L’accordo Iran-Usa e la questione che resta sepolta sotto la guerra: “Non solo una questione geopolitica”, dice il senatore dem
Filippo Sensi presentando l’iniziativa “L’accordo: e i diritti? Libertà per il popolo iraniano”, con l’idea di tenere accesi i riflettori sul fatto che il regime iraniano, al di là dei “pur benvenuti accordi e negoziati di pace”, sia non soltanto in campo, ma, secondo molti osservatori, in campo dalla parte dei vincitori. Il regime change non c’è stato, nonostante le promesse del presidente Usa
Donald Trump, promesse disattese, dicono le attiviste della diaspora iraniana presenti in Senato: l
a scrittrice Pegah Moshirpour, l’avvocata Shervin Haravi e l’esponente di Donna, vita, libertà Parisa Nazari.Come loro, i parlamentari italiani sono preoccupati per la sorte dimenticata di chi, a Teheran, deve temere l’impiccagione per essere sceso in piazza e le frustate per aver cantato a capo scoperto. Bisogna fare in fretta e impedire che il buio uccida la resistenza degli iraniani, da mesi tenuti sotto black-out informatico dai pasdaran (intervengono, durante l’iniziativa di Sensi, la vicepresidente ex dem del Parlamento europeo e leader di Servizio Pubblico Pina Picierno, la deputata dem Lia Quartapelle, il segretario dei LibDem Luigi Marattin, il consigliere regionale di Iv Luciano Nobili e le deputate Marianna Madia, ex dem oggi in Iv-Casa Riformista, e Federica Onori di Azione). La tregua è molto fragile, dice Sensi, ma dietro il dibattito sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e gli investimenti futuri per l’Iran, si cela “la fragilità ancora più profonda del popolo iraniano”, sceso in piazza a gennaio e massacrato. Elenca i nomi di chi si trova in carcere con una sommaria condanna a morte, Sensi, per illuminare “l’abbandono” di un popolo privato della libertà. E intanto, per scongiurare il “fine pena mai” dei ragazzi e delle ragazze iraniane, dice, “non si deve smettere di parlare e di raccontare le storie” di chi rischia la vita per tenere alta la bandiera dei più elementari diritti umani. Shervin Haravi cita la compianta scrittrice Marjane Satrapi – che in “Persepolis” fa dire a un suo personaggio “non c’è nulla di peggio a questo mondo che il rancore e la vendetta” – e parla per gli iraniani oppressi (l’ultima cosa a cui pensano è proprio quella, la vendetta). Si analizzano memorandum, si parla del blocco navale, dice l’avvocata-attivista, ma a monte, e senza che l’allentamento delle sanzioni preveda un cambiamento sul fronte diritti, ci sono “le migliaia di iraniani scesi in piazza e uccisi dal regime a colpi di kalashnikov”.
Quasi 800 persone sono state impiccate da gennaio, ricordano Moshirpour e Nazari, raccontando le condizioni di vita di chi, oltre a subire la repressione, in Iran ha perso il lavoro nei mesi dei bombardamenti. I parlamentari italiani ed europei spingono per “la terza via” tra armi e indifferenza: lavorare, davvero, da subito, per l’autodeterminazione del popolo iraniano.