No, il G7 non è morto. Contro la lagna degli autolesionisti dell’occidente. Ci scrive Craxi

E’ vero che il “club dei grandi” non è sufficiente né a rappresentare né a correggere le dinamiche e gli squilibri globali, e che non può decidere da solo sul commercio mondiale né imporre regole a un sistema internazionale competitivo e frammentato. Ma questo non significa che non serva

19 GIU 26
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Foto ANSA

Al direttore - In questi giorni, come accade ormai da oltre un decennio, puntualmente, già alla vigilia di ogni grande vertice internazionale, si consuma il rito laico del de profundis per il G7. E’ una liturgia consolidata in cui analisti, commentatori e parte dell’opinione pubblica ne annuncia la marginalità, ne certifica l’irrilevanza, ne sancisce la morte celebrale prima ancora che i leader si siedano al tavolo. Una tendenza alimentata in parte da dati reali che però tende a dimenticare quelli politici che vedono quel tavolo continuare a essere, con tutte le mancanze ascrivibili del caso, un perno della sicurezza internazionale e, soprattutto, il cuore politico del “mondo libero”. In effetti, se si considerano alcuni parametri economici come il PIL, tutto sembrerebbe dargli ragione. Basti pensare che sul finire dello scorso secolo, dopo la fine del mondo bipolare, i membri dell’attuale G7 rappresentavano quasi il 70 per cento del PIL globale, mentre oggi, nella seconda decade del terzo millennio, pesano per poco meno della metà.
Eppure, la verità è più complessa e i numeri da soli non bastano a raccontarla. E’ vero che il “club dei grandi” non è sufficiente né a rappresentare né a correggere le dinamiche e gli squilibri globali, e che non può decidere da solo sul commercio mondiale né imporre regole a un sistema internazionale competitivo e frammentato. Ma questo non significa che non serva. Perché, nel bene e nel male, resta uno dei pochi consessi in cui sistemi omogenei, democrazie imperfette ma avanzate, possono ancora coordinare risposte comuni, avanzare una visione del mondo e provare a esercitare una forza e una voce capaci di costruire un minimo di ordine in un contesto che sembra aver scelto strutturalmente il disordine come regola di funzionamento. Inoltre, tutto si può dire tranne che il G7 soffra di autoreferenzialità. L’apertura agli invitati speciali, prassi ormai consolidata, dimostra esattamente l’opposto ed evidenzia la volontà e anche la necessità condivisa di confrontarsi con le nuove realtà, emergenti e non. E la stessa disponibilità di queste “realtà altre” a sedersi a quel tavolo rivela una lucidità che, paradossalmente, le opinioni pubbliche interne ai “grandi della terra” sembrano aver smarrito, e ci ricorda che sebbene si debba rifuggire dall’autoreferenzialità non bisogna cadere nell’errore opposto, ossia pensare che questa possa diventare una marginalità. Il G7, infatti, resta un centro politico. Non più l’unico, certo, ma ancora necessario. È il luogo di una straordinaria influenza. E il fatto che attori globali così diversi chiedano di esserci è la prova che quel formato continua a esercitare un’attrazione reale, proprio perché non parla solo a sé stesso ma al mondo che cambia. La vera irrilevanza non nasce dal declino relativo del peso economico. Nasce dall’incapacità di agire. Nasce quando il G7 diventa un palcoscenico per simpatie e antipatie personali, quando si lascia trascinare dalle contingenze domestiche dei singoli leader, quando si riduce a una vetrina per il consenso interno invece che a un laboratorio per il governo del mondo. Se prevale la divisione, il G7 è debole. Se ritrova le ragioni dello stare insieme, può ancora essere decisivo. Perché il punto è proprio questo. L’Occidente, inteso non come geografia, ma come civiltà politica fondata su libertà, pluralismo, Stato di diritto, ha bisogno più che mai di un foro in cui riconoscersi e coordinarsi. Non per dominare, ma per contribuire alla costruzione di un domani possibile. E’ un pezzo del futuro, se saprà esserlo. Perché divisi siamo deboli. Mentre insieme possiamo ancora orientare, e non subire, lo scenario globale.
Stefania Craxi
presidente dei senatori di Forza Italia