Politica
Data center in libertà •
Il centrodestra ha le idee confuse su come gestire i data center
In Piemonte e Lombardia la maggioranza opta per il giusto equilibrio fra pubblico e privato. In Parlamento invece è liberi tutti
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Foto di Daniele Solavaggione per LaPresse
Saranno stati solo in duecento – come hanno scritto anche i giornali amici – ma la manifestazione di Lacchiarella di sabato scorso alle porte di Milano (titolo ad effetto “Facciamo rumore”) segna un passaggio importante dell’iniziativa dei comitati No Data. Era la prima piazza di un qualche peso, seguiva una mobilitazione d’altro genere a Certosa (“il festival dell’Intelligenza naturale”) e soprattutto ha dato sbocco a un fiorire di appelli e convocazioni di consigli comunali aperti che ha interessato l’hinterland milanese. Nel caso specifico di Lacchiarella la protesta è stata organizzata dal comitato Ciarlasco in diretta polemica con un investimento di 3 miliardi del fondo Pimco, descritto dagli attivisti No Data come uno dei maggiori in Europa. Ma poco lontano, nel triangolo con Zibido San Giacomo e Binasco, è previsto un altro mega-impianto della K2 Strategic (si parla di 5,6 miliardi di valore) e una nuova stazione elettrica Terna da 100 mila metri quadri. L’accusa dei promotori del meeting di Lacchiarella è che i terreni su cui nasceranno le nuove “fabbriche vuote” sono greenfield e quindi c’è un eccesso di consumo di suolo.
Assolto il dovere di cronaca stacchiamoci però un momento dalle proteste locali, dai nuovi Nimby e proviamo a inquadrare in chiave macro il fenomeno data center, il maggior flusso di investimenti stranieri diretti in Italia in corso da tempo. Un fenomeno che non avevamo previsto. Una corsa all’oro – è stata addirittura definita – che vista la saturazione dei mercati tradizionali del Nord Europa, da Francoforte a Dublino, da Londra ad Amsterdam, si sta rivolgendo verso il Nord Italia e che non può non generare aspettative e benefici. Per di più in una stagione in cui il Pnrr è finito e gli unici investimenti in fieri sono quelli legati agli acquisti di macchinari incentivati da Transizione 5.0.
Finora si è parlato giustamente della concentrazione in Lombardia, attorno al polo di Milano e lungo le direttrici che portano a Pavia e Novara. Ma qualcosa del genere sta accadendo anche in Piemonte, dove le autorità locali registrano, con malcelata soddisfazione, 80 richieste di nuovi impianti che si aggiungerebbero ai 16 già operativi. In Lombardia le strutture attive, secondo il Politecnico di Milano, sono già 33 e 10 sono in costruzione nella sola area metropolitana. Le stime complessive per l’Italia sono di 25 miliardi di investimenti tra il 2026 e il 2028, dei quali quasi due terzi proprio in Lombardia. Un elenco largamente incompleto degli investitori include Bain, Amazon, Google, Microsoft, Digital Realty, Aruba ed Equinix. Per tasso di crescita e concentrazione di capitale sui singoli progetti il flusso di investimenti sui data center non ha rivali. E per questo motivo, c’è da giurarci, il caso dei nuovi impianti e delle proteste locali sarà al centro dell’attenzione mediatica da settembre in poi.
La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato le reazioni dei comitati non solo per i rischi legati al consumo di suolo, ma anche per l’impatto sulle reti energetiche e idriche dovuto ai grandi fabbisogni di energia e acqua che i data center comportano. A guardare con interesse agli investimenti delle big tech non sono solo il Mimit o le regioni interessate ma anche i singoli piccoli comuni chiamati a ospitare le fabbriche dei dati. Per un municipio un insediamento di questo tipo può valere tra oneri di urbanizzazione e Imu dai 3 ai 15 milioni ovvero un upgrading inaspettato del bilancio. Così si spiegano le reazioni dei sindaci come quello di Certosa, Marcello Infurna, che intervistato dal quotidiano Avvenire si è dichiarato contrario alla “demonizzazione” dei data center. “Meglio governare i processi che subirli. E portare a casa 100 posti di lavoro altamente qualificati”. In realtà, mentre qualcuno sogna delle piccole Silicon Valley, il contributo all’occupazione da parte dei nuovi stabilimenti non è eccezionale e infatti finora i sindacati non si sono scaldati più di tanto. Per controllare i server sono necessari 30-50 tecnici per turno, non di più. Se Cgil-Cisl-Uil devono ancora fare la somma algebrica tra consumo di suolo e posti di lavoro, Legambiente e Wwf si stanno mobilitando e in campo politico chi cerca di fare da sponda ai Comitati locali è l’Avs di Bonelli & Fratoianni, che ha fatto sue le parole d’ordine contro il consumo di suolo, i rischi di black out elettrico e il dispendio di acqua.
Se la situazione è in movimento e ancora manca una legge nazionale che regoli la materia e disciplini il traffico, la politica locale non è stata con le mani in mano. La regione Lombardia ha emanato una legge regionale e il Piemonte ha già dichiarato di voler fare altrettanto. Entrata in vigore lo scorso 20 giugno, cerca di mixare carota e bastone e si prefigge uno sviluppo ordinato degli investimenti senza nuocere al territorio. Come? La prima indicazione è quella di utilizzare le aree industriali dismesse, in gergo i brownfield, per localizzare i nuovi data center. In cambio, chi costruisce paga minori costi, gode di procedure abbreviate e altri protocolli di semplificazione. Se invece gli investitori stranieri scelgono per le loro “fabbriche vuote” terreni agricoli i contributi edilizi aumentano del 100 per cento e se si tratta di aree inserite nei parchi naturali si va al 200 per cento. Per il centrodestra, che guida la Lombardia, emanare una legge di questo tipo è stato un test originale di regolazione amministrativa, terreno sul quale il centrosinistra è più abituato a muoversi seppur con risultati alterni. Ma al di là delle matrici politico-culturali della legge sarà interessante capire se funzionerà oppure se una multinazionale, pur di scegliere il sito che più le aggrada, sia disposta a pagare le penali senza battere ciglio.
Anche in tema di consumo energetico le disposizioni volute dal governatore Attilio Fontana e affidate all’assessore competente Massimo Sertori obbligano gli investitori a utilizzare esclusivamente energia prodotta da fonti rinnovabili. E comprendono anche il divieto di far ricorso agli acquedotti pubblici per raffreddare i server. Infine è previsto l’uso di tecnologie di recupero del calore residuo per convogliarlo verso le reti locali di teleriscaldamento. I piccoli sindaci, poi, hanno a disposizione un prontuario di negoziazione dei divieti e delle compensazioni che evita di lasciarli soli davanti ai Big Tech e nel contempo Fontana e i suoi sono convinti che la loro legge non farà scappare gli investitori proprio perché modula ragionevolmente incentivi e disincentivi. Queste considerazioni non hanno però fatto del tutto breccia nell’opposizione (Pd, Avs e 5 stelle, a cui si è aggiunta la Cgil) che pur senza fare le barricate imputa alla legge di fissare sanzioni facilmente aggirabili, di non proteggere l’ambiente e di sacrificare i terreni più fertili. E’ facile però che il Piemonte, guidato da una giunta di centrodestra, nell’elaborazione di una sua legge regionale ricalchi le soluzioni individuate dai lombardi. Dalle prime indicazioni ci sarà una mappatura delle aree e le zone preferenziali saranno quelle di aree industriali dismesse mentre saranno esclusi parchi e riserve naturali. E anche in Piemonte gli investitori saranno obbligati a usare le fonti rinnovabili e i sistemi di raffreddamento a basso contenuto idrico.
Chapeau dunque alla maggioranza di centrodestra che ha saputo intervenire per tempo a livello di territorio? No. Purtroppo la coerenza fa difetto alla coalizione Meloni e così mentre in Lombardia si sforzavano di regolare la materia usando la testa, in Parlamento una manina ha introdotto nell’articolo 8 del decreto Bollette una norma che bypassa le regioni. Infatti, per i progetti riconosciuti dal governo di “interesse nazionale” le big tech possono costruire i loro data center dove vogliono e non è nemmeno necessaria una modifica al Piano urbanistico locale. Basta pagare in più gli oneri di costruzione e si può saltare il confronto locale con le regioni e i comuni. E ci sono già almeno tre casi (Magenta, Bollate e Peschiera Borromeo) dove, secondo il parere del Sole 24 Ore, si apre da subito un conflitto amministrativo fra stato e regione Lombardia di questo tipo. La verità è che evidentemente il centrodestra non ha le idee chiare sul come gestire i flussi di investimento legati alla costruzione delle nuove fabbriche. A Milano pensa a un compromesso tra pubblico e privato, a Roma crede che sia più giusto che la politica si faccia da parte e si allontani fischiettando.