Sfruttare Vannacci: dare corpo, in alternativa, a una cultura politica liberale

L’ascesa del generale è l’ennesimo sintomo della fragilità del sistema politico italiano. Ma c’è un’opportunità: usare il terremoto vannacciano per superare coalizioni senza cultura comune e ricostruire partiti fondati su identità politiche riconoscibili

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:18
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Nell’ultimo decennio il panorama politico è stato stravolto quasi ovunque. Un esempio su tutti, la Gran Bretagna. Dove il tradizionale e secolare bipartitismo è stato completamente terremotato, e l’attuale quadro contempla la presenza di addirittura sei partiti di dimensione significativa. Ma rotture dello schema classico sono avvenute anche in Francia, in Germania e in Spagna. E persino negli Stati Uniti, dove il fenomeno Trump si colloca sostanzialmente al di fuori dello schema bipartitico tra democratici e repubblicani, non riuscendo a romperlo formalmente forse solo perché rottamare ciò che è in vigore da un quarto di millennio deve essere risultato un compito troppo arduo persino per distruttore epocale come lui.
Questo trend comune deve averci fatto pensare qui in Italia di essere tutto sommato nella normalità. Essere in qualche modo riusciti, del tutto involontariamente s’intenda, a esportare instabilità delle offerte politiche ha prodotto un effetto consolatorio, invece di farci interrogare sulle radici del nostro problema. In Italia infatti l’instabilità delle offerte politiche (si badi bene: parlo di partiti, non di governi) non è conseguenza del trend populista iniziato nello scorso decennio, ma è la caratteristica strutturale degli ultimi trent’anni.
Noi non abbiamo mai avuto un grande partito conservatore, non abbiamo mai avuto un grande partito socialista, e non abbiamo neanche mai avuto un grande partito liberale. E il grande partito della famiglia del Popolarismo – la Democrazia Cristiana – ce lo abbiamo avuto solo fino al 1992, e a ben guardare non era neanche quello: era un grande contenitore popolare e anticomunista dentro il quale c’era di tutto: la destra, la sinistra, il centro. Il motivo è probabilmente da ricercarsi nel combinato disposto di quattro fattori: tre più datati (il fascismo, essere stati il paese di frontiera della Guerra fredda, e l’aver avuto il più grande partito comunista del mondo occidentale) e uno più recente: la nostra incapacità, una volta liberi dai vincoli della Guerra fredda, di costruire partiti sulla base di stabili culture e identità politiche.
Invece abbiamo non solo saccheggiato la botanica (Ulivo, Quercia, Margherita ecc) e le varie combinazioni del nome del nostro paese (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Italia Viva, Italia dei Valori, Coraggio Italia, Futuro e Libertà per l’Italia, Italia c’è), dovendo attendere diversi anni prima che una formazione – due, contando quella di cui sono segretario – non si vergognasse di assumere la denominazione “partito”.
Ma, cosa ancora più grave ai miei occhi, i due confusi assemblamenti che tanto piacciono (e che chiamate convenzionalmente centrodestra e centrosinistra) danno spesso l’impressione di essere solo due brand le cui caratteristiche politiche e culturali riescono a cambiare radicalmente nel giro di pochi anni, nell’indifferenza generale. Il centrosinistra di oggi non ha nulla a che vedere né con quello renziano del 2014-2016, né con l’Ulivo di Prodi del 1996. Di quest’ultimo vi esorto a cercare online il programma elettorale: contiene concetti che, se ripetuti oggi a un dirigente del campo largo, comportano l’immediata denuncia alla più vicina procura della Repubblica per i reati di austerità e neoliberismo. E neanche il centrodestra è immune da drastici cambi di pelle radicali: la Lega di Bossi e Maroni è una cosa completamente diversa dalla Lega di Salvini e Bagnai, così come la Forza Italia di Urbani e Martino non è affatto quella di oggi.
A che è servita questa disamina storica? Forse a comprendere meglio la fase che sta per aprirsi. E, soprattutto, a suggerire una via di uscita. L’ascesa del generale Vannacci, che rappresenta la quarta puntata in dieci anni della stessa serie tv (“arrivo dal nulla, dico quello che la gente vuol sentirsi dire, vinco e poi – essendo incapace di mantenere le aspettative che ho prodotto – crollo”) sta ancora una volta per produrre cambiamenti forse significativi nel fragile spettro politico di questo scombinato paese. Per la prima volta, infatti, la coalizione di centrodestra viene sfidata da destra. Da un partito che rischia di iniziare a drenare molti voti anche dal secondo azionista della coalizione di centrosinistra, cioè il M5s.
Questa novità può benissimo essere assorbita a legislazione vigente: il centrodestra – con questa legge elettorale o con quella proposta – imbarca Vannacci, e la prossima campagna elettorale sarà una rissa da bar con da una parte una gang che va da Renzi a Fratoianni, e dall’altra una che va da Lupi al generale. Se la giocheranno, probabilmente, a birra e salsicce, come in quei meravigliosi film con Bud Spencer e Terence Hill.
Oppure, c’è un’alternativa.
Invece di lasciarsi sfruttare da Vannacci, lo si sfrutta. Vuole rappresentare un’offerta politica esplicitamente nostalgica del fascismo e allineata ai movimenti sovranisti e filo-russi di mezza Europa? Lo faccia. Ci sono degli italiani che la pensano così, è giusto che abbiano una rappresentanza politica identitaria. Così come dall’altro lato. La celebre foto della settimana scorsa tra Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte ha voluto chiarire come il centrosinistra voglia essere un’offerta politica di stampo massimalista (anche che uno di quei quattro, se ne avesse l’occasione, governerebbe senza problemi pure con Vannacci), anch’essa largamente presente in tutti i paesi. Ma che non vuole contaminazione con culture di tipo diverso, se non nella logica franceschiniana dell’utile addizione aritmetica, e non della contaminazione politica. Che è chiaramente del tutto impossibile tra Fratoianni e Renzi, come lo fu tra Bertinotti e Dini nel 1996 e tra Mastella e Diliberto nel 2006.
Questi due punti fermi – entrambi basate su identità chiare, ancorché opposte – possono però aiutarci a proseguire nel ragionamento. Quali altre culture politiche possono essere rintracciate nella società italiana, e che conseguentemente necessitino di stabile ed esplicita rappresentanza? Probabilmente ce ne sono due “di contatto” con quelle già esposte: un riformismo di sinistra lontano dagli eccessi del campo largo (ma che con esso condivide la tensione egualitaria), e un conservatorismo popolare di destra, lontano da quelli di Vannacci (ma che col generale condivide la predilezione per un ordine naturale delle cose).
Ma c’è una cultura politica radicalmente diversa da Fratoianni e Vannacci, e priva di punti di contatto con quelle impostazioni. La chiameremmo cultura politica liberale, se il liberalismo italiano non fosse stato dilaniato dalla sua doppia e secolare incapacità: quella di costruire un soggetto politico unitario e forte, e quella di rompere il muro dell’elitarismo per divenire cultura di massa o qualcosa di non troppo lontana da essa. Chiamatela come volete. Ma ci corre l’obbligo, una volta per tutte, di descriverla bene e capire quali policies propone.
Questo tipo di cultura politica ritiene che il binomio tra economia capitalistica e democrazia politica sia condizione necessaria (sebbene non sufficiente) per vivere bene. Il portato principale della democrazia politica – e cioè l’alternanza di governo – potrà certamente comportare in quei paesi l’avvento di governi che compiono scelte sbagliate o profondamente sbagliate; ma cionondimeno vale la frase di Sandro Pertini: “Alla più perfetta delle dittature, preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie”. Questa cultura politica ritiene che lo stato, in Italia ma è un ragionamento facilmente adattabile alle economie europee, si sia allargato troppo. E faccia troppe cose, tutte mediamente male (per un’analisi dettagliata, si veda l’ottimo saggio di Stefano Cingolani “Mal di Stato”, edito da Rubbettino). Il dividendo di benessere sociale derivante da un’azione di ricalibrazione dell’intervento pubblico fatta di riduzione di quantità e miglioramento di qualità sarebbe notevole. Questa cultura politica si fonda sui benefici della libertà della persona, intesa come capabilities à-la-Amartya Sen: scopo dell’attività politica è creare una situazione in cui è massimo il set delle scelte possibili per l’individuo, al fine di cercare di raggiungere il proprio potenziale senza intaccare quello altrui.
Il Partito Liberaldemocratico nasce, circa un anno fa, per contribuire a creare quel soggetto politico in grado di incarnare questa cultura politica. A questo fine, pone come punti qualificanti della propria proposta per le elezioni politiche 2027 la radicale semplificazione e alleggerimento del sistema fiscale, finanziato da una riduzione quinquennale della spesa pubblica dell’un per cento annuo; la trasformazione in legge delle raccomandazioni annuali dell’Antitrust per promuovere mercato e concorrenza, così come l’adozione della gara pubblica come modalità ordinaria dell’assegnazione di tutti i servizi pubblici; una riforma radicale della scuola (dalla formazione dei docenti fino al loro pensionamento, passando per la differenziazione di carriera) e dell’università (trasformando gli atenei in fondazioni di diritto privato a capitale pubblico); il decentramento della contrattazione collettiva, l’indisponibilità ad aumentare di un solo euro il tendenziale della spesa pensionistica, il ritorno della sanità alla gestione centrale cancellando la follia delle gestioni regionali.
In Italia le offerte politiche sono sempre state mutevoli e precarie perché, negli ultimi 30 anni, non sono mai state basate su culture e identità politiche ma sempre sul leader più televisivamente accattivante o sulla volontà di interdizione verso una parte politica. Se invece sfruttassimo il (possibile) terremoto Vannacci per ristrutturare l’offerta politica basandola sulle diverse visioni di società, forse il generale può essere, prima delle urne, più utile all’Italia di quanto mai potrebbe essere dopo di esse.
Luigi Marattin, segretario del Partito liberaldemocratico