Per Fassino se l'Europa va a Hormuz, l'Italia non può sottrarsi

L'ex ministro dem rompe la cautela del partito: missione possibile, purché ci sia una sospensione delle ostilità e un mandato chiaro. Ma dentro il Pd le posizioni restano distanti

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21 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:54 AM
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Piero Fassino (foto Mauro Scrobogna per LaPresse)

Risuonavano nei Palazzi, ieri, di buon mattino, le parole dette dal ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della Sera: “L’Italia è pronta a contribuire a una missione internazionale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, ma l’invio di assetti potrà avvenire solo dopo una tregua e con il via libera del Parlamento, anche in assenza di un esplicito mandato delle Nazioni Unite”. E risuonavano anche i dubbi nelle opposizioni: partecipare? E sotto quale cappello? Insomma: se, come sembra, la questione Hormuz arriverà in aula (si vocifera addirittura giovedì, anche se il Decreto sicurezza incombe), che cosa farà l’opposizione e, in particolare, il Pd? Il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano si era già espresso qualche giorno fa, su linea schleiniana: “A oggi”, aveva detto, “non c’è una cornice chiara e manca la precondizione, un accordo di pace stabile e duraturo. Non basta una semplice tregua, decisivo sarà l’esito del negoziato. Altrimenti si rischia che mandare navi in un teatro di guerra venga interpretato come un coinvolgimento diretto. Servirebbe un mandato chiaro delle Nazioni Unite. Ancora una volta, è sull’Europa che ricadono le conseguenze della guerra illegale di Trump e Netanyahu”. A valle dell’intervista di Crosetto, Provenzano precisava al Foglio: “Ora il governo scopre l’importanza dell’Europa e delle opposizioni. Ciò che fino a ieri hanno sempre attaccato. Ma faccio notare che a questa discussione manca la precondizione essenziale: un accordo di pace stabile e duraturo, in cui si affronti anche il nodo di Hormuz, che rappresenta il più clamoroso fallimento dell’attacco di Trump e Netanyahu”. Le sfumature, all’interno del Pd, riguardano modi e confini.
Dice l’ex ministro dem Piero Fassino: “Nel momento in cui, in Europa, alcuni paesi si accordano per contribuire a superare la crisi iraniana e a creare condizioni di stabilità, io penso l’Italia debba partecipare. Occorre però un accordo di sospensione delle ostilità ed è necessario che il mandato della missione sia chiaro. Se il mandato è concorrere a stabilire la libertà di navigazione, penso sia difficile sottrarsi”. Fassino rivolge poi un’esortazione: “Se si vuole superare un conflitto e arrivare alla pace, bisogna assumersene la responsabilità. Non basta una dichiarazione. Al di là del mandato Onu, credo la Ue sia in grado di agire, come con l’operazione Aspides. Una decisione così delicata, in ogni caso, necessita della massima convergenza; non può diventare strumento di polemica tra maggioranza e opposizione”. Il deputato dem Gianni Cuperlo va dritto al merito: “Ha detto benissimo Elly Schlein: nessuna iniziativa se non con la copertura delle Nazioni Unite, perché siamo contrari ad accodarci all’iniziativa militare illegale di Usa e Israele (il che non implica contraddire la condanna ferma del regime repressivo iraniano)”. Anche Matteo Orfini è drastico: “Ma votare cosa? Una missione ci può essere solo se c’è una accordo di pace con una qualche stabilità, cosa che mi sembra assai lontana, a oggi. Che senso ha ragionare oggi su una cosa che non esiste? Crosetto pensi come aiutare ad arrivare alla pace; fa il ministro, non l’indovino”.
Dal lato riformista del Pd, la deputata Lia Quartapelle mette l’accento sull’emergenza: “L’Italia è un paese povero di energia, quello che succede in quel quadrante è fondamentale. Ben venga quindi – se davvero esiste – la disponibilità del governo a lavorare con l’opposizione, ma non certo a mezzo intervista. L’interesse nazionale è l’apertura di Hormuz – e l’Italia è già impegnata con Aspides. In un quadro istituzionalmente corretto, in un patto per l’interesse nazionale, si ragiona con l’opposizione. Insomma, non si può agire sulla base di un’intervista di Crosetto”. Il senatore riformista Filippo Sensi invita a “non impiccarsi a un solo schema di gioco. Se si dice ‘nel quadro di un mandato multilaterale’, a mio avviso è sufficiente — che il contesto sia europeo o Onu. Stiamo parlando di mandare due unità per sminare l’area, quando ci saranno le condizioni minime di pace. Non stiamo parlando di navi da guerra per ingaggiare un combattimento. Tra l’altro il governo ha già la possibilità di mandare queste unità; ha già un mandato. Non sarebbe insomma necessario passare per il Parlamento, ma se il governo viene in aula, e per noi è importante, deve poi esserci un mandato multilaterale chiaro, con un perimetro ben delineato. Se i paesi europei vanno e danno una mano, penso insomma che l’Italia debba esserci e che il passaggio parlamentare debba essere affrontato all’insegna della massima unità possibile”.
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