Politica
Caldo in politica •
Perché lasciare alla destra estrema la difesa del condizionatore è follia
La sinistra intransigente di Mélenchon vede nella crisi climatica il grimaldello per far saltare il capitalismo, ma così facendo aiuta solo il Rassemblement National a mietere consensi nella working class
25 GIU 26

Foto LaPresse
Il caldo (denunciarlo) è di sinistra. Il condizionatore (averlo) di destra. Questa surreale polemica – se solo Giorgio Gaber fosse ancora tra noi – sta infiammando la Francia, ostaggio dell’afa, dei blackout e della polarizzazione politica. Il caldo: circa il 90 per cento della popolazione è in allerta rossa per le temperature senza precedenti. I blackout: martedì sono rimaste al buio 106 mila utenze e ieri altre 68 mila. La situazione ha spinto gli acquisti di condizionatori, che Oltralpe sono relativamente poco diffusi (sono solo nel 25 per cento delle abitazioni, contro il 60 per cento in Italia e oltre il 90 per cento negli Stati Uniti).
Ed è qui che arriva la politica: per la sinistra francese, il condizionatore è un tabù. “Installare condizionatori ovunque – ha dichiarato il leader socialista Jean-Luc Mélenchon – non farebbe altro che aggravare” la crisi climatica. Il Piano nazionale di adattamento climatico ne enfatizza gli svantaggi, tra cui i consumi di energia e le conseguenti emissioni e l’aggravamento dell’effetto isola di calore urbano (l’aumento delle temperature nelle aree edificate). All’estremo opposto c’è Marine Le Pen: “Se sarò eletta presidente, varerò un grande piano per il condizionamento dell’aria, a partire da scuole e case di riposo”.
Beninteso, i condizionatori, soprattutto nelle aree più urbanizzate, mettono sotto pressione le reti di distribuzione dell’elettricità, che non sono state progettate per una elevata contemporaneità del fabbisogno. Ma questo è un problema tecnico che, nel tempo, si può risolvere. La battaglia di principio contro i condizionatori affonda invece le radici in un malinteso pauperismo. Infatti, il clima è già cambiato e con queste nuove condizioni dovremo convivere a lungo. Per questo alla mitigazione del cambiamento climatico (cioè alla riduzione delle emissioni) si affianca, con sempre maggiore importanza, l’adattamento. E dell’adattamento fa parte anche l’uso della tecnologia per rendere le temperature più sopportabili.
Tra l’altro, grazie al nucleare la Francia dispone del mix di generazione elettrica più pulito d’Europa: considerando le emissioni a ciclo vita, per produrre un kWh vengono rilasciati nell’atmosfera 41 grammi di CO2, contro i 154 spagnoli, 285 italiani e 330 tedeschi. Quindi l’impronta climatica è modesta, specie per le pompe di calore più moderne ed efficienti su cui infatti ha annunciato il taglio dell’Iva. A livello globale, il dibattito è aperto da tempo: il divulgatore scientifico Leigh Phillips è intervenuto nel 2018 su Jacobin, una delle più attrezzate riviste della sinistra radicale, rivendicando “il diritto all’aria condizionata” cioè “ad avere accesso, in modo economico e affidabile, alle condizioni ottimali per il metabolismo umano” vale a dire “una temperatura tra i 18 e i 24 gradi”. Uno studio sul Giappone ha mostrato che, tra il 2000 e il 2010, i condizionatori hanno contribuito a un incremento delle temperature urbane ad agosto di 0,046 gradi, causando il 3 per cento delle morti per il caldo: ma intanto il numero totale dei decessi per le ondate di calore è sceso del 36 per cento.
Il paradosso è che la sinistra intransigente di Mélenchon vede nella crisi climatica il grimaldello per far saltare il capitalismo, e quindi non si pone il problema di contrastarne gli effetti; viceversa la destra lepenista coglie il bisogno immediato dei francesi e strumentalizza in tal modo una minaccia di cui pure nega la rilevanza, se non proprio l’esistenza. Sono entrambe posizioni incoerenti: ma elettoralmente aiutano a capire perché il Rassemblement National ormai miete consensi nella working class.