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Contro le derive illiberali. L'intervento di Augusto Barbera
Per rendere più forti le democrazie liberali non basta limitarsi a difendere i cittadini dal potere dello stato, ma occorre anche difendere lo stato dai nuovi poteri privati. Ideologie da governare e il liberalismo dopo “i no”. Una lezione
20 GIU 26

Foto ANSA
Pubblichiamo un estratto dell’intervento di Augusto Barbera, ex presidente della Corte costituzionale, pronunciato in occasione del conferimento del Premio Einaudi, il 18 giugno 2026.
Ricevo con profonda gratitudine il premio che la Fondazione Luigi Einaudi ha voluto conferirmi. Un riconoscimento che mi onora non soltanto per il suo prestigio ma anche per il nome e la tradizione culturale cui è legato. Un ringraziamento particolarmente sentito al Consiglio di amministrazione, e in particolare al presidente, avvocato Giuseppe Benedetto, e al segretario generale, dott. Andrea Cangini. Con entrambi, e con tanti altri generosi soci della Fondazione, abbiamo condotto una limpida ma sfortunata battaglia nella recente consultazione referendaria. Una comune battaglia liberale! Sottolineo l’espressione “liberale”, perché condotta soprattutto a difesa dei diritti del cittadino: il diritto ad avere un giudice “terzo e imparziale”! Pur provenendo da altra tradizione politico-culturale, alla quale continuo ad appartenere, considero il premio particolarmente significativo proprio perché legato alla figura di Luigi Einaudi, grande statista, grande italiano e assai autorevole espressione della cultura liberale.
Nel periodo più buio del secondo conflitto mondiale, era il novembre 1942, Benedetto Croce dava alle stampe il celebre saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani!”, sapendo – diceva – di dovere affrontare “incomprensioni” e un certo sospetto di pia unzione e d’ipocrisia. L’accostamento potrà apparire ardito, e tuttavia credo che le ragioni delle posizioni da me sostenute – insieme con quanti nella sinistra hanno condiviso quella battaglia referendaria – possano riassumersi nella formula: “perché non possiamo non dirci liberali!”.
Del resto, negli stessi anni bui, era il 1944, un grande liberale, Sir William Beveridge, elaborava il primo organico piano di sicurezza sociale dell’occidente, affiancando ai diritti della tradizione liberale i diritti sociali portati avanti dai movimenti socialisti. Significativo il titolo del saggio che illustrava il piano: “Why I am a Liberal”, tradotto e pubblicato da Rizzoli editore nel 1947.
Non occorrono molte parole per mostrare la contraddizione racchiusa nell’assurda espressione resa celebre da Viktor Orbán, “democrazia illiberale”. Accade però sempre più anche in occidente che alcuni sistemi politici, certamente a legittimazione democratica, si muovano contro i principi liberali, visti come insopportabili limitazioni al potere conferito dal popolo.
Come diceva Luigi Einaudi, fin dagli anni Trenta, nel 1931, una democrazia, anche se segnata da tratti radicali, non può essere illiberale e il liberalismo può definirsi tale solo se accompagnato dal rispetto delle minoranze e dalla pratica delle libertà politiche. (...)
Sappiamo benissimo che i sistemi democratici vivono oggi tempi assai difficili, stretti fra autocrazie e sovranismi vari, ma quanti si richiamano ai valori della Costituzione italiana non possono non essere intensamente legati ai principi liberal-democratici, liberali e democratici. Non è facile distinguere le differenze programmatiche sussistenti all’interno del campo liberal-democratico. Ma è bene che siano distinte. È ancora decisiva la contrapposizione fra riformisti e conservatori? Fra socialisti e liberali? Fra il liberalismo moderato di Luigi Einaudi e quello radicale di Piero Gobetti? È questo un punto su cui il giovane professore Luigi Einaudi aveva cominciato a ragionare con il suo giovanissimo editore e allievo Piero Gobetti, in “Rivoluzione liberale”, del 1922. Non pretendo di dare una risposta; mi vorrei piuttosto soffermare su una domanda di più stringente attualità: le differenze possono essere ancora ricondotte al dilemma “più stato o più mercato”?
Come è noto, questo antico dilemma è riesploso negli anni Ottanta del secolo scorso, all’apice della globalizzazione liberista e sulla scorta degli interventi di deregulation, sia di Reagan sia della Thatcher; ha poi subito una prima battuta d’arresto dopo la crisi dei mutui subprime, nel 2007-2008; ma diviene sempre meno attuale. Da allora sempre più diffusa è la convinzione che il mercato non sia una realtà naturale, né solo un’opzione ideologica, ma un’istituzione sociale modellata da regole giuridiche, frutto di scelte politiche. Fra queste regole – la più antica, lo Sherman Act, è del 1890 – vi è l’introduzione di poteri antitrust, a tutela della concorrenza, tradizionale punto di forza del liberalismo concorrenziale.
Mi chiedo: fino a che punto queste e altre regole riusciranno a sopravvivere di fronte all’impetuosa crescita, in questi ultimi anni, del complesso tecno-finanziario delle Big Tech? L’unica autorità accettata dalla cosiddetta GAFAM, sigla che, come è noto, ricomprende Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, cui andrebbero aggiunte Tesla di Elon Musk e altre big companies, è, di fatto, la ICANN, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, in pratica un istituto di autoregolazione, una sorta di anagrafe degli spazi digitali.
Molte di esse generano un fatturato, e soprattutto un valore di Borsa, tale da superare il prodotto interno lordo di alcune tra le maggiori economie statali, comunque largamente superiore alla media dei bilanci della maggior parte degli stati presenti nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tali imprese hanno acquisito un crescente potere non solo economico ma politico: influiscono su campagne elettorali, condizionano strategie industriali o militari e anzi incidono sulle forme stesse della comunicazione, fino a lambire lo stesso accesso alle fonti della conoscenza.
Gli stati controllano i propri confini fisici ma non controllano le reti di comunicazione che li avvolgono; controllano i cittadini attraverso polverosi uffici dell’anagrafe mentre le imprese digitali controllano dati, esperienze, preferenze degli stessi cittadini. E sono sempre più in grado di sottrarsi alle regole fiscali e financo di controllare... gli istituti preposti al loro controllo. Leggo in questi giorni sulle agenzie: la senatrice democratica Elizabeth Warren ha accusato la Sec, Securities Exchange Commission, di non aver fatto abbastanza due diligence per tutelare i piccoli risparmiatori, i fondi pensione americani e l’integrità del mercato di fronte alla governance opaca di Musk e ai rischi di investimenti legati alla Cina.
In breve: l’impetuoso sviluppo dell’economia digitale impone, a mio avviso, un radicale mutamento di prospettiva; e apre un nuovo terreno al costituzionalismo liberal-democratico. Esso non può continuare ad adagiarsi su categorie ormai decisamente invecchiate; sarà, io credo, sempre più costretto a spostarsi dalla tradizionale limitazione dei poteri “dello” stato alla limitazione dei poteri “sullo” stato, sugli stati. In altre parole, il costituzionalismo non può limitarsi a contenere i poteri dello stato, deve ormai misurarsi anche con i poteri privati che agiscono sullo stato, ne condizionano le decisioni e talvolta ne riducono l’effettiva sovranità. Mi riferisco, cioè, a una difesa dei poteri di regolazione dello stato, del potere pubblico, non alla sola difesa delle autonomie private dagli stati!
Il tema è complesso, ma torno a riassumerlo con una domanda: all’antico obiettivo di liberare l’economia da impropri condizionamenti del potere pubblico non occorre affiancare quello di liberare lo stato stesso, gli stati, dai pesanti condizionamenti delle grandi imprese? Avrebbe oggi il manifesto di Albert Jay Nock “Il nostro nemico stato”, “Our Enemy, the State”, lo stesso successo che ebbe a metà degli anni Ottanta? Secondo Nock, l’economia vive su liberi individui che creano e scambiano la ricchezza; il potere statale, per converso, non è altro che il titolare di un processo di confisca di quella ricchezza.
So bene che è in crisi la nozione stessa di sovranità degli stati, ma non posso non richiamare quanto lo stato moderno – lo stato di diritto – almeno da un paio di secoli abbia contribuito ad assicurare il progressivo sviluppo delle liberal-democrazie e la difesa di quelle sfere di libertà messe oggi in discussione dalle società digitali. I processi democratici hanno avuto, finora, modo e spazio per esprimersi attraverso lo stato nazionale, l’unico finora in grado di esprimere una “volontà generale”. È un punto su cui concordano Benedetto Croce e Luigi Einaudi – pur divisi su altre differenze fra “liberalismo” e “liberismo” – nella lettura che ne fa il citato volume di Paolo Solari, op. cit., 120 ss.
(...)
Mi chiedo: essendo gli stati nazionali in profonda crisi, è possibile la ricostruzione di una rinnovata “statualità”? Una statualità dai confini necessariamente più ampi, quelli europei nel caso nostro? Ma esiste oggi un’Europa che possa recuperare la migliore tradizione culturale della statualità e supplire, allo stesso tempo, alla debolezza degli stati nazionali? Sappiamo la reazione di dette società e dello stesso governo degli Usa ai tentativi di imposizione fiscale e di regolamentazione europea attraverso il pur timido Digital Services Act. Sappiamo soprattutto le tante difficoltà dell’oggi per una maggiore integrazione europea: non ultima la resistenza a superare il diritto di veto dei singoli stati o il difficile avvio di una difesa comune.
Essendo gli stati nazionali in profonda crisi, è possibile la ricostruzione di una rinnovata “statualità”?
Altro non so; possiamo solo rispondere con Eugenio Montale, in Ossi di seppia, edito anch’esso da Piero Gobetti, Torino 1925: “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Chiusa questa parentesi, torno brevemente alla battaglia combattuta insieme nelle settimane scorse. Massimo il rispetto dovuto al voto degli elettori che hanno sentito il bisogno di recarsi ai seggi elettorali in misura superiore alla media degli ultimi anni. Non mi sento invece di condividere l’opinione di quanti hanno visto nella vittoria del “no” “la vittoria della Costituzione” e dello stato di diritto. Per tre motivi.
La vittoria del no costringe la cultura liberal-democratica a trovare nuove vie per coniugare garanzie e decisioni
Il primo: come ritenere che si tratti di una vittoria della Costituzione il “no” all’attuazione di una norma costituzionale, la Settima disposizione finale, che voleva il superamento del vecchio ordinamento della magistratura? Come, inoltre, ritenere una vittoria della Costituzione il “no” all’attuazione dell’art. 111 della Costituzione, che disegna un “giudice terzo e imparziale”? Quel “no” ha, invece, un significato preciso: è un “sì” al mantenimento in vita del Regio decreto mussoliniano del 1941, la riforma Grandi, e un “no” alla riforma votata da un Parlamento repubblicano.
Il secondo: la Costituzione repubblicana ha voluto le consultazioni referendarie come strumento di democrazia diretta; e invece i difensori del “no” hanno esplicitamente voluto o favorito un, come dire, “deragliamento” istituzionale, trasformando il referendum in uno strumento di anticipazione di un voto politico, le elezioni previste per il 2027, anzi di un voto di protesta politica; trasformando così il voto su una proposta di riforma in un voto sui proponenti. E di protesta non solo nei confronti del governo italiano ma perfino di Israele e del presidente Trump. Lo sappiamo, e lo immaginavamo: non è la prima volta che accade. Nel 2006, riforma Berlusconi, e nel 2016, riforma Renzi, i cittadini sono stati portati a giudicare non la bontà delle proposte di riforma costituzionale ma a esprimere un giudizio politico sui proponenti.
Terzo motivo: andando al merito, trovo non coerenti con i principi dello stato di diritto anche quanti hanno voluto o accettato che si mantenesse la coesistenza nel medesimo Csm di pm e giudici, rafforzando così, in modo diretto o indiretto, l’ampio potere sia procedurale sia, soprattutto, mediatico della magistratura inquirente. Un potere, peraltro, non accompagnato da alcuna forma di responsabilità, in netto contrasto con i principi del costituzionalismo liberal-democratico.
Sono stati a più riprese richiamati nel dibattito pubblico Calamandrei e Montesquieu. Il primo a sproposito, atteso che Piero Calamandrei, come è noto, proponeva con forza nell’Assemblea costituente che i pm fossero alle dipendenze del governo, dal commissario della Giustizia, componente del Consiglio dei ministri. Il secondo altrettanto a sproposito, atteso che per Montesquieu la separazione dei poteri riguarda in particolare la distinzione fra chi giudica e chi accusa, attribuendo questa confusione alle “Repubbliche italiane” che, “al pari dei Turchi”, avrebbero dato preminente rilievo alla figura degli “inquisitori” rispetto a quella dei giudici, v. Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Utet 1952, vol. I, pp. 276-278. Orwell avrebbe definito il richiamo alla Costituzione espressione di una neolingua. E infatti ancora una volta si è stimolata una sorta di latente conservatorismo costituzionale mascherato da patriottismo costituzionale.
Facendomi largo fra i tanti titoli usciti in queste settimane per festeggiare l’ottantesimo della Costituzione torno a ripetere quanto mi è capitato di dire in altre sedi: la prima parte della Costituzione, relativa ai principi, è di altissimo profilo, indugio anche io nella retorica, è forse “una delle migliori del mondo”; ma la seconda parte, relativa all’organizzazione dello stato, è causa non ultima, da tanti anni, di innumerevoli difficoltà della Repubblica: in tal senso è forse una delle peggiori del mondo.
Ma soprattutto, chiedo: come possono molti di quei principi essere attuati da istituzioni fragili e mal funzionanti? Il rischio che le istituzioni politiche siano condizionate, o addirittura paralizzate, da interessi particolari aleggia in ogni democrazia, anche nelle più forti; siano essi i micro-interessi di tassisti e balneari, o di medici di famiglia, o, torno sul tema, le pressioni delle grandi Big Tech. Ma questo rischio diviene certezza se ci si trova dinanzi a istituzioni politiche deboli, incapaci di decidere, che, anzi, costituiscano esse stesse uno degli “ostacoli” che il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione impegna la Repubblica a superare.
(...)
Concludo sottolineando che non si rende un buon servizio alla Costituzione repubblicana rendendo intoccabile una forma di governo che fu il frutto dei riflessi interni della Guerra fredda, superati nella seconda parte degli anni Ottanta dalla caduta del muro di Berlino. Purtroppo, l’esito del referendum sulla separazione delle carriere ha dimostrato ancora una volta quanto sia difficile in Italia riprendere la strada delle riforme. Ma proprio questa difficoltà rende più necessario coltivare una cultura liberal-democratica capace di coniugare garanzie e decisioni, diritti individuali e giustizia sociale, libertà e responsabilità.
Non si rende un buon servizio alla Costituzione rendendo intoccabile la forma di governo