Politica
il dibattito sulle armi •
“Il Safe? L’Italia vuole assumersi le sue responsabilità. Non taglieremo il welfare”. Parla Rauti (FdI)
La sottosegretaria alla Difesa indica la strada del governo: “Dobbiamo adeguarci alle minacce della guerra ibrida. La richiesta all’Ue? Meno della metà dei 14.9 miliardi. Decide il Parlamento”
30 LUG 26

Isabella Rauti, la sottosegretaria alla Difesa in quota FdI, lo assicura: “L’Italia e l’Europa vogliono assumersi le loro responsabilità”. La figlia dello storico segretario dell’Msi Pino Rauti parla al Foglio e interviene sul Safe. Prova a fare chiarezza dopo l’apertura – la fuga in avanti – di Antonio Tajani sui prestiti europei per la difesa e la sicurezza. Come stanno le cose? “Andiamo con ordine”, dice Rauti che fa una premessa di carattere tecnico. “L’Italia ha manifestato interesse per 14,9 miliardi, è un prestito che può essere restituito a lunga scadenza, massimo entro 45 anni. E’ un periodo lungo di ammortamento, con un tasso di interesse vantaggioso, ma anche con tutti gli svantaggi burocratici e di vincolo di scelta con gli altri partner europei. Il Safe infatti prevede alcuni requisiti”. Quali? “La presentazione di un piano nazionale di investimenti per la difesa, acquisti congiunti con un altro stato membro e che il 65 per cento del valore dei componenti del prodotto finale acquistati abbia origine nell’Ue. Si tratta inoltre di uno strumento economico alternativo ai Bot e ai Cct. Stiamo valutando costi e benefici, ma anche le criticità”. Quelle che spingono la Lega, soprattutto, a mostrare un certo scetticismo. Si riuscirà a trovare una sintesi in Parlamento? “Se accedere al Safe e in che misura si deciderà entro fine anno. E’ una scelta tecnica, non politica. Per intenderci – spiega il sottosegretario, guardando alle comunicazioni di Giorgetti della prossima settimana – la scelta politica sarà quella sullo scostamento di bilancio in relazione alle spese di difesa e di energia”.
Da mesi gli Stati Uniti di Donald Trump mandano messaggi all’Europa: assumetevi le vostre responsabilità. E’ arrivato questo momento? “L’Italia e l’Ue vogliono assumersi le loro responsabilità di difesa e sicurezza. Ma non per reazione ai messaggi di qualcuno, quanto per continuare a contribuire all’Alleanza ma senza dipendere da nessuno”, risponde Rauti. “Viviamo tempi di instabilità pervasiva globale e l’Europa deve garantire da sola la propria sicurezza. L’Italia lavora in questa direzione, per rafforzare il pilastro europeo della Nato, nella consapevolezza che la sicurezza del Vecchio continente si costruisce insieme agli alleati ed ai partner che condividono gli stessi valori ed interessi strategici”. Per la senatrice di FdI, quindi, “il modello è quello di una difesa europea integrata ed interoperabile, nella cornice della Nato, con l’obiettivo della massima deterrenza”. E in questo senso il Safe potrebbe essere utile. Dei 14,9 miliardi “prenotati” non tutti dovranno essere necessariamente utilizzati. Al governo esistono già delle stime? “La stima è evidentemente subordinata alla ‘scelta regina’, se accedere al finanziamento”, sottolinea Rauti, lasciando intendere che ci sarà ancora da discutere. “Ma al momento è stato già chiarito che il nostro paese richiederebbe eventualmente una percentuale inferiore alla metà del tetto previsto”.
Chi si oppone al Safe sostiene che le risorse per la difesa andrebbero sottratte ad altri capitoli di spesa. “Voglio chiarire ancora una volta che il governo non intende in nessun modo ridurre il welfare per finanziare le spese di difesa e sicurezza: le risorse verrebbero utilizzate sui capitoli già impegnati dalla Difesa ed in base alle esigenze o alle emergenze del momento”. Quali potrebbero essere le priorità? “Una cosa è chiara su tutte: dobbiamo adeguare le capacità difensive del paese alle minacce ibride e sempre più sofisticate”.
M5s e Avs sono contrari al Safe, così come lo sono pezzi del Pd. Sostengono che il Safe sia quasi sinonimo di riarmo. Si oppongono anche all’aumento delle spese militari al 5 per cento del pil e poi, ancora, denunciano che molte delle risorse non finiranno in progetti comuni europei, ma arricchiranno l’industria militare americana o israeliana. “Premesso che le opposizioni non hanno una linea concorde su niente, come confermato, da ultimo, dalle numerose mozioni presentate alla Camera per il voto di martedì scorso sulle missioni internazionali, anche su questo sbagliano”, ribatte Rauti. Dove sta l’errore? “Come si evince dal regolamento Safe il costo dei componenti provenienti dall’esterno di Ue, stati Efta-See e Ucraina non può superare il 35 per cento del costo stimato dei componenti del prodotto finale. Inoltre solo i seguenti paesi non appartenenti all’Ue possono partecipare al progetto: Albania, Canada, Corea del Sud, Giappone, India, Macedonia del Nord, Moldova, Norvegia e Regno Unito”. Prima di congedarsi, Rauti, ci tiene a sottolineare un ultimo aspetto: “Ricordo che è stata una richiesta dell’Italia modificare il nome del ‘RearmEu’ in ‘Readiness’ e non è solo una questione nominalistica ma di sostanza”.
