Politica
I No Tav e la zona grigia •
In val di Susa una violenza che troppi a sinistra considerano una appendice del dissenso
I tempi per il completamento della Tav si sono allungati. La messa in servizio è oggi prevista entro la fine del 2033. Non soltanto per colpa dei teppisti No Tav, naturalmente: anche le esitazioni, i ripensamenti e la lunga verifica imposta dai governi giallo-verde e giallo-rosso hanno contribuito a rallentare il percorso dell’opera

Foto Ansa
Sabato Chiomonte e la Val di Susa sono state teatro, per l’ennesima volta, di violentissimi scontri tra gruppi antagonisti, arrivati da varie parti d’Italia e d’Europa, e le forze dell’ordine poste a presidio del cantiere Tav. Nulla di nuovo, purtroppo. Da quasi vent’anni, soprattutto in estate, alcune frange violente si danno appuntamento in valle per assaltare il cantiere utilizzando pietre, bombe carta, molotov e dispositivi artigianali. Il tutto dentro una mobilitazione nella quale l’area antagonista torinese, compresa quella che fa riferimento al centro sociale Askatasuna, svolge da anni un importante ruolo politico e organizzativo. Le responsabilità specifiche per gli attacchi di sabato, naturalmente, dovranno essere accertate dagli investigatori.
In molti mi chiedono come mai, dopo vent’anni, non si sia ancora riusciti a impedire che tutto ciò avvenga. Una parte della risposta può essere cercata nelle parole di Lucia Musti, procuratrice generale presso la Corte d’appello di Torino, che ha parlato di una zona grigia, anche colta e borghese, capace di guardare con una certa indulgenza a questi antagonisti, scambiandoli o trasformandoli nei nuovi partigiani.
Paragonare chi assalta un cantiere e aggredisce le forze dell’ordine ai partigiani che su quelle montagne morirono per cacciare fascisti e nazisti è, a mio giudizio, una vera e propria bestemmia. Eppure, in questi vent’anni, ci sono stati intellettuali, scrittori e artisti che hanno solidarizzato con la battaglia No Tav e che non sempre hanno saputo, o voluto, tracciare una linea abbastanza netta tra le ragioni della protesta e i metodi violenti di alcune sue frange. Spesso, per la verità, senza avere capito fino in fondo con che cosa e con chi stessero solidarizzando.
Esistono almeno due domande semplici alle quali i sostenitori più indulgenti del movimento non hanno mai risposto in modo convincente.
Perché tutta questa guerra contro un treno?
E perché un movimento che dice di voler difendere l’ambiente e trasferire il traffico dalla gomma al ferro ha concentrato quasi tutte le proprie energie contro la nuova linea ferroviaria, riservando alla seconda canna autostradale del Fréjus una mobilitazione incomparabilmente più debole?
La seconda canna è stata inaugurata il 28 luglio 2025. Non è vero che abbia formalmente raddoppiato la capacità del traforo: il traffico continua a essere organizzato su una corsia per senso di marcia, ora separata per ragioni di sicurezza. Ma resta una contraddizione politica evidente. In tutto il mondo gli ambientalisti si battono per sostituire la gomma con il ferro; in Italia, invece, la battaglia più radicale, ostinata e spesso violenta è stata condotta contro l’infrastruttura ferroviaria, mentre quella stradale è stata contestata in modo molto più tenue. È la grande contraddizione di questi ambientalisti al contrario.
Eppure, in vent’anni, queste domande sono state poste raramente ai leader del movimento. Anche i partiti che hanno sostenuto la battaglia No Tav hanno preferito spesso non misurarsi con questa contraddizione. Alla violenza, intanto, sembra che ci si sia abituati: arrivano i soliti, ipocriti e scontati comunicati di solidarietà alle forze dell’ordine, che sono i veri eroi di questi vent’anni, e il giorno dopo tutto ricomincia come prima.
Nel frattempo, i tempi per il completamento dell’opera si sono allungati. La messa in servizio è oggi prevista entro la fine del 2033. Non soltanto per colpa dei teppisti No Tav, naturalmente: anche le esitazioni, i ripensamenti e la lunga verifica imposta dai governi giallo-verde e giallo-rosso hanno contribuito a rallentare il percorso dell’opera.
La destra utilizza gli scontri per attaccare la sinistra. Una parte della sinistra, pur condannando formalmente le violenze, continua però a mostrare un rapporto politicamente ambiguo con un movimento che non ha mai reciso fino in fondo il legame con le sue frange più aggressive. Al momento in cui scrivo, Elly Schlein non è intervenuta personalmente sui fatti di sabato, anche se altri dirigenti e amministratori del Pd hanno condannato gli attacchi. Il silenzio della segretaria resta una grave sgrammaticatura politico-istituzionale, soprattutto per chi ambisce alla presidenza del Consiglio.
Sono lontani i tempi in cui Torino aveva un sindaco come Sergio Chiamparino, in prima linea a difesa di un’opera strategica per la sua città e per l’Italia e altrettanto netto contro ogni deriva violenta. Secondo le prime ricostruzioni, a guidare gli attacchi di sabato sono stati soprattutto militanti arrivati da fuori valle, compresi numerosi stranieri. Gruppi spesso difficili da identificare, pronti a ripresentarsi l’anno prossimo per quello che potremmo chiamare, con triste ironia, il palio di Chiomonte.
Chissà se qualcuno dei leader politici che hanno affidato alle agenzie di stampa il proprio sdegno troverà anche il tempo e il coraggio di salire a Chiomonte, per dare un segnale concreto di solidarietà alle donne e agli uomini di polizia, carabinieri, guardia di finanza ed esercito che garantiscono, 365 giorni l’anno e da troppi anni, la sicurezza dei lavoratori del cantiere.
Sul versante francese, peraltro, non esiste un dispositivo permanente paragonabile a quello schierato in Val di Susa. Anche questo dovrebbe suggerire qualche domanda sul prezzo che l’Italia, le sue forze dell’ordine e i suoi contribuenti continuano a pagare per una violenza rituale che troppi, per troppo tempo, hanno scelto di considerare una semplice appendice del dissenso.
Stefano Esposito è ex senatore del Pd