Amministrative pugliesi, i “ciambotti” o “fritti misti” di Gallipoli e Molfetta

Nella città salentina un ex dalemiano vince con il centrodestra e succede all’attuale capogruppo regionale dem. Nella contesa barese il Pd appoggia il candidato di Rifondazione comunista, che non aveva votato alle regionali per Decaro, in ossequi al dogma “testardamente unitari”, non più solo con i 5S, ma anche con i nostalgici del comunismo

28 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 13:34
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Foto ANSA

Il trasversalismo pugliese, oltre ogni steccato ideologico, si sublima (anche) nelle ultime elezioni amministrative: come la serie western-noir Usa Yellowstone ha generato riusciti spin-off come Ranch Dutton, qui la stagione ibrida dello sceicco Emiliano è evoluta nei casi di studi Gallipoli e Molfetta.
Nella città salentina, “la Perla dello Ionio”, il centrodestra ha inflitto una cocente sconfitta al Pd, che aveva come sindaco uscente l’attuale capogruppo regionale Stefano Minerva (alla guida di una originale giunta che annoverava anche un parlamentare della Lega, Toti Di Mattina). I conservatori, con pragmatismo e spregiudicatezza, hanno investito sulla leadership di Flavio Fasano, ex parlamentare dalemiano, già primo cittadino negli anni novanta sotto le insegne del Pds. La campagna elettorale a Gallipoli è stata infuocata, e accanto a Fasano (supportato da ben cinque liste civiche) hanno tenuto incontri due leader nazionali come Giovanni Donzelli e Maurizio Gasparri. Il risultato? Successo al primo turno dell’area conservatrice allargata all’ex amico di “Baffino” (“Cenava da queste parti con Rocco Buttiglione. Non lo sento più da tempo, ha trascurato questo territorio quando non ha avuto più bisogno di un collegio dove candidarsi”).
Molfetta, città del barese con antiche tradizioni laiche (era luogo d’elezione di Beniamino Finocchiaro, socialista e presidente Rai dal 1975 al 1977), è invece un test rischioso del Pd versione Elly Schlein, per allargare la coalizione all’estrema sinistra, anche a costo di perdere mezzo partito.
Il centrosinistra è confluito sulla candidatura di Manuel Minervini, esponente di Rifondazione comunista. Il partito della falce e martello a Molfetta ha posizioni così radicali da non aver nemmeno sostenuto alle regionali il dem Antonio Decaro (perché “guerrafondaio”), preferendogli Ada Donno, candidata di Potere al Popolo e Pci (da queste parti ancora in auge con regolare simbolo). L’apertura dem in nome della filosofia “nessun nemico, nemmeno nella sinistra radicale” ha spaccato il partito, che inizialmente aveva sostenuto la coalizione civica di Pietro Mastropasqua, ex destra sociale di Gianni Alemanno, vicino a Fdi, ma alle regionali schierato con Antonio Decaro, incontrato anche nelle fasi post voto. I vertici nazionali e regionali hanno imposto il dietrofront, e così il circolo è stato commissariato con l’arrivo del franceschiniano Alberto Losacco, ma tanti iscritti dem per protesta si sono riversati nel fronte civico.
Mastropasqua è andato avanti è ha costruito un cartello civico con tanti dem, un pezzo di civismo emilianista, un consigliere regionale di una civica di Decaro, Saverio Tammacco. E anche la consigliera regionale di Forza Italia Carmela Minuto. Il rassemblement civico è stato definito dal terzo consigliere regionale della città, l’altro decariano Felice Spaccavento, “un ciambotto”, ovvero una zuppa di pesce misto…
In un contesto così ingarbugliato, con il centrodestra condannato alla sconfitta pur avendo riesumato l’antico berlusconiano Antonio Azzollini con una civica, il Nazareno ha rilanciato inviando addirittura il capogruppo alla Camera, Chiara Braga, per sostenere il rifondarolo Minervini, che ha fatto manifestazioni anche con Nicola Fratoianni, nonché con il segretario nazionale di Rifondazione, Maurizio Acerbo. Ora ci sarà il ballottaggio Minervini-Mastropasqua, e se vince il centrosinistra, a Palazzo di Città andrà un rifondarolo che non ha votato Decaro alla Regione, in ossequio al dogma “testardamente unitario”, che supera le intese con i 5S e apre ai nostalgici del comunismo.