“Allarme democratico!”. Così dalla legge elettorale all’Autonomia la sinistra prepara ricorsi alla Consulta

La strategia del campo largo per battere la destra: adire la via della Consulta. Su tutti i dossier, dallo Stabilicum alle potenziali nuove regole che estendono la legittima difesa

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When in trouble, ricorri alla Corte costituzionale. Altro che canicola. A sinistra da alcune settimane è ormai scattata l’estate del grande allarme democratico. Che dalle parti di Elly SchleinGiuseppe ConteAngelo Bonelli e Nicola Fratoianni preoccupa più delle temperature inusitatamente calde. E allora nel campo largo, per ogni grande dossier che ci si ritrova a maneggiare, a un certo punto, dopo pensose elucubrazioni, s’arriva alla medesima conclusione: “E se adissimo la via del ricorso costituzionale?”. In Avs ci stanno già lavorando per far caracollare lo Stabilicum. Mentre i presidenti di due regioni di centrosinistra, il pugliese Antonio Decaro e il campano Roberto Fico, il ricorso alla Consulta contro l’autonomia differenziata l’hanno già bell’e pronto. Contrastare l’estensione della legittima difesa? Conoscete già la risposta.
Ieri l’Aula della Camera ha dato il via libera alle risoluzioni a proposito delle pre-intese sull’autonomia raggiunte tra il governo e le regioni Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte. Ma ancor prima che arrivasse l’ok, che ora comunque dovrà passare dall’approvazione in Cdm di singoli disegni di legge per ognuna delle regioni coinvolte, un governatore del sud come il pugliese Antonio Decaro, aveva già chiarito quale fosse la strategia per contrastare la riforma voluta dal centrodestra: “Faremo sicuramente ricorso alla Corte costituzionale e spero che lo facciano anche la Campania e altre regioni del sud. Se non si interviene si rischia di creare un divario difficilmente colmabile tra nord e sud”, ha detto l’esponente del Pd. Un invito prontamente raccolto dal collega Roberto Fico, presidente della Campania in quota M5s: “La regione Campania assumerà qualsiasi iniziativa affinché, anche nelle sedi giurisdizionali competenti, sia interrotto questo percorso di divisione del nostro Paese”, ha rimarcato Fico. Indugiando sul precedente del 2024, quando “la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime molte parti della legge sull’autonomia. Se ne sarebbe dovuta trarre una lezione, e, invece, si va avanti e sta purtroppo prendendo corpo, questa idea di una Italia a più velocità”. Ora, insomma, si spera di replicare per via giurisdizionale quell’inciampo che ha fatto perdere tempo al governo. E a esplicitare che questa sarà la linea di tutta la coalizione, anche a livello nazionale, basta scorrere quanto detto ieri da Schlein che ha parlato di “paese che rimarrà uno e indivisibile, nonostante voi”. E secondo cui quello approvato ieri è il frutto “di uno scellerato baratto tra l’autonomia e la legge elettorale. Questo governo sta cercando di mandare avanti l’autonomia differenziata, nonostante la sentenza della Corte costituzionale che ha smontato l’impianto della legge Calderoli, nonostante questo il governo continua ad andare avanti fischiettando, ormai è quello che sanno fare meglio”. Le opposizioni hanno poi inscenato una protesta ostentando, come avevano fatto con lo Stabilicum, cartelli nell’emiciclo.
A proposito di legge elettorale: il grande allarme democratico, Carta costituzionale alla mano, dovrà essere affrontato con i giusti e rigorosi strumenti, sostengono sempre nel variegato campo progressista. Per questo, soprattutto in Avs, da settimane sono al lavoro con i tecnici giuridici per capire come e quando, qualora la legge elettorale venisse approvata anche al Senato, depositare un ricorso alla Consulta. Stessa cosa è pronta a fare +Europa. Ricorso che peraltro potrebbe intervenire anche in maniera “positiva” sul testo perché, anche a dire della stessa maggioranza, “i listini bloccati potrebbero essere considerati incostituzionali”, spiega un parlamentare del centrodestra. E in tal caso le modifiche introdotte dalla Corte potrebbero essere direttamente applicabili per la prossima tornata elettorale. Anche nel Pd si osserva molto da vicino la partita, dopo l’incardinamento della legge in commissione Affari costituzionali arrivato ieri al Senato, dove le audizioni per regolamento non possono essere più di 26 (alla Camera erano state 72). Come era stato ventilato nelle settimane scorse, c’è chi addirittura non esclude un fronte comune (in questo caso sospinto anche dai 5s) per chiedere un ulteriore referendum, dopo quello sulla giustizia. Un modo, nelle intenzioni soprattutto di Schlein (ma anche di Conte), per cercare di capitalizzare il lavoro dei comitati permanenti rimasti in campo dalla vittoria del “No” a marzo. Di certo c’è che le mobilitazioni di contrasto alla legge non si fermeranno, per esempio quelle imbastite, oltre 100, dalla Fondazione Demo presieduta da Gianni Cuperlo. E il ricorso alla Consulta dovrebbe essere sostenuto da un fronte di associazioni quali Giustizia insieme, Articolo 21 e Gruppo costituzione e democrazia.
Non c’è però solo questo nell’orizzonte estivo del campo largo. Perché anche sui futuribili (non da intendere unicamente come vannacciani ma genericamente come probabili) provvedimenti per estendere le garanzie della legittima difesa, a sinistra non escludono una strategia similare, fatta di ricorsi e carte bollate per sintetizzare il “no pasaran”. Non sappiamo se ci sarà un autunno caldo ma sicuramente, nel caso, sarà preceduto dall’estate del ricorso rosso. Anche se “l’alibi non regge e l’evidenza sfugge”, canterebbero i Cccp. A proposito di allarme.