“La Stampa non sarà più una piccola Repubblica”. Intervista ad Alberto Leonardis

L'editore del giornale che fu degli Agnelli viene dall’Abruzzo, “sono un prodotto agropastorale”, legge Saint-Simon e vuole fare un giornale equilibrato per la borghesia colta. "Non sarà il giornale che è stato negli ultimi anni"

29 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 07:04
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Alberto Leonardis

“La Stampa non sarà più una piccola Repubblica. Tornerà a essere il giornale borghese che è sempre stato, il giornale di Torino, del Piemonte, dell’Italia che guarda il mondo. Riapriremo anche l’ufficio di corrispondenza di New York. Il mio piano prevede di andare in attivo al secondo anno”. Lo dice con la tranquillità di chi è abituato a fare i conti, non di chi fa proclami. Ma l’annuncio è talmente ambizioso che segue, tra me e lui, un attimo di silenzio. Chi è Alberto Leonardisl’uomo che ieri ha comprato la Stampa? “Nel lavoro, un editore puro. In politica, un riformista. Vengo dal socialismo lombardiano, socialista lo era anche mio padre, medico”. La mamma? “Casalinga, e votava Dc”. E’ la sua prima intervista in assoluto, questa. Eppure è a suo agio, il nuovo editore della Stampa. Accetta anche di non rileggere, anche se è molto preoccupato dal fare dichiarazioni che possano suonare politiche. I giornalisti li conosce bene: il suo gruppo, Sae – Sapere Audere Editori – possiede già il Tirreno, la Nuova Sardegna, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio, la Nuova Ferrara. E si vede: siede dall’altro lato di una scrivania, nella redazione del Foglio, con le gambe accavallate e quel mezzo sorriso sornione – e lievemente allarmato – che va e viene ogni volta che avverte, o crede di avvertire, un’insidia nascosta nella domanda. Per chi ha votato alle ultime elezioni? “Non glielo dico”. Non risponde nemmeno quando gli si chiede: Bocca o Montanelli? Capisce subito che usando i due grandi giornalisti gli stiamo in realtà chiedendo: destra o sinistra? Antifascismo militante o anticomunismo liberale? Lui mette su il suo sorriso a filo d’erba. “Dipende”, risponde. Non si fa classificare. E il prossimo direttore della Stampa chi sarà? “Si figuri se glielo dico”. Il contratto del nuovo direttore si chiuderà a luglio. C’è tempo.
Cinquantanove anni, statura media, completo blu, camicia bianca, cravatta a pois, occhiali con la montatura nera spessa, la fede al dito. I capelli di Alberto Leonardis sono quasi completamente bianchi, ma a seconda di come batte la luce conservano ancora qualche riflesso d’oro – in Abruzzo, dove è nato nel 1966, lo chiamavano il Biondo. Viene dalla Piana di Navelli, “terra di pastori e di zafferano, uno zafferano che nasce a ottocento metri e che è tra i migliori al mondo. Io sono un prodotto agropastorale”, dice allargando ancora il sorriso sornione, “e ne sono orgoglioso”. Poi aggiunge: “Mi porto dietro un certo tasso di ‘frustrazione’. La volontà di dimostrare che, nonostante i luoghi di provenienza, si è capaci di fare delle cose”. E’ il carburante, probabilmente, che lo ha portato fin qui. Chissà. Anzi, fin lì. A Torino. Alla Stampa. Suo padre lo voleva medico, come i fratelli. “Ma io quando vedo una siringa o un ago mi sento male”. Si è laureato in pedagogia con indirizzo filosofico a L’Aquila, “volevo fare il professore di filosofia”. Poi è diventato altro. E’ sposato, “tre figlie con due donne diverse”. Vive a Milano da una decina d’anni, ci è arrivato dopo aver fatto il presidente esecutivo del Centro, il primo quotidiano abruzzese.
“Milano è una città accogliente”, dice allora Alberto Leonardis. “Se dimostri voglia di lavorare, c’è spazio per tutti. Non importa da dove vieni. Io venivo dall’Abruzzo, non conoscevo quasi nessuno. Ho trovato un ambiente che mi ha dato quello che cercavo”. L’editoria, racconta, è una malattia che si porta da ragazzo. “Ho sempre letto i giornali. Il Corriere della Sera soprattutto. Quello di Paolo Mieli, fantastico. E leggevo anche la Stampa, ovviamente”. Ora quel giornale è del gruppo che lui guida. Il giornale che fu di Agnelli, dell’aristocrazia industriale torinese, comprato da un abruzzese laureato in pedagogia. C’è una metafora dell’Italia in tutta questa vicenda? “Voglio ridare orgoglio alla piemontesità”, dice lui, senza raccogliere. E dato che è anche l’editore della Nuova Sardegna, ha ricreato il regno Savoia. Ma sono battute. Gli si chiede: vorrebbe un direttore che schieri il giornale sulle grandi questioni del momento? Che scriva un editoriale per dire agli italiani come votare alle elezioni politiche? “Non lo sceglierei un direttore così. Voglio un giornale di profilo istituzionale. Equilibrato. Non urlato. Senza preconcetti, se possibile. Che esca fuori dalla storia degli ultimi due o tre anni della Stampa”. E’ un giornale che ha perso la sua identità, la Stampa? “La borghesia colta non ragiona con la pancia: approfondisce, entra nel merito. Quello è il lettore al quale ci dovremo rivolgere”. Qual è stato l’ultimo direttore della Stampa con queste caratteristiche? “Non certo Massimo Giannini. Che stimo, perché è un grande professionista. Lo dico solo per intendersi, per capirsi: non è quello l’indirizzo giusto per la Stampa”. Ma la neutralità assoluta non esiste, gli si dice. L’unica cosa neutra è il sapone per le mani, gli si obietta. Un giornale deve prendere posizione. E allora lui sorride. “Ci sono momenti in cui i giornali devono schierarsi, certo. Ma non voglio un giornale schierato a prescindere, questo intendo. La Stampa non è questo, e quando fa così tradisce la sua storia e la sua natura. E’ un giornale borghese, lo ripeto”. Mi faccia due o tre nomi di giornalisti che le piacciono. “Fare nomi mi sembra brutto. Potrebbe sembrare che stia indicando il futuro direttore. Ci saranno, se Dio vuole, le persone adeguate al livello di quel giornale. Sicuramente non saranno soggetti di profilo basso”. Che libro ha sul comodino? “Saint-Simon”. Henri de Saint-Simon, niente meno. Il padre del socialismo utopico, il pensatore che sognava una società guidata dagli industriali e dai tecnici, non dai nobili. Forse non è una lettura casuale, per un uomo che dice di venire dal socialismo lombardiano e che si è messo in testa di rifare, dal basso, il giornale dell’aristocrazia industriale torinese.
C’è una critica che viene rivolta ad Alberto Leonardis, non del tutto infondata, verrebbe da dire: compra giornali senza avere i soldi. I soldi li raccoglie, dalle fondazioni bancarie, da tanti investitori privati. Persino dalla Federtennis, che nella Stampa pare abbia messo 5 milioni di euro. E poi compra. Ma lui soldi in proprio non ne ha. “E’ esattamente così. Non essendo ricco, non posso che raccogliere investitori attorno a progetti che propongo. Ho sempre fatto così, sin dal primo giornalino universitario”. E perché si fidano, questi investitori? “Perché porto bilanci in utile, sempre. Non è mai accaduto il contrario”. I numeri, ci sono, dice lui: il gruppo Sae ha chiuso il 2025 con 175 milioni di fatturato aggregato e 15 milioni di Ebitda, “risultato possibile anche perché accanto all’editoria ho costruito nel tempo un sistema di società nel mondo della comunicazione d’impresa e degli eventi, dove le marginalità sono più alte e tengono su i conti”. Gli investitori sono imprenditori che vengono da varie regioni d’Italia, spiega Leonardis, attratti dalla curiosità di entrare in un mondo diverso dal loro, o dalla voglia di acquisire autorevolezza attraverso i giornali. “Ci piace molto mettere insieme imprenditori da un po’ tutte le regioni del paese”, dice. Gli si fa notare che non tutto è andato liscio, però. Il Tirreno, da quando lo ha acquisito lui: quattro direttori in quattro anni. Non va tanto bene quel grandioso giornale, amatissimo dai livornesi e diffuso su tutta la costa toscana. “Il Tirreno è un oggetto complicato”, dice. “Una testata straordinaria, amatissima certo, con una storia importante. Ma aveva un numero di personale molto consistente rispetto alle copie vendute, e una raccolta pubblicitaria in caduta libera. I quattro direttori sono stati una conseguenza diretta di quella difficoltà gestionale, non un problema editoriale”. Gli si chiede se non è comunque una sua responsabilità. “Chi non agisce con determinazione rischia di veder morire un giornale al quale tiene. Per questo ho dovuto cambiare i direttori. Essendo un editore puro non posso perdere denaro nell’editoria perché compenso guadagnando altrove: devo stare attento ai conti”. La Stampa, dice, è un caso completamente diverso. “Il rapporto giornalisti-copie non catastrofico, e migliorerà perché ci saranno prepensionamenti e investimenti”. La sua regola è non accettare mai partecipazioni corpose, spiega. Tenere l’azionariato il più frammentato possibile, quasi una public company, in modo che nessuno possa condizionare la linea editoriale. “Che viene decisa a livello di consiglio d’amministrazione”, aggiunge, “ma che è, devo dirlo, quello che decido io. Quello che penso io”. E qual è, questo pensiero, dottor Leonardis? “Sui diritti sono un uomo di sinistra. In economia sono un uomo di destra”. Lo dice senza esitazione, come se avesse trovato da tempo la formula giusta per descriversi. Sui migranti, per esempio: “Li considero una ricchezza. Se non interveniamo per integrarli e formarli, ci ritroveremo senza persone che lavorano. La popolazione invecchia, non si fanno più figli. E’ una questione serissima”. Allora gli si chiede, fuori da ogni metafora, se preferisce Elly Schlein o Giorgia Meloni. E qua Alberto Leonardis si ritrae in guscio, peggio di quando gli si chiede chi sarà il futuro direttore della Stampa.
Un editore deve stare fuori dalla redazione o dentro? “Fuori. Dà la linea editoriale ma non entra nel dettaglio. E soprattutto non legge gli articoli prima che escano”. Lo dice come se fosse ovvio. “Tutti i direttori e i giornalisti che hanno lavorato con me lo sanno bene”. Un editore, alla fine, cosa deve saper fare che un imprenditore normale non sa? “Ascoltare. Un imprenditore normale entra in una redazione e pensa di capire tutto perché sa leggere. Non capisce niente. I giornali hanno una loro logica, una loro cultura, una loro storia. Bisogna avere rispetto per questo. Per chi ci lavora”. Fare l’editore è anche un modo per contare, gli dico. Ti chiamano i potenti, cercano un canale. “Ho sempre qualche difficoltà a sentirmi importante per questo”, risponde. “Mi ricordo da dove vengo”, dice lui. E da dove viene, lo ha già detto: dalla Piana di Navelli, dall’Abruzzo dei pastori e dello zafferano. “Sono un prodotto agropastorale”, ripete, e sorride.
Del resto, a tenerlo con i piedi per terra ci pensa anche sua moglie. “Ogni volta che c’è un accenno a montarmi la testa”, dice, “Mihaela mi riporta giù subito”. Mihaela Malinici, che è anche la sua amministratrice (“controlla la gestione”), la sua socia (“senza di lei non esisterebbe nulla”), la donna dei numeri. “Mi riporta giù subito”, dunque. Non è retorica, sembra. Forse è il modo in cui Leonardis tiene insieme l’uomo che era e quello che è diventato. Del resto, aggiunge, con i giornali si può guadagnare ma non si diventa ricchi. “A me piace fare i progetti, piace questo mestiere. Sto bene così”. E cos’è, allora, un editore puro? “E’ quello che guadagna esclusivamente dall’editoria e non fa questo mestiere collegandolo ad altri interessi”. Gli si fa notare che Gianni Agnelli non era un editore puro. “No, non lo era. Ma era l’aristocrazia borghese italiana. Era il pezzo più pregiato di quelle grandi famiglie che tenevano insieme il tessuto sociale ed economico del paese. Quelle famiglie erano una garanzia di per sé. Perché erano, in senso ontologico, l’Italia. Oggi la figura dell’editore è tendenzialmente spuria: ci sono imprenditori che usano i giornali come strumenti di pressione, che li piegano ai propri interessi, ad altri affari, che sono spesso lontani da quelli dell’editoria”. Chi è un editore puro oggi? “Urbano Cairo. Lo stimo moltissimo: è un editore puro, e riesce anche a far tornare i conti. E’ molto bravo”. Lo dice senza invidia, pare, con la serenità di chi si sente in buona compagnia. Poi tace.
La conversazione è finita, anche se nessuno dei due lo ha ancora detto. Prima di salutarci, gli chiedo un’ultima cosa: se ha paura. “No”, risponde d’impulso. Poi ci pensa. “Forse un po’”. Sorride, il solito mezzo sorriso sornione. Si alza, stringe la mano, e se ne va. Fuori dalla redazione del Foglio, un abruzzese di Navelli che ha appena spiegato come si rifà il giornale dell’Avvocato Agnelli.