Perché lo sponsor di Schlein si chiama Meloni

A destra e a sinistra si fa largo una convinzione comune sulla leader del Pd: solo con lei in campo Meloni può rivincere. Paura delle primarie, urgenza sulla legge elettorale e ragioni simmetriche di una paura e di una speranza

25 GIU 26
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Quando una legislatura volge al termine, e chissà che il termine sia più vicino rispetto agli scenari primaverili delineati in questi giorni, trovare punti di contatto tra la maggioranza e l’opposizione è un’operazione difficile, spericolata, a tratti impossibile. Se la maggioranza dice “A”, l’opposizione non potrà che dire “B”, anche se la “A” pronunciata dalla maggioranza non è così distante dalle idee dell’opposizione. E viceversa, se l’opposizione dice “B”, la maggioranza, anche nel caso in cui dovesse trovarsi in sintonia con la proposta dell’opposizione, non può che fare di tutto per mostrarsi distante dagli avversari. C’è una campagna elettorale da costruire, un’alternativa da creare, un paese da conquistare e cercare punti di contatto, proprio ora, è il ragionamento diffuso, significherebbe lavorare a un suicidio politico. Esiste però un tema sul quale un pezzo importante del centrosinistra, quello che Elly Schlein forse definirebbe “l’establishment”, e un pezzo importante del centrodestra, praticamente tutto, si trovano da tempo in una sintonia delicata e perfetta e quel tema ha a che fare con una valutazione politica che rallegra qualcuno e che intimorisce qualcun altro e che comunque lo si voglia prendere, sia da destra sia da sinistra, coincide con una valutazione di fondo che grosso modo suona così: solo un’opposizione guidata da Elly Schlein può permettere al centrodestra di rivincere senza troppa difficoltà le prossime elezioni. Non sappiamo se la valutazione sia corretta, abbiamo il sospetto che lo sia, ma sappiamo che da tempo, nei due schieramenti, vi sono movimenti vari, intercettati naturalmente anche da Elly Schlein, che vanno in questa direzione. Giuseppe Conte, due giorni fa, alla festa della Verità, ha detto per la prima volta che sarebbe disposto anche a rivedere l’idea di organizzare le primarie del campo largo, mosso probabilmente dalla consapevolezza che le primarie rischierebbero di consegnare senza se e senza ma la leadership a Elly Schlein. Conte, come diversi dirigenti del Pd, è convinto che la coalizione di centrosinistra rischia di perdere, con una Schlein candidata premier.
E per quanto il nome segreto a cui il presidente del M5s pensa come leader perfetto per guidare la coalizione inizi per “C” e finisca per “onte”, non è un mistero che questa consapevolezza sia la stessa che hanno da tempo in tanti all’interno del centrosinistra. E’ la consapevolezza e il timore che hanno alcuni ex presidenti del Consiglio, come Romano Prodi, come Paolo Gentiloni. E’ il timore che hanno ex segretari del Pd, come Walter Veltroni e Dario Franceschini. E’ il timore che hanno diversi sindaci del centrosinistra, come Gaetano Manfredi e come Beppe Sala. E’ il timore che ha la minoranza riformista del Pd, che osserva con curiosità le mosse della sindaca di Genova Silvia Salis. Ed è un timore che deriva non soltanto da una valutazione politica e personale della statura di Elly Schlein ma anche dalla valutazione del percorso del Pd negli ultimi anni. C’è un referendum costituzionale vinto, certo, ma contemporaneamente ce ne sono altri persi, come quello sul Jobs Act, ci sono città che si potevano vincere e che sono state perse, come Venezia, ci sono regioni dove il centrodestra ha vinto nonostante i pronostici andassero in un’altra direzione, come le Marche, ci sono città toscane che non sono state conquistate, come Arezzo, e c’è un’impressione di fondo, nel campo largo: che la ragione per cui Meloni, dopo quattro anni di governo, con una coalizione sfasciata, un partito come la Lega in crisi, un altro come Forza Italia con molte convulsioni, riesca a stare ancora a galla sia più per i demeriti dell’opposizione che per i meriti della maggioranza. E il fatto che sia la prima volta, nella storia della Seconda Repubblica, che vi sia la possibilità che chi si trova al governo abbia chance di rivincere le elezioni, per di più dopo una fase politica caratterizzata da un esecutivo che ha governato per un periodo record di tempo, fa parte di questo film: “Paura e delirio a Los Nazarenos”.
La valutazione che si dà, a sinistra, della leadership di Schlein, ed eccolo il miracolo di questa parte finale della legislatura, ed eccola la concordia magica tra campo largo e campo Chigi, è la stessa che vive nelle menti del centrodestra e il desiderio di fare di tutto, qualsiasi cosa, affinché sia davvero Elly Schlein la leader da contrapporre in campagna elettorale a Giorgia Meloni è una paura del centrosinistra ed è un desiderio profondo del centrodestra. Meloni, Salvini, Tajani e tutto il cucuzzaro del governo fanno di tutto, da tempo, per evitare di indebolire Schlein, fanno di tutto per cercare di proteggerla, fanno di tutto per provare a realizzare un sogno ormai neanche più così nascosto: mettere il centrosinistra nelle condizioni di dover dire, prima delle elezioni, qual è il leader che sfiderà Giorgia Meloni per Palazzo Chigi. Non si tratta solo di un auspicio generico ma al contrario si tratta di un progetto politico preciso che si trova ben esplicitato all’interno della legge elettorale che il centrodestra farà di tutto per approvare prima di luglio. Se la nuova legge elettorale passerà vi sarà un premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42 per cento dei consensi. Per poter essere una coalizione, bisognerà esprimere un candidato premier. Per esprimere un candidato premier, il centrosinistra dovrà svolgere verosimilmente delle primarie. Se ci saranno delle primarie, il centrosinistra le organizzerà a doppio turno e in quel caso sarà difficile per il campo largo evitare che il candidato premier sia qualcuno di diverso dal leader del maggior partito dell’opposizione. E’ il sogno, nemmeno tanto segreto, di Giorgia Meloni, che desidera questa legge elettorale non solo per evitare che vi possano essere scenari foschi di pareggio ma prima di tutto per far sì che Schlein abbia la possibilità di essere incoronata come leader. E’ l’incubo, nemmeno tanto segreto, di un pezzo importante del campo largo, che non avrà molti strumenti per evitare questo scenario a meno che il leader del M5s non vincoli la creazione di una coalizione alla candidatura di un nome terzo o a meno che non vi sia qualcuno che possa uscire dal cilindro a scompaginare il piano della destra per garantirsi un vitalizio per il futuro chiamato Schlein. Non sappiamo se il piano funzionerà, naturalmente, ma possiamo dire con certezza che in una fase storica in cui è difficile trovare punti di convergenza espliciti tra centrodestra e centrosinistra esiste una valutazione condivisa tra un pezzo di opposizione e un pezzo di maggioranza: solo con una leadership debole, inafferrabile, contraddittoria, sgusciante come quella di Elly Schlein ci possono essere serie possibilità per il centrodestra di essere l’unica coalizione nella storia della Repubblica ad avere serie possibilità di non perdere le elezioni dopo aver passato cinque anni al governo. Schlein candidata premier. Se fosse un film di Paolo Virzì, “La pazza gioia a Palazzo Chigi”. Se fosse un film di Terry Gilliam, “Paura e delirio a Los Nazarenos”.