Politica
L'analisi •
Come il Pd ha trasformato Sánchez in un'icona nel momento del suo massimo insuccesso
Riforme bloccate, fedelissimi arrestati per tangenti e la polizia che perquisisce la sede del Psoe. La strana passione di Elly Schlein per il premier spagnolo rischia di diventare un boomerang

Elly Schlein confida così tanto nel potere taumaturgico del “modello Sánchez” che ha pensato bene di non recarsi all’assemblea di Confindustria proprio per incontrare il premier spagnolo in visita in Vaticano. Nella convinzione, evidentemente, che vedere Sánchez faccia prendere più voti che parlare con gli industriali italiani scontenti del governo e del ministro Urso. Ma ciò che è più paradossale è il timing.
Il Pd pensa che evocare Sánchez in contrapposizione a Meloni possa essere un traino per le elezioni proprio mentre il governo spagnolo è sul punto di affondare, travolto dagli scandali.
Da quando Schlein è diventata segretaria non c’è problema per cui la soluzione non sia “fare come la Spagna”. L’energia: ora si parla di sviluppo delle rinnovabili, fino a qualche mese fa di tetto al prezzo del gas, ma sempre si deve “fare come la Spagna”. Anche sul lavoro, il modello è quello spagnolo: salario minimo, leggi contro la precarietà e riduzione dell’orario di lavoro. Per un periodo Yolanda Díaz, ministra del Lavoro della sinistra di Sumar, era ospite fisso in Italia, del Pd o della Cgil. Si pensava che addirittura spostasse voti, tanto da farle fare un video messaggio a favore di Andrea Orlando presidente della Liguria: “Veniamo rispettivamente dalla Spezia e Ferrol, città portuali saccheggiate dal neoliberalismo selvaggio”. Per l’economia il faro è sempre la Spagna, con la sua crescita nettamente superiore a quella dell’Italia. Sulla politica estera, inutile dirlo: Sánchez è un faro morale per il sostegno alla Palestina, la condanna di Israele, il “no a la guerra” e l’opposizione a Trump.
Indicare agli italiani un altro modello di successo progressista, in Europa e in un paese mediterraneo, è ritenuto il miglior modo per presentarsi come alternativa credibile alla destra di Meloni alleata dell’estrema destra di Vox. Così Schlein, come un satellite, ha cercato di illuminarsi della luce riflessa di Sánchez, mostrandosi al suo fianco in ogni incontro internazionale tra socialisti e progressisti. Il problema, però, è che la luce di Pedro non era affatto così brillante.
Eppure quando il Pd ha deciso di costruire il mito della Spagna e di farlo diventare la stella polare della sinistra italiana era chiaro che quella luce politica si stava affievolendo. Già a maggio 2023, due mesi dopo l’elezione di Schlein a segretaria del Pd, Sánchez fu costretto a convocare elezioni anticipate a seguito di una pesante sconfitta alle elezioni regionali in cui il Psoe perse sei comunità autonome delle nove che governava. Ma contrariamente ai pronostici, alle elezioni generali del luglio 2023 il Pp dello scialbo Alberto Núñez Feijóo non raggiunse la maggioranza assoluta insieme alla destra di Vox. E così Sánchez, pur sconfitto, riuscì ad assemblare una coalizione Frankenstein con indipendentisti di destra e di sinistra, baschi e catalani, che gli consentì di far partire un governo di minoranza. Ma la legislatura è nata zoppa, sulla base di uno accordo – che Sánchez aveva giurato non sarebbe mai avvenuto – con i nazionalisti catalani di Junts: sette voti necessari a far partire il governo in cambio dell’amnistia a Carles Puigdemont e soci, il leader secessionista condannato e latitante a Waterloo. Un patto con il diavolo che ha fatto drizzare i capelli a Felipe González, padre nobile del Psoe e della Costituzione del 1978.
Pian piano sono venuti a mancare i voti per riforme che da noi venivano già date per fatte, come quella sulla riduzione dell’orario di lavoro. Yolanda Díaz, in Italia considerata l’astro nascente della sinistra, è diventata impopolare e contestata nel suo stesso partito tanto da decidere di non ricandidarsi nel 2027. Sánchez ha tentato di tenere in piedi la maggioranza facendo ulteriori concessioni ai partiti nazionalisti, come un sistema di finanziamento che favorisce la Catalogna (altro che autonomia differenziata e “secessione dei ricchi” all’italiana), ma la cosa si è ritorta contro nelle regioni più povere dove il Psoe ha accumulato altre batoste, come negli storici feudi dell’Estremadura e dell’Andalusia.
Così il governo non presenta una legge di Bilancio da tre anni, violando il dettato costituzionale, perché non ha i numeri. Si trascina avanti solo perché la sfiducia costruttiva impone una maggioranza alternativa politicamente impossibile. Ma gli scandali giudiziari che hanno coinvolto tutte le persone più vicine al premier, dai familiari (la moglie Begoña e il fratello David) ai fedelissimi (i segretari organizzativi José Luís Ábalos e Santos Cerdán arrestati per tangenti) fino alla guida morale (l’ex presidente Zapatero indagato per traffico d’influenze), ora avvicinano il voto anticipato.
Senza maggioranza, senza legge di Bilancio, reduce da quattro catastrofiche sconfitte alle regionali e con la polizia che perquisisce la sede del partito, il governo è al capolinea. Più Sánchez prolunga l’agonia, più il Psoe si avvia verso una disfatta storica. Il paradosso per il Pd è che in questo contesto il voto in Spagna prima del 2027 sarà sì un traino, ma per Giorgia Meloni.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
