Politica
l'editoriale dell'elefantino •
La semplice psicologia dietro ogni autoattenato che si rispetti
Storia della popolarità vittimistica da confezionare in casa per diventare simboli del bene. Gli obiettivi ultimi possono differire, ma logica e tranelli restano invariati
31 LUG 26

Foto ANSA
Quello dell’Observatoire, al parco del Luxembourg, Parigi, fu uno storione più che una semplice storia. Il sospetto era, e si rivelò duraturo, che il compianto François Mitterrand, il fiorentino di Francia, l’ennesimo, se lo fosse architettato da solo per risollevare le sue sorti politiche un anno dopo la presa del potere da parte di de Gaulle (ottobre 1959). Il sulfureo e geniale Lino Jannuzzi montò un breve documentario per una mia trasmissione, il Testimone, di quasi quarant’anni fa, in cui era giallisticamente ricostruito il colpo di mitraglia contro la Peugeot del deputato della Nièvre, che nel frattempo si era rifugiato nel parco adiacente l’Avenue de l’Observatoire. All’epoca della trasmissione era in corso la campagna elettorale per il secondo mandato, sette anni dopo la grande vittoria dell’Union de la gauche del 1981. Mitterrand fu intervistato dal caro Giovanni Russo all’Eliseo, era in sublime pompa magna e per lo spettatore italiano parlò con dedizione delicata di Machiavelli. A trasmissione andata in onda, il suo staff diede segni di forte inquietudine per quella ricostruzione un po’ sacrilega, si sentì tradito per il racconto, pieno di dubbio e di mistero, su quella parte mai definitivamente chiarita, allora vecchia di trent’anni, della biografia del primo socialista a capo della Quinta Repubblica.
La psicologia dell’autoattentato è semplicissima. Se non sei amato e valorizzato abbastanza, se hai ambizioni che al momento periclitano ma potrebbero gonfiarsi come una mongolfiera o un palloncino, un’esplosione d’odio omicida contro di te può riscattarti dalla mediocrità o dalla distretta e darti una spinta formidabile. Costruirla con le tue mani, o con l’ausilio di qualche complice solforoso, è una possibile soluzione. Il resto lo farà il gioco sempre mobile e ingenuo dell’opinione pubblica. Adriano Cappellari, secondo i carabinieri di Bassano del Grappa e la Procura di Vicenza, si è procurato quanto serviva per un botto artigianale e una conseguente scorta di polizia. Chi lo ha visto alla partita del cuore dell’Aquila, spettacolo di e per giornalisti in vena di calcetto, ne parla come del classico bravo ragazzo, a quel punto ovviamente sotto scorta, e tale resta per tutti noi, chiaro. Non si sa se abbia sbagliato, se sia stato vittima della sua stessa messinscena, vedremo. Si sa che il parroco di Caivano, don Patriciello, e la stessa Giorgia Meloni si erano preoccupati per la minacciosa circostanza che aveva turbato la vita innocente di un giovanissimo giornalista impegnato a raccontare la lotta alla camorra a Caivano, un paese simbolicamente assunto a gloria del riscatto sociale governativo nell’hinterland napoletano. Giusto il perdono smarrito e tenero del parroco, subito arrivato a un giovanissimo confratello che forse non c’entra niente e forse ha ceduto all’istinto di una popolarità vittimistica da confezionare in casa, lo diranno indagini e sentenze o lo dirà lui stesso, che in senso giuridico e morale è comunque il ritratto dell’innocenza.
La popolarità vittimistica è una grande tentazione, non per noi cattivi per definizione e bastian contrari per professione, ma per tutti coloro che vogliono realizzare il bene e sono educati a blandirlo, magari in certi casi a usarlo per avanzamenti di carriera, per mettersi in luce anche bonariamente, comprensibilmente, a discapito del giornalismo, il nostro, dell’ombra e del sospetto un po’ cinico. Mi dicono che la vicenda alluda, senza nulla insinuare, per carità, a un’altra storia ambigua di sondaggi e attentati dal rilevante valore simbolico, in questo caso non un sospetto gioco solitario ma una ben orchestrata commediola all’italiana, benevola e amicale ma non innocente come il caso del simpaticissimo Cappellari. Mi dicono ma non so, sono stufo di occuparmene.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
