In Veneto è già finita la pace tra Stefani e Zaia (che medita lo strappo)

Il presidente regionale e parte dei leghisti a lui vicini continuano a disconoscere il Doge. La creazione di un nuovo gruppo in Consiglio regionale è uno scenario concreto: idealmente reincarnando quella famosa Lista Zaia invocata in campagna elettorale

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Di nuovo la Lega che trema. Di nuovo il Veneto in preda alle lotte intestine. È durata giusto il tempo dell’insediamento, la pax regionale di Alberto Stefani. Perché sotto il governatore, il Consiglio è già alla resa dei conti: zaiani e non zaiani, passato contro futuro. Con la vecchia guardia vicina al Doge che minaccia la rottura. Il casus belli arriva nella seduta di lunedì – alla quale Stefani non partecipa –, quando dai banchi in quota Pd si attacca la gestione finanziaria dei grandi eventi durante l’ultima legislatura Zaia, dalle Olimpiadi alla Pedemontana. L’opposizione che fa l’opposizione, insomma. Il tema è che la maggioranza non fa la maggioranza: Riccardo Barbisan, il capogruppo della Lega, si prende la premura di difendere Stefani ma non l’operato del suo predecessore. Sgomento in aula. Rompe il silenzio Francesco Calzavara, ex assessore al Bilancio: “Visto che nessuno parla, lo faccio io”. Gli fa eco Roberto Marcato, suo collega di un tempo allo Sviluppo economico: “Se per voi siamo un problema, ce ne andiamo”. Perfino i membri di FdI riconoscono le istanze degli zaiani, perché tra le due amministrazioni c’è una continuità oggettiva che l’area Stefani si ostina a rinnegare. Certo, l’aura di Zaia è ingombrante. Ma da qui alla damnatio memoriae ce ne passa.
Un primo indizio era arrivato già lo scorso autunno: Stefani organizza una festa per celebrare il trionfo elettorale, c’è anche Salvini, il Doge invece non viene nemmeno invitato. Una svista, forse. Poi però dalla forma si passa alla sostanza. Si riscrivono i progetti già in essere, dall’ospedale di Padova alla legge sul commercio, soltanto per metterci sopra il nome del nuovo corso. E gli amministratori più esperti finiscono relegati a ruoli marginali: Sonia Brescacin, fedelissima di Luca, è la prima a passare al Gruppo misto in tempo di record. Da oggi potrebbe non essere l’unica. La lista è lunga. Scuote la testa Elisa De Berti, storica vice di Zaia. E poi Manuela Lanzarin, Cristiano Corazzari, Roberta Vianello, Stefano Marcon, Giorgia Bedin. Oltre, naturalmente, a Calzavara e Marcato: quest’ultimo tre anni fa si era anche candidato alla segreteria regionale, salvo poi fare marcia indietro in seguito all’operazione forzata che portò Stefani al potere – voluta da Salvini, e che all’epoca Zaia avallò, va detto. Il gruppetto si estende ben oltre alla squadra dirigenziale dell’ex presidente. La consigliera Rosanna Conte, che in molti danno in bilico verso Vannacci, la pensa come loro: tra il Doge e il generale sceglie ancora il primo. C’è poi la questione geografica, non meno spinosa. Le sezioni locali della Lega hanno accusato la giunta Stefani di essere troppo Padova-centrica: di nuovo, che il baricentro politico si spostasse da Treviso alla provincia del neoeletto non è una sorpresa. Ma a questi livelli, in fatto di nomine, era difficile immaginare. Così la Liga veronese è andata su tutte le furie, con Paolo Borchia – non certo uno zaiano, lui – a fare da megafono: “Siamo arrivati a un bivio, mai visto nulla del genere in 26 anni di militanza”.
Succede allora che l’effetto domino arriva pure in Consiglio. E anche Filippo Rigo – molto vicino a Borchia – si ritrova a condividere la battaglia di Marcato e soci. Proprietà transitiva. Sono numeri importanti, oltre la metà dei consiglieri leghisti: la maggioranza non può permettersi di perderli. Eppure il rischio c’è. Anche per questo, lo stesso Stefani si è reso conto che la linea Barbisan è un problema, arrivando a un acceso confronto col suo capogruppo. Cosa succede adesso? Gli ex amministratori vicini a Zaia faticano a comprendere l’ostilità dell’area Stefani, ma ne prendono atto. La creazione di un nuovo gruppo in Consiglio regionale è uno scenario concreto: idealmente reincarnando quella famosa Lista Zaia invocata in campagna elettorale – ma potrebbe avere anche un nome diverso, piace “Terra veneta”, per esempio. L’idea è sottolineare l’appartenenza a una stagione, più che a una persona. Dietro le quinte infatti si sa anche che Zaia non è un leader politico: lui attende, si compiace in silenzio. E se dovesse arrivare una situazione vincente, eccolo lì a piantare la sua bandiera. Fino ad allora, lascia che le cose scorrano. Fatti alla mano, in effetti, non c’è bisogno di muovere un dito.