Burocrazia in cerca di una nuova identità

L’evoluzione interna degli apparati, le grandi transizioni in corso, la sfida digitale costringono al cambiamento anche le pubbliche amministrazioni. Il valore della continuità e la necessità di assorbire l’innovazione. La lezione di Max Weber
3 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 09:41
Immagine di Burocrazia in cerca di una nuova identità

Renoir, “Ragazze che leggono”, 1889 (collezione privata)

La fase storica attuale è segnata da un’intensificazione dei processi di cambiamento che interessano le istituzioni pubbliche. A mutamenti graduali, continui e spesso derivanti dall’evoluzione interna degli apparati amministrativi, si affiancano oggi trasformazioni di natura diversa, più profonde e sistemiche, originate da fattori esterni. Le due dinamiche non si escludono, ma si sovrappongono, determinando un quadro di crescente complessità. La differenza essenziale tra questi due fenomeni riguarda la loro origine. Le modificazioni ordinarie sono il risultato dell’attività della pubblica amministrazione e dell’evoluzione delle sue strutture organizzative. Le trasformazioni più radicali, invece, sono determinate da cambiamenti che investono la società, l’economia, l’ambiente e la tecnologia. Tali mutamenti impongono inevitabilmente una revisione dell’organizzazione amministrativa e delle modalità attraverso cui essa esercita le proprie funzioni.

La pubblica amministrazione come organismo complesso

Per comprendere gli effetti delle grandi transizioni occorre anzitutto superare una rappresentazione ormai inadeguata della pubblica amministrazione. Definirla “macchina dello Stato” significa ricorrere a una metafora che non descrive correttamente la natura del fenomeno amministrativo. Lo Stato costituisce infatti una delle più importanti manifestazioni dell’organizzazione sociale: la sua presenza permea ogni settore della vita collettiva e la sua azione si riflette su tutti gli ambiti dell’esperienza civile. Per la stessa ragione appare riduttiva anche l’espressione “ingegneria istituzionale”. Le amministrazioni non possono essere considerate semplici meccanismi il cui funzionamento dipende esclusivamente dall’efficienza delle singole componenti. Esse devono piuttosto essere interpretate come organismi complessi, la cui comprensione richiede strumenti storici, sociologici e istituzionali oltre che giuridici.
Questa distinzione trova un fondamento nella tradizione del pensiero filosofico. Senza ripercorrere l’intero dibattito sviluppatosi da Empedocle a Leibniz, è sufficiente osservare che negli organismi ogni elemento è strettamente collegato all’insieme e qualsiasi variazione prodotta in una parte genera inevitabilmente conseguenze sull’intero sistema. Diversamente, nella concezione meccanicistica sviluppata da Democrito e successivamente da Newton, ogni fenomeno è riconducibile a una specifica relazione causale, mentre il funzionamento complessivo deriva dalla somma delle singole componenti. Le pubbliche amministrazioni appartengono chiaramente alla prima categoria: il loro equilibrio dipende dalle continue interazioni tra tutte le parti che le compongono.

La pluralità delle amministrazioni pubbliche

Una seconda considerazione preliminare riguarda il modo stesso in cui si parla di pubblica amministrazione. L’uso del singolare rischia infatti di trasmettere l’idea di un’entità uniforme, mentre la realtà è assai più articolata. Esistono amministrazioni fortemente accentrate, organizzazioni fondate su reti di cooperazione, enti dotati di ampia autonomia e sistemi policentrici assimilabili a veri e propri arcipelaghi istituzionali. All’interno di ciascun modello convivono inoltre numerose varianti, determinate dalla diversa distribuzione delle competenze e delle responsabilità. La differenziazione organizzativa è stata spesso utilizzata anche come strumento per sottrarsi ai limiti della burocrazia tradizionale. Lucio Villari ricorda, nelle pagine dedicate alla vicenda di Oscar Sinigaglia, che Francesco Saverio Nitti era “penetrato dalla necessità di metodi speciali all’infuori della burocrazia”; lo stesso Sinigaglia sosteneva l’esigenza di una “esclusione quasi completa della burocrazia dallo svolgimento del lavoro, per impedire così di rovinare il Paese” (L. Villari, Le avventure di un capitano d’industria, Torino, Einaudi, 1991, pp. 41 e 48-49).
Una riflessione analoga è proposta da Giuseppe Bonazzi, secondo il quale “l’amministrazione di un Paese è l’istituto dove più fedelmente si rispecchiano i tratti sociali e culturali tipici di quel Paese” (G. Bonazzi, Storia del pensiero organizzativo, Milano, Angeli, 1989, p. 247). Questa osservazione evidenzia come le caratteristiche della pubblica amministrazione non possano essere comprese separatamente dal contesto sociale nel quale essa opera.

Le transizioni che ridefiniscono il ruolo delle amministrazioni

Le grandi transizioni in corso agiscono contemporaneamente su molteplici piani e producono effetti destinati a sommarsi. Esse investono anzitutto la dimensione ambientale ed energetica, imponendo nuove politiche per la tutela dell’ecosistema e una diversa gestione delle fonti di energia. Parallelamente, modificano gli equilibri politici, determinando una redistribuzione delle competenze tra livello locale, regionale, statale, sovranazionale e globale. Un ruolo centrale è assunto dalla trasformazione digitale. La progressiva diffusione delle tecnologie informatiche non incide soltanto sulle modalità operative degli uffici, ma tende a modificare gli stessi processi decisionali e l’organizzazione delle amministrazioni. Emblematico è il principio dell’Only Once applicato in Estonia, dove quasi tutti i rapporti tra cittadini e amministrazione si svolgono in forma digitale; restano escluse soltanto poche attività, quali il matrimonio, il divorzio e l’acquisto di un immobile (B. Romano, Dal Baltico al Mar Nero. Viaggio alla scoperta dell’altra Europa, Bologna, Il Mulino, 2024). Alle trasformazioni tecnologiche si affianca infine una ridefinizione dei rapporti tra settore pubblico e settore privato. La crescente rilevanza dei criteri ESG (Environmental, Social and Governance) ha riportato al centro dell’attenzione il tema della funzione sociale dell’impresa e della sua responsabilità nei confronti della collettività.
Tutte queste transizioni agiscono contemporaneamente, ma non seguono una direzione univoca. Alcune operano prevalentemente a livello locale, altre assumono una dimensione nazionale o sovranazionale; alcune sono promosse da soggetti pubblici, altre da dinamiche economiche o sociali. Ne deriva un sistema di spinte molteplici e talvolta divergenti che si aggiungono ai cambiamenti già prodotti dall’evoluzione interna della pubblica amministrazione e dell’ordinamento politico. Proprio questa sovrapposizione costituisce uno degli elementi di maggiore complessità del governo contemporaneo. E’ opportuno, infine, evitare di attribuire alle rivoluzioni politiche una capacità automatica di trasformare l’amministrazione pubblica. La storia dimostra il contrario: perfino la Rivoluzione francese del 1789 lasciò sostanzialmente intatti gli apparati amministrativi dell’Ancien Régime. Del resto, il termine “rivoluzione”, mutuato originariamente dall’astronomia, indicava il movimento ciclico degli astri, caratterizzato dal ritorno al punto di partenza, più che un cambiamento radicale e definitivo.

La limitata capacità adattiva delle pubbliche amministrazioni

Le molteplici trasformazioni determinate dalle transizioni ambientale, economica, tecnologica e istituzionale si riflettono su un sistema amministrativo che, per sua natura, possiede una ridotta capacità di adattamento. Tale caratteristica non rappresenta una semplice inefficienza organizzativa, ma costituisce una conseguenza della struttura stessa dell’amministrazione pubblica e delle funzioni che essa è chiamata a svolgere. Una prima ragione è riconducibile alle sue dimensioni. In tutti gli ordinamenti contemporanei l’insieme delle amministrazioni pubbliche rappresenta uno dei principali datori di lavoro e costituisce un’organizzazione di straordinaria complessità. Ogni intervento di riforma coinvolge un numero elevatissimo di uffici, competenze, procedure e rapporti istituzionali, rendendo inevitabilmente lento qualsiasi processo di trasformazione. A questo elemento si aggiunge la continuità storica degli apparati amministrativi. Le costituzioni possono essere modificate, i governi si succedono e gli indirizzi politici cambiano, ma l’amministrazione conserva una notevole stabilità nel tempo. Essa rappresenta infatti la componente più permanente dell’organizzazione dello Stato e garantisce la continuità dell’azione pubblica anche durante le fasi di maggiore instabilità politica.
Un ulteriore fattore è rappresentato dal rapporto di subordinazione nei confronti della legge. L’attività amministrativa non dispone di un’autonomia assoluta, poiché ogni cambiamento significativo deve trovare fondamento in una disciplina normativa. Le amministrazioni operano quindi entro limiti stabiliti dal legislatore e risultano inevitabilmente influenzate dalle decisioni assunte dal potere politico. A ciò si aggiunge una componente propriamente sociale. Le amministrazioni pubbliche non gestiscono soltanto procedure, ma anche interessi consolidati, aspettative collettive e diritti acquisiti. Come è stato efficacemente osservato da uno studioso francese, le società non si modificano per decreto. Di conseguenza, i destinatari dell’azione amministrativa tendono a difendere gli assetti che garantiscono loro determinati benefici, opponendo spesso resistenza alle riforme che potrebbero modificarli.
Nel loro insieme questi fattori spiegano perché le amministrazioni pubbliche presentino una limitata capacità di adattamento e, al contrario, una notevole tendenza a conservare il proprio equilibrio interno. Tale fenomeno può essere ricondotto al concetto di omeostasi, vale a dire alla capacità di mantenere stabile la propria organizzazione anche quando il contesto esterno muta profondamente. Questa caratteristica costituisce al tempo stesso un punto di forza e un elemento di debolezza. Se da un lato garantisce continuità nell’erogazione dei servizi pubblici, dall’altro può determinare un progressivo scollamento tra la rapidità con cui evolvono la società, l’economia e la tecnologia e la lentezza con cui l’apparato amministrativo riesce ad adeguarsi. Quando tale distanza diviene eccessiva, il rischio è quello di una vera e propria crisi funzionale, nella quale l’immobilità delle istituzioni entra in contrasto con la velocità delle trasformazioni esterne.

Come le amministrazioni reagiscono ai cambiamenti

Per comprendere le risposte offerte dalla pubblica amministrazione alle grandi transizioni è necessario considerare il ruolo svolto dal diritto amministrativo. Quest’ultimo costituisce il quadro giuridico entro il quale operano gli apparati pubblici e risente, in larga misura, dell’indirizzo politico, mentre solo in parte è influenzato dall’evoluzione interna delle stesse amministrazioni. Le pressioni cui è sottoposta l’amministrazione provengono da fonti differenti. Da un lato vi sono le richieste formulate dalla politica e dalla società civile, che esprimono nuovi bisogni collettivi e domandano servizi più efficaci. Dall’altro lato operano le esigenze interne degli uffici, orientate prevalentemente alla continuità organizzativa, all’efficienza funzionale e alla tutela degli equilibri consolidati. Questa duplice origine delle spinte al cambiamento determina inevitabili tensioni. Le amministrazioni devono infatti conciliare il rispetto della legalità con la crescente domanda di innovazione proveniente dalla società, mentre il diritto amministrativo continua a essere fortemente condizionato dalle scelte della politica. Ne deriva un sistema nel quale gli obiettivi delle diverse componenti non sempre coincidono, rendendo più complesso il processo di adattamento.
Le differenti transizioni, inoltre, non richiedono lo stesso tipo di risposta amministrativa. La transizione ecologica impone una capacità di coordinamento che supera i confini dello Stato nazionale. Le questioni ambientali, il contrasto al cambiamento climatico e la sicurezza energetica non possono essere affrontati da singole amministrazioni isolate, ma richiedono forme di cooperazione internazionale e un’intensa integrazione tra livelli di governo differenti. La tutela dell’ambiente, infatti, dipende da accordi multilaterali, poiché nessun Paese è in grado di governare autonomamente fenomeni globali come il global warming. Analogamente, la gestione delle risorse energetiche è strettamente legata ai rapporti economici e politici tra Stati. Di natura diversa sono invece le sfide poste dalla trasformazione digitale. In questo caso il problema principale riguarda la capacità delle amministrazioni di rinnovare le competenze del proprio personale e di superare il “digital divide”, che continua a rappresentare uno dei principali ostacoli all’effettiva modernizzazione dei servizi pubblici. L’innovazione tecnologica, infatti, non consiste soltanto nell’introduzione di nuovi strumenti informatici, ma richiede soprattutto un cambiamento culturale e professionale all’interno degli apparati amministrativi.

Le forme attraverso cui le amministrazioni assorbono il cambiamento

Le amministrazioni pubbliche non reagiscono ai processi di trasformazione secondo un modello unico. Nel tempo si sono affermate alcune modalità ricorrenti che consentono agli apparati amministrativi di adattarsi gradualmente ai mutamenti senza compromettere la continuità dell’azione pubblica. La prima è rappresentata dall’incrementalismo, vale a dire dall’introduzione progressiva delle innovazioni. Piuttosto che modificare radicalmente strutture e procedure, le amministrazioni preferiscono distribuire il cambiamento in una successione di interventi limitati. Tale strategia riduce le resistenze organizzative e facilita l’assimilazione delle novità, ma comporta anche un rallentamento degli effetti positivi che le riforme potrebbero produrre per la collettività. L’innovazione penetra così negli apparati amministrativi con gradualità, spesso a un ritmo inferiore rispetto alla velocità con cui evolvono la società e l’economia.
Una seconda modalità consiste nella frammentazione organizzativa. L’emergere di nuove funzioni, di problemi inediti o di competenze altamente specialistiche induce frequentemente la creazione di organismi autonomi o di strutture dedicate. La specializzazione che ne deriva consente di affrontare questioni sempre più complesse con maggiore competenza tecnica; al tempo stesso, tuttavia, essa rende più difficile il coordinamento tra amministrazioni diverse, aumentando il rischio di sovrapposizioni funzionali, conflitti di competenza e dispersione delle responsabilità. Accanto a questi strumenti si sviluppa una terza forma di adattamento, consistente nella creazione di ambiti organizzativi caratterizzati da una disciplina più flessibile rispetto a quella ordinaria. Si tratta di vere e proprie aree di sperimentazione nelle quali possono essere testate nuove procedure, nuovi modelli organizzativi e nuove tecnologie prima della loro eventuale estensione all’intero sistema amministrativo. Queste “bolle di immunità”, come vengono correntemente definite, consentono di conciliare l’esigenza di innovare con quella di preservare la stabilità dell’ordinamento, evitando che ogni sperimentazione debba immediatamente confrontarsi con la rigidità della disciplina generale.
Questi esempi dimostrano come l’amministrazione non subisca passivamente le trasformazioni provenienti dall’esterno, ma sviluppi strumenti differenziati per assorbirle e governarle, pur mantenendo una naturale inclinazione alla continuità.

Il valore della continuità amministrativa

La ridotta capacità adattiva della pubblica amministrazione non deve essere valutata esclusivamente in termini negativi. La stabilità delle strutture e delle procedure rappresenta infatti una condizione essenziale per garantire la continuità dell’azione dello Stato e l’affidabilità delle istituzioni. Fra le trasformazioni che interessano la società e la permanenza degli apparati amministrativi si determina una tensione costante. Da un lato operano le esigenze di innovazione imposte dai mutamenti economici, tecnologici e sociali; dall’altro permane la necessità di assicurare regolarità, prevedibilità e certezza nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Questa forza conservativa svolge pertanto anche una funzione di garanzia. La naturale prudenza dell’amministrazione impedisce che cambiamenti troppo rapidi o scarsamente ponderati compromettano il funzionamento degli uffici e la tutela degli interessi collettivi. La continuità amministrativa costituisce quindi un elemento di equilibrio tra l’instabilità del contesto esterno e la permanenza delle istituzioni.

Le difficoltà della politica di fronte alla complessità

Se la pubblica amministrazione incontra ostacoli nell’adeguarsi ai cambiamenti prodotti dalle grandi transizioni, il sistema politico manifesta difficoltà ancora maggiori nell’elaborare strumenti idonei a governarne la complessità. La risposta più frequentemente proposta è quella della semplificazione amministrativa. Tuttavia, tale concetto viene spesso interpretato in maniera riduttiva, come mera sostituzione di norme esistenti con nuove disposizioni legislative o regolamentari. Una simile impostazione trascura la possibilità di intervenire attraverso strumenti diversi, quali l’abrogazione di discipline non più necessarie, la delegificazione o la liberalizzazione di attività che non richiedono più un controllo pubblico così penetrante. Ridurre il numero delle procedure non significa necessariamente affrontare il problema della complessità amministrativa. Le trasformazioni contemporanee moltiplicano gli interessi pubblici da tutelare, ampliano le competenze attribuite alle amministrazioni e accrescono inevitabilmente la domanda di intervento pubblico. In questo contesto, vantare la soppressione di un determinato numero di procedimenti amministrativi rischia di rappresentare un indicatore puramente quantitativo, incapace di cogliere la reale natura delle difficoltà che investono l’organizzazione dello Stato.
Il problema assume una dimensione ancora più evidente nelle democrazie mature. Lo sviluppo storico di questi ordinamenti ha progressivamente trasformato numerosi interessi collettivi in interessi pubblici meritevoli di tutela, attribuendo la relativa cura ad amministrazioni specializzate. L’ampliamento delle competenze pubbliche ha inevitabilmente determinato una crescita del numero degli uffici, dei procedimenti e delle interferenze reciproche tra apparati amministrativi. Da tale evoluzione derivano lentezze decisionali, conflitti di attribuzione e, in ultima analisi, un progressivo indebolimento della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

Per una nuova cultura dell’amministrazione pubblica

Le trasformazioni determinate dalle grandi transizioni, sommate ai cambiamenti che si sviluppano quotidianamente all’interno degli apparati pubblici, impongono un profondo rinnovamento del modo in cui viene studiata la pubblica amministrazione. Occorre anzitutto recuperare una riflessione complessiva sull’organizzazione amministrativa, tornando a interrogarsi sul significato stesso della “macchina amministrativa”. In questa prospettiva conserva piena attualità il contributo di Lewis Mumford, che nel volume Il mito della macchina (Milano, Il Saggiatore, 1969) invita a considerare le organizzazioni non come semplici dispositivi tecnici, ma come fenomeni strettamente intrecciati con la storia, la cultura e l’evoluzione della società. E’ inoltre necessario sviluppare una interpretazione autenticamente ecologica dell’amministrazione pubblica, capace di cogliere le relazioni reciproche tra istituzioni e contesto sociale. Ciò implica distinguere i fatti dalle percezioni, valutare con equilibrio le grandi tendenze di lungo periodo senza trascurare il significato dei singoli fenomeni che contribuiscono a determinarle.
Infine, ogni riflessione sul futuro dell’amministrazione non può prescindere dal confronto con i grandi classici della sociologia delle organizzazioni. Tra questi continua a occupare un posto centrale Max Weber, la cui analisi della burocrazia, contenuta in Economia e società, costituisce ancora oggi uno dei riferimenti teorici fondamentali per comprendere struttura, funzioni e trasformazioni delle amministrazioni pubbliche. Le sue riflessioni mostrano come l’efficienza degli apparati non dipenda esclusivamente dalle regole formali, ma anche dalla capacità delle istituzioni di adattarsi alle esigenze della società senza rinunciare ai principi di legalità, imparzialità e continuità che ne giustificano l’esistenza.
E’ bene ritornare ai classici, il principale dei quali è proprio il sociologo tedesco Max Weber, del quale sono qui riportati alcuni brani tratti dal capitolo sulla burocrazia della sua opera Economia e società.
Max Weber, Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriß der verstehenden Soziologie, Parte III (“Die Typen der Herrschaft”), cap. VI, §2 (“Die bürokratische Verwaltung”), edizione postuma a cura di Marianne Weber, Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1922 (excerpta).
L’amministrazione burocratica rappresenta il tipo più puro dell’esercizio del potere fondato sulla legalità. Essa si sviluppa pienamente soltanto là dove l’attività amministrativa è organizzata come una funzione stabile, regolata da norme generali e affidata a funzionari che agiscono entro una sfera di competenza precisamente definita. Ogni ufficio possiede una competenza determinata. Questa comprende un insieme di doveri ufficiali distribuiti secondo criteri stabili, i poteri necessari per l’esercizio di tali funzioni e i mezzi di coercizione eventualmente autorizzati dall’ordinamento. Nessun funzionario può esercitare un’autorità che non gli sia attribuita dalle regole; allo stesso modo, nessuna funzione pubblica può essere esercitata come un diritto personale o patrimoniale. Le attività dell’ufficio si svolgono secondo regole che possono essere apprese. La conoscenza di tali regole costituisce una particolare competenza tecnica. Il funzionario moderno non è scelto perché appartiene a una determinata famiglia, né perché gode del favore personale del sovrano, ma perché possiede una preparazione specifica, normalmente dimostrata mediante esami o altre prove di qualificazione.
L’organizzazione burocratica è costruita come una gerarchia di uffici. Ogni ufficio inferiore è sottoposto al controllo e alla vigilanza di uno superiore. Questa struttura rende possibile il ricorso contro le decisioni e garantisce una distribuzione ordinata delle responsabilità. La gerarchia non è soltanto un mezzo di comando, ma anche uno strumento di coordinamento e di controllo dell’intera attività amministrativa. L’amministrazione si fonda su documenti scritti. Gli atti, le decisioni, le istruzioni e la corrispondenza sono conservati in forma di fascicoli. L’insieme dei documenti costituisce la memoria permanente dell’amministrazione e permette la continuità dell’azione anche quando cambiano le persone che ricoprono gli incarichi. L’ufficio moderno vive, per così dire, attraverso i suoi archivi. Il funzionario esercita la propria attività come professione principale. Egli riceve una remunerazione stabile, generalmente sotto forma di stipendio fisso, e considera la propria posizione come una carriera. L’avanzamento dipende, almeno idealmente, dall’anzianità di servizio, dal merito e dal giudizio dei superiori, non dall’arbitrio personale o dall’acquisto dell’incarico.
Il patrimonio privato del funzionario è rigorosamente separato dai mezzi dell’amministrazione. I beni, il denaro, gli edifici e gli strumenti utilizzati nell’esercizio dell’ufficio appartengono all’organizzazione e non alla persona che temporaneamente li amministra. Allo stesso modo, la posizione ufficiale non costituisce proprietà del suo titolare. Essa può essere conferita, modificata o revocata soltanto secondo le norme dell’ordinamento. La disciplina dell’ufficio richiede che il funzionario agisca con imparzialità. Egli non deve lasciarsi guidare da simpatie personali, da sentimenti o da interessi privati. L’obbedienza è dovuta alle norme e agli ordini legittimamente impartiti, non alle qualità personali di chi occupa una posizione superiore. Per questo motivo il cittadino, nel rapporto con l’amministrazione, non obbedisce alla persona del funzionario, bensì all’ordinamento giuridico impersonale che egli rappresenta. L’efficienza della burocrazia deriva precisamente dalla razionalizzazione dell’attività amministrativa. La precisione, la rapidità, la continuità, la chiarezza delle competenze, la prevedibilità delle decisioni e la riduzione dell’arbitrio costituiscono i principali vantaggi di tale organizzazione. Quanto più l’amministrazione si conforma a regole generali e a competenze tecnicamente definite, tanto più essa è in grado di affrontare problemi complessi con regolarità e continuità.
La burocrazia tende ad affermarsi in tutti gli ambiti della società moderna. Lo Stato contemporaneo non può farne a meno; lo stesso vale per le grandi imprese economiche, per gli eserciti, per i partiti politici, per le chiese e per ogni organizzazione di vaste dimensioni. L’ampliamento dei compiti amministrativi e la crescente complessità della vita economica e sociale rendono inevitabile il ricorso a un apparato stabile di specialisti. La superiorità tecnica dell’organizzazione burocratica rispetto ad altre forme di amministrazione è paragonabile alla superiorità della macchina rispetto ai metodi artigianali di produzione. Come la macchina permette una produzione più rapida, uniforme e prevedibile, così la burocrazia consente una gestione più precisa, continua e calcolabile degli affari pubblici e privati. Proprio questa superiorità tecnica spiega anche la particolare posizione di potere della burocrazia. Chi controlla l’apparato amministrativo dispone di un patrimonio di conoscenze specialistiche che non è facilmente accessibile ai profani. Oltre alle competenze tecniche, l’amministrazione tende ad accumulare un sapere pratico derivante dall’esperienza quotidiana, dalla conoscenza dei fascicoli, dei precedenti e delle procedure. Tale sapere costituisce una delle principali fonti del suo potere.
La crescente razionalizzazione della vita moderna rende quindi sempre più difficile sostituire l’organizzazione burocratica con altre forme di amministrazione. Una volta pienamente sviluppata, essa rappresenta uno degli strumenti sociali più difficili da eliminare, perché tutta l’attività collettiva finisce progressivamente per dipendere dalla continuità del suo funzionamento.