Un giornalista si ritrova a meno ottanta gradi dentro una cabina di crioterapia a Roma sud. Ci è finito per colpa della moglie, che lo conosce troppo bene: gli ha detto che in quella stessa cabina ci va anche Giorgia Meloni, e lui – preso com’è sempre, professionalmente, ossessivamente, dalla vita segreta dei potenti – non ha saputo resistere. Tre minuti. Il freddo totale, asciutto, che non lascia scampo. La voce di Vasco Rossi dagli altoparlanti. E poi, nell’immobilità forzata, qualcosa che assomiglia a una rivelazione. Un’epifania. In quei centottanta secondi di immobilità coatta, mentre tutto si sospende, arriva l’immagine: il presidente del Consiglio in quello stesso cubicolo, a congelare il tempo, a tenere fermo il mondo, a preservarsi. La stasi come metodo. La resistenza come programma. Il governo più longevo della storia della Repubblica spiegato da una cabina refrigerata a Roma sud. E’ così che comincia “La marcia sul posto” di Valerio Valentini. In Italia i libri politici sono quasi sempre una di due cose: il j’accuse travestito da saggio, o il profilo agiografico travestito da giornalismo. Questo non è né l’uno né l’altro.
Valerio Valentini, abruzzese, autore di alcuni romanzi e di una newsletter acuta e seguitissima, oggi cronista parlamentare del Post ma cresciuto al Foglio, arrivò nella redazione del nostro giornale circa dieci anni fa con l’aria improbabile di chi è capitato lì per caso con un cespo di capelli rossi e la fame di chi sa già dove vuole arrivare. Non era capitato per caso. Era il periodo in cui il M5s stava per prendersi l’Italia e instaurare un regime di analfabeti cronici, e chi seguiva la politica brancolava. Quegli alieni non li conosceva nessuno, non si sapeva come avvicinarli, non si capiva da dove venissero né dove andassero. Valentini capiva. Si infilava, conosceva, interpretava. Divenne amico di tutti i grillini in Parlamento, senza ovviamente, in realtà, essere amico di nessuno. Aveva poco più di vent’anni, credo, e aveva già quella cosa che non si insegna: la scrittura che viene da sola, rapida, senza sforzo apparente. Chi scrive soffrendo riconosce subito quelli a cui viene facile. Li ammira. Li invidia. Forse li odia. Quando andai da Claudio Cerasa a dirgli che quello stagista bisognava tenerlo, Claudio lo aveva già capito da solo. Il talento si impone. E questo libro è esattamente quello che ci si poteva aspettare da lui. Persino qualcosa di più.
“La marcia sul posto” parla di lei, ovviamente, di Giorgia Meloni, ma Valerio, come per i grillini dieci anni fa, non parte dall’ostilità. Parte dalla curiosità. E’ una differenza che si sente a ogni pagina. La tesi, costruita con piglio narrativo e con eleganza, è questa: l’arrivo di Meloni alla guida del governo, che doveva essere per la sinistra più convenzionale la nuova Marcia su Roma, s’è risolta in un abile e caparbio sforzo di resistenza, un’accorta crioterapia per congelare ogni cambiamento. Durare, più che fare. La rivoluzione immobile. Il furore dell’opposizione di un decennio – sovranismo, velato antieuropeismo, identitarismo – incontrata la realtà del governo, si è congelata. Decisa a rispettare quei vincoli finanziari e internazionali che tanto a lungo aveva detto di voler liquidare, Meloni s’è provata in un abilissimo esercizio di doppiezza: rinnegando le promesse fatte in un decennio di esasperata propaganda, ma insistendo sulle parole d’ordine care alla retorica della destra. Draghi il lunedì. Trump il martedì. Messa in questo modo, quella di Valentini sembrerebbe un’accusa. Ma lui ha l’intelligenza di presentarla come un enigma, quasi un elogio obliquo. Perché la realtà è più larga di qualunque paradosso. Meloni ha ridotto il deficit, cancellato la parola spread dallo scenario, condotto una politica estera equilibrata. Sono cose che la parola immobilismo non cattura. E tuttavia c’è un aspetto che brucia: è mancato qualsiasi afflato riformista. L’unica riforma che ha provato a fare, quella della giustizia, è naufragata malamente col referendum. Ed è qui che il parallelo con Renzi diventa il momento più acuto del libro. Valentini richiama Walter Siti che nel 2014 decifrava l’essenza del sindaco rampante nella scena di lui che pedalava su una bici Cipollini in carbonio in una vetrina di LuisaViaRoma, fermo sui rulli, con la grinta di chi vorrebbe sfondare il cristallo pur sentendosene protetto. Lui che suda e si dimena perché non riesce a stare fermo, terrorizzato che il marchingegno si inceppi se rallenta un istante; lei che fa il pieno d’ossigeno, convinta che l’energia di un leader sia una riserva limitata da bruciare con oculatezza.
Quella di Valentini è una genealogia critica che funziona perché non è esibita, si scioglie dentro la narrazione come si scioglie il sale nell’acqua. Il libro è scritto così: senza l’affettazione dello scrittore che vuole fare il giornalista, né il complesso del giornalista che si sente scrittore. “La marcia sul posto” è il libro di un cronista che sa di stare dentro una tradizione, quella del grande ritratto politico che tratta i potenti come personaggi letterari senza smettere di fare giornalismo. E riesce nella cosa più difficile: ha preso un personaggio che tutti credevano di conoscere e ha mostrato che non lo conosceva nessuno.