C’è una critica che viene rivolta ad Alberto Leonardis, non del tutto infondata, verrebbe da dire: compra giornali senza avere i soldi. I soldi li raccoglie, dalle fondazioni bancarie, da tanti investitori privati. Persino
dalla Federtennis, che nella Stampa pare abbia messo 5 milioni di euro. E poi compra. Ma lui soldi in proprio non ne ha. “E’ esattamente così. Non essendo ricco, non posso che raccogliere investitori attorno a progetti che propongo. Ho sempre fatto così, sin dal primo giornalino universitario”. E perché si fidano, questi investitori? “Perché porto bilanci in utile, sempre. Non è mai accaduto il contrario”. I numeri, ci sono, dice lui:
il gruppo Sae ha chiuso il 2025 con 175 milioni di fatturato aggregato e 15 milioni di Ebitda, “risultato possibile anche perché accanto all’editoria ho costruito nel tempo un sistema di società nel mondo della comunicazione d’impresa e degli eventi, dove le marginalità sono più alte e tengono su i conti”. Gli investitori sono imprenditori che vengono da varie regioni d’Italia, spiega Leonardis, attratti dalla curiosità di entrare in un mondo diverso dal loro, o dalla voglia di acquisire autorevolezza attraverso i giornali. “Ci piace molto mettere insieme imprenditori da un po’ tutte le regioni del paese”, dice. Gli si fa notare che non tutto è andato liscio, però. Il Tirreno, da quando lo ha acquisito lui: quattro direttori in quattro anni. Non va tanto bene quel grandioso giornale, amatissimo dai livornesi e diffuso su tutta la costa toscana. “Il Tirreno è un oggetto complicato”, dice. “Una testata straordinaria, amatissima certo, con una storia importante. Ma aveva un numero di personale molto consistente rispetto alle copie vendute, e una raccolta pubblicitaria in caduta libera. I quattro direttori sono stati una conseguenza diretta di quella difficoltà gestionale, non un problema editoriale”. Gli si chiede se non è comunque una sua responsabilità. “Chi non agisce con determinazione rischia di veder morire un giornale al quale tiene. Per questo ho dovuto cambiare i direttori. Essendo un editore puro non posso perdere denaro nell’editoria perché compenso guadagnando altrove: devo stare attento ai conti”. La Stampa, dice, è un caso completamente diverso. “Il rapporto giornalisti-copie non catastrofico, e migliorerà perché ci saranno prepensionamenti e investimenti”. La sua regola è non accettare mai partecipazioni corpose, spiega. Tenere l’azionariato il più frammentato possibile, quasi una public company, in modo che nessuno possa condizionare la linea editoriale. “Che viene decisa a livello di consiglio d’amministrazione”, aggiunge, “ma che è, devo dirlo, quello che decido io. Quello che penso io”. E qual è, questo pensiero, dottor Leonardis? “Sui diritti sono un uomo di sinistra. In economia sono un uomo di destra”. Lo dice senza esitazione, come se avesse trovato da tempo la formula giusta per descriversi. Sui migranti, per esempio: “Li considero una ricchezza. Se non interveniamo per integrarli e formarli, ci ritroveremo senza persone che lavorano. La popolazione invecchia, non si fanno più figli. E’ una questione serissima”. Allora gli si chiede, fuori da ogni metafora, se preferisce Elly Schlein o Giorgia Meloni. E qua Alberto Leonardis si ritrae in guscio, peggio di quando gli si chiede chi sarà il futuro direttore della Stampa.