Ezio Mauro sul caso Buttafuoco: “La destra non capisce un intellettuale irregolare. Mentalità minoritaria”

“Se pensavano che facesse l’esecutore dei desideri del governo hanno sbagliato persona, o forse invece avevano messo la persona giusta ma non hanno l’intelligenza e il codice per comunicarci”, parla l'ex direttore di Repubblica

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1 MAY 26
Immagine di Ezio Mauro sul caso Buttafuoco: “La destra non capisce un intellettuale irregolare. Mentalità minoritaria”

Foto Ansa

“Non si muovono sulla notizia di irregolarità. Vanno a cercarle a strascico, le irregolarità. Mandano degli ispettori del ministero alla Biennale col mandato di trovarle. In modo che siano le irregolarità amministrative a bloccare la scelta artistica di Pietrangelo Buttafuoco. Lo trovo fantastico, e rivelatore di un problema più generale”. Ezio Mauro, direttore di Repubblica per vent’anni, una delle voci più importanti del giornalismo italiano, uomo di sinistra, ovviamente, sta parlando della guerra ormai nemmeno tanto sotterranea che il governo Meloni ha dichiarato a Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia. La destra politica contro un intellettuale di destra? “Se pensavano che Buttafuoco facesse l’esecutore dei desideri del governo hanno sbagliato persona, o forse invece avevano messo la persona giusta ma non hanno l’intelligenza e il codice per comunicarci”. Il motivo del contendere, almeno quello dichiarato, è la scelta di Buttafuoco di riammettere la Russia alla Biennale. Cosa che ieri ha provocato le dimissioni della giuria, che aveva dichiarato che non avrebbe messo piede né nel padiglione russo né in quello israeliano. Ma Mauro invita a non fermarsi alla superficie. “Intanto non si criminalizza un popolo per le scelte di un governo”, dice. “E naturalmente si considera che l'arte sia libera”. Fin qui, la difesa di principio. Ma aggiunge subito il rovescio: “Nel momento in cui inviti l'arte di un paese in guerra, dove gli spazi di libertà interna si stanno restringendo, devi farti una domanda. L’arte che invito è libera? O è espressione di quell'esercizio dittatoriale della sovranità?”. Non c’è, insiste Mauro, una bolla artistica dove l’organizzatore culturale è esente da responsabilità. La creazione è libera. Ma l’uso politico che se ne fa è un problema che chi governa la cultura deve porsi. Tuttavia questo, appunto, è il merito. E il governo non si è mosso sul merito. Manda gli ispettori. Pretende ubbidienza. “Solo che Buttafuoco ha lo stesso statuto dell’artista”, dice Mauro. “Perché è organizzatore di un evento culturale. Deve potersi muovere liberamente. E non deve certamente stare ai diktat, né farsi interprete della politica del governo”.
Questa è la distinzione che il governo non riesce – o non vuole – fare? “Il governo fa la politica estera e interna, e se vuole può anche impedire l’ingresso dei russi nel nostro paese. Può fare molte cose. Ma non può pretendere che le faccia la Biennale per conto del governo… Però c’è una cosa che mi ha lasciato stupefatto, sempre di più nell’osservare le mosse di Meloni in questi anni”. E cosa? “Io pensavo che proprio perché Meloni veniva ‘dall’altro mondo’, e cioè dalla politica post missina, da una certa marginalità, avrebbe scelto persone libere per costruire la sua politica culturale. Ero convinto che lo avrebbe fatto. Per intelligenza politica, per una sorta di orgoglio. Per poter poi dire: ‘avete visto cosa sappiamo fare?’. E invece non è stato così, mai. E quando ha messo una persona libera come Buttafuoco, è finita come sta finendo”. Che lo espellono dal consesso come un calcolo renale. “Meloni avrebbe potuto circondarsi di figure riconoscibili, capaci, con posizioni definite non riducibili alla sola obbedienza. Ce ne sono, a destra. Molte le leggiamo anche sui giornali”. Chi per esempio? “Non mi va di fare nomi. Ce ne sono tanti, persone lontane da me dal punto di vista politico e che in alcuni casi non mi stanno nemmeno simpatiche. Però persone che hanno qualità. Tuttavia vedo che sono tutti ai margini”.
E questo ti stupisce davvero? “Sì, perché con cinque o sei persone intelligenti, colte e capaci, Meloni, quasi senza accorgersene, avrebbe allargato i confini del suo recinto. E alla fine si sarebbe parlato della ‘stagione culturale’ della Meloni. Ne sono sicuro”. E invece? “Invece non c’è una cifra. E non resterà traccia. Questa storia di Buttafuoco è un paradigma. Sembra un conflitto tra arte e politica, mentre invece è un conflitto tra appartenenza e cultura”. Che vuol dire? “Che in nessun caso cercano di lasciare il segno di una presenza culturale di destra. Occupano dei posti, come in Rai, e credono che l’occupazione generi automaticamente visione. Credono che occupare basti per governare e produrre ‘egemonia’. Io questo atteggiamento lo conosco bene. Questo è il tipico errore di una mentalità minoritaria, che esiste anche a sinistra. Mi ricorda l’autonomismo nenniano nel Psi. O le correnti minori della sinistra democristiana, tipo Forze Nuove. Anche quando erano in maggioranza, nel preambolo, mantenevano quella cultura da gruppo compatto. Chiuso e forse pure ottuso. E’ dal sentimento di essere minoritari che deriva la ricerca della fedeltà piuttosto che della libertà. E’ una mentalità che porta a tutelarsi prima che a esprimersi”. E Meloni ne sarebbe potuta uscire? “Pensavo lo avrebbe fatto. Pensavo avrebbe cercato i migliori cervelli e dato loro, a ciascuno, un’istituzione da gestire. Scommettendo sul fatto che sarebbe stata la somma di queste scelte libere e contraddittorie a segnare la cifra di una politica culturale di destra. Una cosa che ovviamente non deve piacere a quelli come me. E la scelta di Buttafuoco andava in questa direzione. Ma evidentemente non sono riusciti a reggerla”. Alla fine, insistendo, potrebbero anche spuntarla e divellere Buttafuoco dalla presidenza della Biennale. A furia di ispettori e cavilli. Cosa accadrebbe? “Questo caso ancora non è stato portato nei suoi elementi fondamentali davanti all’opinione pubblica nazionale per essere riconoscibile e quindi giudicabile. Ma avrebbe un effetto certo, sicuro, a Venezia, dove ci sono le elezioni tra qualche settimana. Lì l’hanno capito cosa succede. A Venezia questa vicenda pesa”. La destra perde le elezioni? “Possibile”.