La tassa che vuole farci smettere di fumare rischia di incentivare il mercato nero

La proposta di legge di iniziativa popolare per alzare di 5 euro il prezzo delle sigarette arriva in Parlamento. I dati dicono che funziona. Ma i casi europei insegnano che dipende da quanto gli stati riescono a controllare il contrabbando

27 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 16:14
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La raccolta di firme è finita. Cinquantamila elettori hanno sottoscritto la proposta di legge d'iniziativa popolare promossa da Aiom, Fondazione Airc, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione Aiom: l'obiettivo è introdurre un'accisa specifica di 5 euro su tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, in aggiunta alle accise vigenti, con il gettito destinato al Servizio sanitario nazionale. La campagna si chiama "5 euro contro il fumo" e ha raggiunto il traguardo in circa quattro mesi. Ora la proposta approda in Parlamento dove, tuttavia, meno del 3 per cento delle leggi di iniziativa popolare viene approvato in via definitiva.
I dati che la motivano sono solidi. In Italia fuma quasi il 25 per cento della popolazione adulta tra i 18 e i 69 anni. Il fumo è responsabile del 90 per cento dei casi di tumore al polmone e della metà di quelli alla vescica, oltre a caricare il sistema sanitario di malattie cardiovascolari e respiratorie croniche. Il dato che colpisce di più riguarda i giovani: il 7,5 per cento degli studenti tra gli 11 e i 13 anni fuma o usa sigarette elettroniche, quota che sale al 37,4 per cento nella fascia 14-17 anni. I promotori stimano che la misura potrebbe produrre una riduzione del 37 per cento nel consumo di tabacco e un gettito aggiuntivo di circa 800 milioni di euro l'anno. Stime in linea con i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui un aumento delle tasse che alza i prezzi del 10 per cento riduce il consumo di circa il 4 per cento nei paesi ad alto reddito. Secondo i calcoli della Commissione europea, circa il 40 per cento del calo della prevalenza del fumo nell'Ue negli ultimi decenni è attribuibile all'impatto delle politiche fiscali. La proposta di legge si inserisce infatti in una spinta più ampia. Palazzo Berlaymont ha avanzato una revisione della direttiva sulle accise sul tabacco che porterebbe aumenti tra 1 e 2 euro a pacchetto nella maggior parte degli stati membri, con l'obiettivo di generare 11,2 miliardi di euro l'anno nel bilancio comunitario 2028-2034. La misura, però, richiede l'unanimità, e almeno tre paesi hanno espresso riserve: Italia, Grecia e Lussemburgo. "Il rischio è che si perda più gettito di quello che si incassa", ha sintetizzato un funzionario europeo citato da Euractiv. Qui la variabile in gioco è il contrabbando.

Che cosa succede negli altri paesi europei. Il quadro

Paesi Bassi

Il modello citato più spesso da chi sostiene la leva fiscale è quello olandese. Dal 2020 a oggi le accise sui pacchetti di sigarette sono raddoppiate, con il prezzo minimo arrivato a 7,81 euro – e gli aumenti si inseriscono in una politica fiscale al rialzo che dura da decenni, nell'ambito di un piano che punta a una "Smokefree Generation" entro il 2040. I risultati sul lungo periodo sono reali: la quota di fumatori è scesa da uno su quattro nel 2015 a uno su sei nel 2025. Ma il gettito fiscale è calato, perché nel frattempo un quarto dei pacchetti vuoti raccolti per strada (un modo empirico ma efficace usato per fare una stima dell'ampiezza del mercato nero) conteneva sigarette che avevano eluso le accise olandesi, contro il 15 per centro rilevato nel 2021. Il 19 per cento delle sigarette era acquistato all'estero, il 4 per cento era contrabbandato o contraffatto. 

Francia

La Francia è il contro-esempio più clamoroso nell'intero dibattito europeo. Con un'accisa di 8,09 euro a pacchetto – seconda nell'Ue solo all'Irlanda – e aumenti di oltre il 40 per cento nelle accise negli ultimi anni, ci si aspetterebbe un calo significativo dei fumatori. Invece, secondo i dati disponibili, la quota di fumatori in Francia è rimasta quasi invariata dal 2000 al 2025: dal 34,7 per cento al 34,6 per cento. Il motivo lo certifica il think tank Tax Foundation nel suo ultimo report annuale sulle tasse europee sul tabacco: la Francia da sola rappresenta quasi la metà di tutto il consumo illecito di sigarette nell'Unione europea, con il 38 per cento del mercato interno alimentato da prodotti contrabbandati o contraffatti. Alzare il prezzo legale, in un mercato permeabile, non riduce i fumatori ma sposta parte della domanda fuori dal circuito fiscale.

Irlanda

L'Irlanda ha la tassazione più alta d'Europa: 10,71 euro a pacchetto, secondo i dati Tax Foundation (un pacchetto di bionde arriva così a costare intorno ai 15 euro). Aveva fissato l'obiettivo di diventare "smoke-free" entro il 2025. Non c'è riuscita: il tasso di fumatori è ancora al 16 per cento, sceso di appena 2 punti percentuali dal 2020. La ricerca attribuisce i progressi irlandesi non alla sola leva del prezzo, ma alla combinazione con divieti di fumo nei luoghi pubblici tra i più severi d'Europa e con programmi strutturati di cessazione. Anche in Irlanda, il 32 per cento delle sigarette consumate nel 2024 era di provenienza illecita.

Belgio

Il Belgio ha un tasso di fumatori intorno al 21 per cento, leggermente sotto la media Ue, ma stabile dal 2020: nessuna variazione nonostante anni di politiche fiscali al rialzo. Il paese ha anche vietato integralmente le sigarette elettroniche usa e getta e le bustine di nicotina, chiudendo ogni possibile via di riduzione del danno.

Contrabbando, il nodo irrisolto

Nel 2024, più di 38 miliardi di sigarette illecite sono state consumate nell'Unione europea, il 10 per cento in più rispetto all'anno precedente, con una perdita stimata di 14,9 miliardi di euro in gettito fiscale, secondo i dati Kpmg. Le tasse alte e il contrabbando tendono a crescere insieme, e il meccanismo è semplice: più si allarga il divario tra il prezzo legale e quello del mercato nero, più diventa conveniente rifornirsi fuori dal circuito ufficiale. La variabile decisiva, quindi, non è solo il livello dell'accisa, ma la capacità dello stato di contrastare il contrabbando. Su questo fronte nessun paese europeo ha ancora trovato una risposta soddisfacente.
La proposta dei 5 euro è ambiziosa, si tratta di quasi il doppio di quanto la Commissione sta cercando di imporre agli stati membri con la revisione della direttiva. Ma, anche ammesso che la legge di iniziativa popolare venga approvata, non è scontato che funzioni.