Liti, bozze fasulle. Salvini si scontra con Giuli, Meloni sbotta. I Berlusconi sempre più lontani

Piano Casa, accise, Biennale e caso Minetti: il Cdm finisce con Meloni che urla in conferenza stampa e Giuli che minaccia di non votare. Il governo litiga su tutto, e Lollobrigida fa il paciere

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1 MAY 26
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Foto Ansa

Casa Meloni fa acqua a Venezia, perde tegole a Cologno: i panni si lavano in Cdm. Meloni sembra Sandra Mondaini, solo che al posto del “che barba, che barba, che noia” risponde urlando, in conferenza stampa, a chi le chiede di Minetti, “ma de che? De come e de quando?”. Si tagliano le accise, ancora, si vara il Piano Casa, un provvedimento da quasi due miliardi, ma finisce a piatti in faccia fra Salvini e Giuli. Salvini propone di “radere le sovrintendenze”, di operare in velocità, di forzare (solo SCIA) ma Giuli si ribella, le difende, spiega che con lui ministro non passa. Non può. Meloni suggerisce a Giuli di conciliarsi, meno sprezzatura, insomma, meno alterigia, ma Giuli ha un moto contro Salvini perché “non mi sembra che sia il solo ad averla…”. Meloni esplode “basta”, Giuli non arretra, minaccia di non votare. Lollobrigida deve mettere la pace. Buon primo maggio, governo Meloni!
Ha ragione Meloni quando in conferenza stampa urla che di tutto il suo lavoro (le accise, questo Piano casa, il dimezzamento degli oneri dei notai e “quante misure ancora”) non se ne parla, ma è colpa dei giornalisti o della sua maggioranza che sembra un centro sociale? Il Parlamento approva il Dfp ma tra le miserie, le slealtà e le bozze avvelenate. Alberto Bagnai, il Cagliostro della Lega, offre alla Camera tarocchi sul Patto di Stabilità, ma Ylenja Lucaselli e Marco Osnato, di FdI, lo smascherano: “Sta spacciando una bozza che non è mai esistita, non è vero quello che dice. Non abboccate”. Per vendersi alla stampa la vittoria, l’idea che spezziamo le reni all’Europa, che chiediamo la sospensione del Patto di Stabilità, Bagnai inquina l’area, la lingua, aggredisce in malo modo la firma economica di Repubblica, Giuseppe Colombo, colpevole di aver scritto senza farsi plagiare. FdI corre per l’intera Camera, seguita da Raffale Nevi, di Forza Italia, per garantire che nella risoluzione di maggioranza non c’è nessuno scostamento, ma solo l’attivazione di clausole di salvaguardia. In Aula, lo spiega Giorgetti, che parla alla Draghi (tutti gli amici dell’ex premier lo chiamano con queste parole: “Mario, tieniti pronto”) e il ministro dice: “Un paese indebitato non è totalmente libero. Dipende da questo vincolo che non si può ignorare”, continua con “si cercherà di negoziare proroghe settoriali sull’energia ai vincoli di spesa sul Patto di Stabilità”. Federico Freni, sottosegretario all’Economia, che Meloni voleva alla Consob, ostaggio di Tajani, ancora, viene canzonato e tutti a chiedergli, ma “come stai?”. E Freni: “Come uno st. che galleggia”. Al Senato, perfino Renzi ha tenerezza della coppia Giorgetti-Freni, lasciati soli (la foto di loro due è da installare alla Biennale di Venezia dove ormai si dimettono pure gli scaricatori, oltre alla giuria) e gli manda a dire: “Ministro, l’hanno rimasta sola. Freni non è un cognome ma un’esortazione. Invece che Fantozzi batti lei, qui è “Meloni Freni lei”. In Rai a Ranucci, dopo la performance al Berlinguer’s Bar, il programma di Bianca Berlinguer, hanno comunicato che le eventuali spese legali contro Nordio le deve pagare di tasca sua e Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI, afferma: “Io ancora sono sconvolto di quanto ho visto”.
E i Berlusconi? “Eh”. Raccontano che Meloni e Marina si parlino meno perché del resto, e lo confida Alessandro Cattaneo: “Sulla legge elettorale ci sono perplessità. Se vince la sinistra si prende tutto, se invece si va al pareggio…”. Poco lontano c’è Alessandro Sorte, sempre di FI, e anche lui quando gli domandano sulla legge elettorale: “Ah, boh”. Sui telefoni viaggia la dichiarazione di Meloni in difesa della Flotilla, “Chiediamo la liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati” e Amendola del Pd, sorridente: “Meloni è passata alla kefiah”. Poche ore dopo, Meloni argomenta “la mia opinione sulla Flotilla non è cambiata” ma non esclude di mandare navi in difesa. E’ stanca, basta guardarla per qualche secondo, mentre siede in conferenza accanto a Salvini e il capo di gabinetto Gaetano Caputi. A volte perde anche il filo, ed è comprensibile. A Venezia, il suo amico Buttafuoco ha gli ispettori in casa, che cercano prove da portare a Roma perché la Cassazione è Fazzolari, e si dimettono giurati. Buttafuoco oggi è difeso da Salvini e Conte (tranquilli, Conte ha fatto sapere che sta bene, che torna presto dopo un intervento chirurgico) e Meloni deve arrampicarsi perché adesso, per colpa della presenza dei russi al padiglione della Biennale, è in gioco l’amicizia, il comando: “Buttafuoco è una persona capacissima, ma io non avrei fatto questa scelta”. Finisce di dirlo, e Salvini, come se l’avvesse studiata: “Io sono sempre d’accordo con il presidente Meloni, ma trovo geniale la scelta di Buttafuoco di assegnare i premi alla fine…”. Meloni lo guarda stranita, ma che può fare? Poco prima, quando vede Salvini e Giuli esplodeva in : “Ora basta”. Sospende il Cdm. Esce per qualche minuto. Deve intervenire Lollobrigida, come padre di famiglia, e riportare la pace perché il provvedimento è così importante che sarebbe sciocco sciuparlo con questa divisione. Le sovrintendenze non verranno rase al suolo (Salvini: “ Userei le ruspe previo avviso di evacuazione di due ore ai dipendenti”) e forse ci saranno, come promette Meloni, centomila nuovi alloggi in dieci anni. Quello di governo brucia. A Cologno, i vicini di Meloni, i Berlusconi, fanno già campeggio con Angelo Bonelli e quando li chiama il Quirinale fanno leggere a Paolo Del Debbio, in diretta, la rettifica (è accaduto la scorsa sera) con tanto di “massimo rispetto per il presidente!”. Le nomine restano sospese. Si finisce sempre così: a litigare per decidere sul parcheggio.