I leghisti in Rai misurano Vannacci, pronti (non si sa mai) a iscriversi

Il presidente di Futuro nazionale denuncia la censura tv, ma i manager vicini alla Lega ormai decotta già si mettono in divisa. Resta solo da capire chi sarà il primo a infilare nella cornice il ritratto del generale per poi appenderlo in ufficio

26 GIU 26
Immagine di I leghisti in Rai misurano Vannacci, pronti (non si sa mai) a iscriversi

Foto Ansa

C’è, su ogni piano della Rai, un armadio ideale chiuso a chiave dove riposano le foto dei leader da appendere nei corridoi secondo la stagione politica. Da qualche settimana, raccontano, quell’armadio si apre più spesso del solito. Non per appendere già il volto del generale Roberto Vannacci – sarebbe prematuro, e i funzionari della tv pubblica il prematuro lo temono più di un taglio del canone – ma per prendere le misure della cornice. Ieri, fuori dall’azienda, qualche decina di militanti vannacciani, accompagnati da due parlamentari, sudavano sotto il sole di Roma gridando alla censura della Rai, contro la tv di stato che non dà spazio a Futuro nazionale: gli ultimi assediati del “sistema”. Dentro, il “sistema” invece aveva già preso le misure del generale, con la cura di un sarto che valuta a occhio la circonferenza del cliente prima ancora che ordini l’abito, sapendo che, prima o poi, sceglierà pure la stoffa.
Chi ha gestito la stoffa, in questa storia, ha un nome e un cognome: Alessandro Morelli, senatore leghista, vicino a Matteo Salvini, un ex dj di Radio Padania che da quando si occupa di Rai veste completi gessati che sarebbero probabilmente piaciuti anche ad Al Capone. In questi anni, Morelli ha promosso, suggerito, sponsorizzato, e facilitato carriere a conduttori, direttori, vicedirettori, caporedattori, corrispondenti, mezzibusti da cerimonia e persino ospiti a contratto che oggi si guardano intorno con la stessa attenzione clinica con cui si guarda un termometro lasciato sul comodino di notte. Perché il problema di Matteo Salvini, e dunque di Morelli che ne è un prodotto, non sono solo i sondaggi in caduta della Lega. Il problema è che nei corridoi del partito barcollante circola da qualche tempo un’ipotesi più severa di qualunque rilevazione, ovvero che il segretario possa non restare segretario, che qualcuno lo sostituisca prima ancora che si arrivi alla prossima Pontida, in autunno, o alle elezioni del 2027. Non è una certezza – di certezze, in questa storia, non ce n’è alcuna – ma è un’ipotesi che gira; e nei partiti, come nelle redazioni dei giornali, le ipotesi che girano abbastanza a lungo finiscono sempre per somigliare a previsioni che si autoavverano.
E così, dentro la Rai, in queste settimane, in queste ore, proprio mentre i vannacciani marciano sulla Rai urlando alla censura ma pensando alla roba, tutti i dirigenti che alla Lega devono la carriera, i membri del consiglio di amministrazione, i tenutari di spazi in onda corta e onda media, persino i corrispondenti dall’estero dei Tg, osservano lo stato di salute di Salvini con la cura riservata a un parente anziano. A loro converrebbe vederlo rimettersi in piedi, ma le notizie, settimana dopo settimana, arrivano sempre più cupe. Tutti sanno già, più o meno, dove dovranno traslocare. I posti meloniani sono occupati da tempo, e occupati sono pure quelli di Forza Italia. Persino Maurizio Lupi, che pure governa un partito che vive di decimali, ha già la sua gente nei corridoi. Non resta che il generale Vannacci: l’unica foto ancora libera nell’armadio, l’unica maglietta XXL rimasta nello spogliatoio di destra. D’altra parte in Rai funziona così. Si pensi alla storia di quell’oscuro cronista musicale che un giorno si ritrovò alla guida del Tg1 perché si era avvicinato al momento giusto, né troppo presto né troppo tardi, al Movimento 5 stelle. Il problema, naturalmente, è il momento. L’attimo. Timing Vannacci.
E allora c’è il direttore del canale radio, nominato da Morelli, un ex montatore di studio elevato alla direzione, che sta già calcolando il passo: non vuole essere il primo, che farebbe la figura dell’opportunista, né l’ultimo, che farebbe la figura del ritardatario a una festa già finita. C’è il sindacalista Unirai che è pronto al salto, ma vuole capire che ne viene di buono. C’è il direttore delle “relazioni esotiche”, pure lui leghista, ovviamente, che ha già cominciato a citare il generale nelle riunioni con la prudenza di chi recita un’invocazione sottovoce. O il direttore leghista dei servizi regionali che aspetta segnali più chiari dal territorio, ma quelli notoriamente arrivano sempre con un certo ritardo. Per non dire dei due direttori, quello delle cose già successe e quello delle cose coltissime, che sono leghisti, sì, ma stanno gestendo la propria transizione con una cura particolare: sono abituati a maneggiare materiale d’archivio, e sanno meglio di chiunque altro come si rimonta una sequenza senza che si veda il taglio. Il megadirettore della produzione galattica, sempre pratico, invece ha già preventivato i costi del cambio di scenografia. E insomma tutto il mondo che per anni si era orientato sulle righe gessate degli abiti del povero Morelli come su una mappa che non porta più da nessuna parte, oggi guarda altrove. Resta solo da capire chi sarà il primo a infilare nella cornice il ritratto del generale Vannacci per poi appenderlo in ufficio. Nel frattempo i parlamentari di Futuro nazionale, gli uomini del generale, fingono di sentirsi perseguitati da una tv di stato che li ignora. E invece sta solo prendendo le misura per la nuova divisa.