Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia: "Sul sovraffollamento il governo non ha fatto nulla. Parlerò con Nordio"

Un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni: l'ex sindaco di Roma è fuori dal penitenziario romano, dove era detenuto per il reato di traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta "Mondo di Mezzo". Ad attenderlo un centinaio di sostenitori. Assente Vannacci, con il quale Alemanno inizierà il suo nuovo percorso politico

24 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 09:00
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Dopo un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni, Gianni Alemanno è uscito da Rebibbia in camicia blu e pantaloni neri. Ad attendere l’ex sindaco di Roma fuori dal carcere decine di giornalisti, cameraman, diversi esponenti dell'area politica di riferimento e un centinaio di sostenitori che in coro hanno scandito: "Gianni, Gianni! Uno di noi, uno di noi". "Esco dal carcere da innocente", queste sono state le prime parole di Alemanno rivolte ai cronisti. Dopo ha rivolto un invito alla presidente del Consiglio: "Meloni apra un grande dibattito nella destra. Serve un confronto", facendo riferimento anche a Futuro nazionale dell'ex generale Roberto Vannacci con cui ha detto che si incontrerà per iniziare la sua nuova vita politica, ma "non chiedo candidature, porterò soltanto la mia esperienza. E' un volto nuovo, una nuova speranza che rompe gli schemi e apre una prospettiva diversa. Parleremo di tante cose anche se non siamo d'accordo su tutto". Infatti il presidente di Fn non si è presentato questa mattina davanti a Rebibbia - presente invece l'ex showgirl vannacciana Sylvie Lubamba - ma aveva già annunciato che lo avrebbe incontrato la sera in un'osteria romana. "Vedrete che se non fa errori il generale diventerà presidente del Consiglio entro dieci anni", ha detto pochi giorni fa al Foglio Alemanno, parlando dal carcere con Salvatore Merlo"Dodici anni fa Giorgia Meloni era all’1,9 per cento. Meloni non ha opposizione a sinistra, ma ora c’è un’alternativa. A destra. Ora c’è Roberto Vannacci”.
L'ex ministro dell'Agricoltura, parlando con i giornalisti, ha accusato che "le distorsioni della giustizia finiscono tutte nel carcere" e "la sicurezza del cittadino va difesa anche correggendo queste distorsioni. La tolleranza zero deve essere contro i reati, non contro la dignità delle persone. Ne parlerò con il ministro Nordio, c'è qualcosa di profondamente sbagliato nel sistema". A una domanda sul governo Meloni ha risposto: "Sul sovraffollamento delle carceri non ha fatto niente. Non c'è un solo posto in più".
Sulla condizione dei penitenziari, Alemanno aveva già espresso il suo giudizio negativo in un incontro tra i detenuti di Rebibbia e alcuni giornalisti nell'aprile dello scorso anno. In quell'occasione, l'ex primo cittadino della Capitale aveva detto: "Entrare in carcere oggi significa entrare in un buco nero, isolato dal resto del mondo. E’ necessario quindi cercare di stabilire un contatto tra chi vive il carcere e l’esterno, ma è impossibile farlo se noi detenuti non abbiamo la possibilità di raccontare l’esperienza che viviamo, rilasciando un’intervista, o se i giornalisti non possono mostrare al pubblico l’ambiente, spesso fatiscente, in cui siamo costretti a vivere. Non è accettabile che il carcere sia un buco nero e i detenuti siano condannati al silenzio”.
Il 30 giugno Gianni Alemanno e Fabio Falbo, anche lui detenuto a Rebibbia, hanno acceso un faro su ciò che non funziona dietro le sbarre con una lettera aperta indirizzata ai presidenti di Senato e Camera. La missiva denuncia le condizioni delle carceri italiane, che si aggravano in particolare durante l'estate: "Drammatiche condizioni che stanno esplodendo: nel cuore dell'estate italiana, mentre milioni di cittadini cercano refrigerio tra ventilatori e condizionatori, c'è un'Italia che brucia in silenzio, è quella delle carceri, dove oltre 62 mila persone vivono stipate in celle pensate per meno di 47.000, dove il caldo non è solo un disagio, ma una pena aggiuntiva, dove la dignità umana si scioglie, giorno dopo giorno, tra muri scrostati, letti a castello e finestre sigillate da pannelli di plexiglass", scrivono l'ex sindaco di Roma e l'altro detenuto.

Perché Alemanno era in carcere

L'ex ministro dell'Agricoltura era detenuto nel carcere romano dalla sera del 31 dicembre del 2024, dopo la condanna per il reato di traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta "Mondo di Mezzo". Nelle prime battute dell’inchiesta, Alemanno era accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso e corruzione, ma poi le accuse sono state derubricate. Dopo la sentenza, ad Alemanno, difeso dall’avvocato Edoardo Albertario, era stato concesso di scontare la pena ai servizi sociali con l’affidamento in prova all’associazione So.Spe, ma, a seguito di alcune violazioni, il 31 dicembre 2024 è stato portato in carcere, dove, durante la sua detenzione, si è impegnato sui temi dello stato del sistema penitenziario e delle difficoltà nella vita di tutti i giorni dei detenuti qualunque.
Ad attenderlo, tra gli altri, c'era Massimo Arlechino, presidente del movimento politico Indipendenza, fondato proprio da Alemanno, che spiega ai cronisti: "Oggi per Gianni finisce il periodo di carcerazione. E' stato lui ad aver rieducato la casa circondariale e non il contrario. Lui ha trovato la forza di affrontare questo percorso. Non dimenticherà".