempo anche Hegel e Marx con i cascami politici che ben conosciamo derivanti da questi due autori. Il punto è che mentre l’Europa si ricostruiva come gigantesco meccanismo politico-regolatorio pacifico e pensava di ripensarsi come la coscienza morale del mondo, il mondo andava in un’altra direzione.
Per decenni non ce ne siamo accorti, o abbiamo fatto finta di non accorgercene. Eravamo sufficientemente ricchi, e ancora sufficientemente dominanti, da poter credere che così non fosse. Potevamo cullarci nel nostro primato morale politicamente burocratizzato. Poi, via via, mentre il mondo mutava con il modello capitalista che permetteva a miliardi di poveri di innalzarsi dalla propria condizione e di diventare concorrenti, anche politici e non solo economici, sullo scenario globale, l’Europa si ritrovava incastrata nella propria stessa costruzione illuministica-burocratica-regolatoria mentre la Storia non appariva più come un semplice scenario di progresso lineare verso più democrazia e pace, ma come un ordine fatto di rotture e ricomposizioni, di crisi e risoluzioni sempre più rapide. Un nuovo ordine in cui ciò che conta davvero non è l’armonia burocratizzata ma la decisione. Gli Stati Uniti, l’altro lato dell’occidente, fanno storia a sé. Loro la Seconda guerra mondiale l’hanno vinta e sono ancora giovani e caotici, inquietanti e quindi in movimento. Ciò li salva e li rende vivi, insieme alla ovvia strapotenza politica, militare, industriale, tecnologica e intellettuale, che però sono figlie di un’idea ancora splendidamente sbrigliata, e rischiosa, di libertà.
Lo “spirito europeo”, dopo la distruzione della Seconda guerra mondiale, non è mai resuscitato. La costruzione istituzionale edificata sulle sue ceneri appare sempre più come un labirinto privo di identità culturale e di capacità politica, costruita in un’epoca ormai strapassata, che pretende, in nome delle proprie presunte buone intenzioni, un primato morale che nessuno nel mondo ha minimamente intenzione di riconoscerle, lasciandola interamente priva di qualsivoglia identità che non sia il suo stesso iperpotere regolatorio. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, forse, poteva costituire una nuova “chiamata” storica in grado di rivitalizzare lo “spirito europeo”, di rendere l’Ue qualcosa di diverso da quel gelido ibrido burocratico. Dopo quattro anni e più di guerra si può ragionevolmente essere certi che così non è andata.