Dietro la flessibilità c'è l’asse Meloni-von der Leyen che c'è ma non si dice

La Commissione concede all’Italia margini sulle spese energetiche e di sicurezza, ma il successo nasce dal patto silenzioso tra FdI, Forza Italia e la maggioranza europeista che sostiene von der Leyen. Un inciucio europeo che la presidente del Consiglio pratica, ma non rivendica

7 GIU 26
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Foto LaPresse

Cosa c’è dietro la flessibilità? La notizia politica della settimana è quella arrivata mercoledì scorso, con la Commissione europea che, dopo un balletto di qualche giorno, ha concesso all’Italia, e non solo all’Italia, di poter conteggiare all’interno del calcolo delle spese previste per la difesa e per la sicurezza anche una quota di spese dedicate al tamponamento della crisi energetica, purché quelle spese siano legate non a toppe temporanee, come le accise, ma a investimenti strutturali, come le rinnovabili. È un successo politico per il governo, il primo dopo la scoppola referendaria, ma dietro quel successo politico non c’è solo una trattativa tra presidente del Consiglio e presidente della Commissione: c’è una storia al centro della quale vi è un’alleanza sempre più forte tra il partito di Meloni e la Commissione guidata da Ursula. Di questo patto Meloni non parla, evita di ricordare che un pezzo da novanta di FdI, come Raffaele Fitto, è vicepresidente della Commissione, ed evita di ricordarlo perché altrimenti dovrebbe riconoscere quello che fatica ad ammettere: in Europa, il partito di Meloni, e anche la Forza Italia guidata da Antonio Tajani, sostiene una maggioranza larga, composta anche da centristi e socialisti. E ogni successo di Meloni in Europa, nelle trattative con Ursula, passa dalla sua capacità di allontanarsi da un partito di governo, la Lega, e di avvicinarsi al fronte avverso, ovvero i partiti che sostengono Ursula. I benefici per gli italiani, quando arrivano dall’Europa, passano da quello che in Italia Meloni definirebbe inciucio. Si fa ma non si dice. Si incassa ma non si rivendica. Avanti il prossimo.
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