E’ di Ferrara, il neo sottosegretario meloniano alla Giustizia
Alberto Balboni, già presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato nonché uomo
nominato al posto di Andrea Delmastro in chiave rinnovamento e ripartenza governativa dopo gli scossoni post-referendari. Ed è di Ferrara come il coetaneo ex ministro dem Dario Franceschini – e infatti i due si conoscevano sul campo già prima di approdare in Parlamento, avendo sempre avuto la politica come obiettivo e passione, pur militando in fronti opposti. Ha aderito cioè molto giovane al Msi, Balboni, negli anni in cui Franceschini si formava in ambiente democristiano, e ha seguito tutto il cursus interno alla destra-destra locale: consigliere comunale a Ferrara, poi consigliere regionale, poi candidato a ogni tornata per il Parlamento fino all’elezione nel 2001 in Senato per l’allora Casa delle Libertà, alla rielezione con il PdL e alla scissione del 2012: Balboni, con Giorgia Meloni e Guido Crosetto, partecipava alla fondazione di Fratelli d’Italia, diventandone coordinatore in Emilia Romagna.
Ma l’essere ferrarese è uno stato dell’anima, oltre che della politica, per il sottosegretario che riceveva le congratulazioni dei colleghi e dell’Anm: circa un anno fa, infatti, proprio in Senato, l’allora presidente della Commissione Affari Costituzionali invitava i colleghi di ogni schieramento a combattere per un giorno una comune battaglia contro il granchio blu, flagello per le ostriche qualità Golden coltivate nella sacca di Goro, provincia di Ferrara. Ed ecco che i pescatori del Consorzio locale si collocavano nel ristorante del Senato per sgusciare dal vivo le ostriche e offrire una degustazione tour de force orchestrata dallo stesso Balboni, per quel giorno insolitamente loquace (il sottosegretario solitamente non si espone in modo intensivo con interviste e post sui social, e anzi centellina ponderatissime uscite). E insomma, le ostriche minacciate dal granchio blu si affacciavano, portando il sorriso, tra una riunione e l’altra della cupissima commissione Affari Costituzionali, il luogo dove passano, restano, volano o si inabissano tutti i temi più complessi del governo Meloni, dal premierato in giù. Fatta eccezione per la giornata anti-granchio, dunque, il sottosegretario finora si è posto come uno degli uomini meloniani meno mediaticamente esposti — caratteristica, questa, che deve essere stata determinante nella scelta del profilo adatto a sostituire l’invece mediaticamente espostissimo Delmastro. Sorte vuole, poi, che Balboni entri nella compagine governativa proprio nel momento in cui la premier Giorgia Meloni si trova alle prese con il decreto Sicurezza, con occhi puntati del Colle, voto di fiducia e dibattito sull’eventuale decreto correttivo che aggiunge urgenza e urgenza: circa due anni fa, infatti, nell’autunno del 2023, Balboni, intervistato da questo giornale, invocava l’apertura di un dibattito per ragionare su quali potessero essere “gli strumenti per consentire al governo di agire con rapidità e al contempo per consentire al Parlamento il necessario controllo e anche le necessarie correzioni”. L’attuale neo sottosegretario alla Giustizia faceva però notare che, “rispetto a settantacinque anni fa, quando venne discussa e approvata la nostra Costituzione, i problemi sono diventati sempre più urgenti e complessi, e chiedono risposte sempre più immediate. Di conseguenza, le decisioni politiche devono essere adottate con sempre maggiore rapidità. Questa è la ragione per la quale oggi, in tutte le democrazie occidentali, gli esecutivi hanno un problema di decisione: la democrazia ha un valore, ma una discussione fine a se stessa non ha un valore; la democrazia ha un valore se è democrazia decidente, altrimenti si chiama inconcludenza”. Il neo sottosegretario, infine, lascia la commissione Affari Costituzionali (tra i possibili successori, tutti meloniani, Andrea De Priamo, Salvatore Sallemi e Marco Lisei) nei giorni in cui il governo è atteso al varco sulla legge elettorale. E non ha cambiato idea rispetto a qualche mese fa quando, intervistato dal Riformista, perorava la causa del proporzionale con premio di maggioranza: “Bisogna trovare un giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità”, diceva Balboni. E, a chi accusava di tempismo furbetto il governo, rispondeva che no, quello era il modo “per evitare lo stallo nel 2027” e auspicava la ricerca di una “sintesi tra maggioranza e opposizione”, con o senza indicazione del premier sulla scheda. Ora si dovrà dedicare a un altro campo minato: il ministero della Giustizia nella trasversata post-sconfitta del Sì.