Le avventure del tribunismo estremista, da Parigi a Roma

Tramontano le classi dirigenti e i partiti tradizionali, e si affaccia il bullismo come linguaggio politico. Ci stiamo di nuovo cacciando nei guai

18 LUG 26
Immagine di Le avventure del tribunismo estremista, da Parigi a Roma

Foto ANSA

Il tribunismo, quello sporcificante, adulterato da paura e odio, rischia un grande ritorno in Europa. E la cosa ci riguarda, forse ci stiamo cacciando di nuovo nei guai. Il liberalismo riformista, tenace e a suo modo grandioso, con l’esperimento impossibile ma autentico di Macron in Francia, paese antiliberale, egualitario, libertario, barricadero, venato di comportamenti sociali rossobruni, un paese che sogna con Rousseau e ha tradito più volte Montesquieu e Constant, è andato incontro a sconfitte a ripetizione. Ma un punto strategico l’ha realizzato. Marine Le Pen e il suo delfino Bardella si sono, come dicono i francesi, dediabolizzati, demostrificati. Dieci anni dopo, sono diversi e parecchio rispetto al punto di partenza, alla cultura delle origini, a scelte politiche antisistema che incutevano un brivido di paura alla Marianna repubblicana. Restano molti dubbi sulla politica europea, sulla posizione internazionale del paese all’insegna di euroscetticismo e sovranismo, con un sospetto abbastanza solido di putinismo strisciante, sul rapporto con l’economia di mercato, l’impresa, la società civile, e sull’immigrazione e il cosiddetto identitarismo. Ma progressi ce ne sono stati. Bardella, candidato per Matignon a fianco della sua leader candidata all’Eliseo, si è più volte richiamato all’esperimento Meloni in Italia, quattro anni di controversa ma normalizzata stabilità per un governo guidato da una forza outsider che assume un profilo istituzionale e mainstream, conservatore invece che ideologicamente estremista, e questo nonostante nel Parlamento europeo i lepenisti siedano con i leghisti salviniani e altre forze di destra estrema e populista, non con i conservatori di Meloni.
Il problema è che la caccia al consenso, in situazioni radicalizzate e in paesi in cui è tramontata l’egemonia ideale delle classi dirigenti e dei partiti tradizionali (in Francia socialisti e gaullisti), in cui la psicologia della piazza pulita la fa da padrona come corrente d’opinione di massa, il tribunismo e la voce grossa, il bullismo come metodo, rischiano di avere una loro rivincita e di avviare un processo retrogrado verso la ipersemplificazione e l’abbrutimento del linguaggio politico. Trump fa scuola, il vincente di turno sulla scena mondiale è quello che delegittima l’avversario, chiude ogni dialogo, brutalizza le libertà civili, contesta anche la validità delle procedure elettorali. Per Marine Le Pen c’è la complicazione giudiziaria, e anche su quella il trumpismo è il riferimento obbligato. Per superare lo svantaggio dovuto a una condanna per uso indebito dei fondi europei, i toni da crociata ideologica antisistema possono tornare a risuonare accaniti. E questo sia nel caso di un avversario come Mélenchon, il tribuno di una estrema sinistra rossobruna e antisemita, sia nel caso di un moderato con molte fragilità e un po’ incolore come Edouard Philippe, facile da inchiodare come erede effettivo, malgrado le differenze, dell’impopolare potere macroniano. (I riformisti socialdemocratici a sinistra sono in via di probabile emarginazione dal secondo turno, salvo sorprese).
Da noi in Italia il fattore tribunizio e bulleggiante, che potrebbe snaturare del tutto lo scontro anche duro ma serio tra le due donne leader del centrodestra e del centrosinistra, ha la forma dell’outsider appena arrivato, il generale Vannacci, e dei sondaggi ballerini ma rampanti che lo accreditano di una quota di consenso sufficiente a far perdere il centrodestra se fuori dall’alleanza con esso o a condizionarlo pesantemente se incluso nella coalizione. E anche qui la marginalità dei riformisti liberali è un dato di fatto prevedibile. Come dicevo, forse ci stiamo cacciando nei guai. La ragione potrebbe tornare ad avere torto.