Quello che non torna nella grande esecrazione per “l’ebreo fascista” Bondi. Il caso Lerner

Dal gesto violento di Roma all’editoriale sul Manifesto: la lettura politica del conflitto rischia di oscurare episodi di antisemitismo e di produrre una memoria selettiva, dove la violenza “giusta” trova più attenuanti

di
1 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:23 AM
Immagine di Quello che non torna nella grande esecrazione per “l’ebreo fascista” Bondi. Il caso Lerner

Gad Lerner (foto Ansa)

Il gesto violento e da condannare (“fanatismo estremista” è già un’amplificazione retorica) di Eitan Bondi ha suscitato lo “sgomento” tra i primi di Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica romana. Condanne unanimi sui giornali, con un eccesso di foliazione e zelo, come ha notato Andrea Cangini su HuffPost, sconosciuto in altri casi. Si può notare con altrettanto sgomento la curvatura impressa alla notizia, fino a farne un ombrello che nasconde il resto della scena. Il sito di Repubblica ha titolato “il sionista che spara ai partigiani”, dove “sionista” è un dispregiativo che però equivale a “ebreo”. Lavinia Marchetti, attivista pro palestinese, su Contropian, “giornale comunista online”, ha scritto che Bondi “non è un mostro, solo il sintomo che ha come causa il sionismo”. Sul “quotidiano comunista” in carta, il manifesto, Gad Lerner ha invece scritto un’analisi che prende spunto dal fatto di Roma per produrre però una lettura complessiva di uno scontro ormai aperto. 
Lo scontro tra la sinistra antisionista, ebraica e no (o antisemita? “Siete saponette mancate” non è un tentato omicidio simbolico?), e una destra sionista che sarebbe, lei sola?, responsabile e “di fomentare un separatismo ebraico”. Il suo editoriale di prima pagina si intitola “Ebreo e fascista - Ideologi violenti alimentano il fascismo”.
Gad Lerner può ovviamente argomentare e sostenere le idee che vuole. 
Ma di certe curvature ideologiche, che privilegiano un solo punto di vista a tratti distorsivo, dovrebbe dare miglior ragione. Dal gesto violento di Bondi nasce invece a una lettura forzosa, a scapito della famosa “pacificazione” di cui tutti, Lerner compreso, parlano. Denunciare i “leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani”, ma minimizzare le imprese di altri giovani (“le isolate, oscene urla sul genere ‘saponette mancate’”) è un segnale di questo disequilibrio. Scrive Lerner: “Non avrei mai immaginato che si arrivasse fino a dover provare questa vergogna”. Perfetto. Ma non ritroviamo la stessa vergogna, la stessa “tristezza infinita”, per atteggiamenti ed episodi di una violenza uguale e contraria. Parla anche di Sergio Ramelli, Lerner, ma ci arriviamo dopo.
Quando scrive che nel nostro immaginario “non ci sta l’ebreo che prende la mira e spara sugli antifascisti. Perché noi serbiamo memoria dei martiri ebrei antifascisti”, dice il giusto vero. Ma dimentica, abrasione della memoria e del giudizio politico grave, che a essere insultati e cacciati, non per le loro bandiere ma per il loro essere ebrei – e in questo assimilati al governo israeliano: è mai ammissibile? – dagli “antifascisti” sono stati loro, gli ebrei. Quelli la cui salvezza e contributo a salvarsi il 25 Aprile “antifascista” dovrebbe celebrare. Spiegare la presenza della Brigata ebraica (“sbarcata in Puglia solo nel marzo del 1945”, sì: ma in tempo per aiutare la liberazione di Imola e altro ancora) come una pura mossa ideologica “riesumata dall’Ucei a più di sessant’anni da quegli eventi allo scopo di fomentare un separatismo ebraico nelle celebrazioni del 25 aprile che solidarizzavano con i palestinesi dei territori occupati da Israele” è un’altra curvatura della linea dell’orizzonte impropria.
Se da decenni una parte sempre più consistente della Comunità ebraica italiana fatica a sentirsi in sintonia con la sinistra, propria o nazionale, è perché sempre crescente è l’ostilità della sinistra verso la stessa esistenza di Israele (una data d’inizio? Diciamo l’attentato palestinese a Fiumicino del 1973, che la sinistra allora extraparlamentare faticò a condannare) è sempre cresciuta. La Brigata ebraica a Milano è stata fischiata molto prima della guerra a Gaza. Quando Lerner dice che “l’importazione della guerra mediorientale nel dibattito pubblico italiano è stata una scelta scellerata”, forse non tiene conto dell’importazione violenta – verso gli ebrei – della guerra palestinese, con le sue bandiere e fette di cocomero (farsi un giro nelle università okkupate?). Che l’evidente “sindrome di accerchiamento” nelle comunità ebraiche sia dovuta allo spostamento a destra di una sua parte, e non alla trasformazione dell’opposizione alla politica di Israele in sempre più marcato antisemitismo, è un aspetto non trascurabile. 
Fa bene Lerner a denunciare “una degenerazione squadristica che in nome di una supposta ‘autodifesa’” minaccia e aggredisce “chi individua come nemico di Israele”; ma basta scorrere lo storico dell’Ansa per vedere che i casi di squadrismo contro gli ebrei, non solo in Italia, sono molti di più. A partire dai sinceri democratici di Amnesty che strappavano le foto dei rapiti del 7 ottobre.
Abbiamo detto del riferimento “al pestaggio squadristico” contro il giovane che ha strappato “un manifesto commemorativo dell’orribile uccisione di Sergio Ramelli”. Il potenziale assassino ad ari compressa di Roma, Eitan Bondi, ha detto: “Non volevo uccidere nessuno, sennò avrei usato le pistole vere”. Ammissione di colpa, ma anche ragionevole. Non risulta che abbia fatto Angelo Simionato, il suo coetaneo anarchico che ha preso a martellate un agente a Torino (ma quello per i pm non fu tentato omicidio). Perché questa disparità di giudizi, ferma da cinquant’anni ai tempi di Ramelli? E perché non una parola su chi orribilmente ha cantato “Bella Ciao” contro il corteo commemorativo, trasformando il canto partigiano in un inno per gli assassini di Ramelli? Conclude Lerner “non stupisce, purtroppo, che l’odio antiebraico si rigeneri e trovi alimento dalla fascistizzazione in corso di Israele”. Forse perché l’odio antiebraico è precedente, come ha detto Liliana Segre, e genera l’incapacità di troppa sinistra di distinguere.