La destra nel pantano della sicurezza. Lo stop di Mattarella al decreto

Le perplessità del Colle per la norma su avvocati e rimpatri mandano in tilt la maggioranza. Mantovano fa visita al Quirinale. C'è il rischio incostituzionalità e anche Piantedosi finisce sul banco degli imputati.  Ora il governo valuta un nuovo emendamento, ma il sentiero è strettissimo. Opposizione sulle barricate, mentre FdI rilancia sui centri in Albania 
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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:01 AM | 21 APR 26
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Italian Prime Minister Giorgia Meloni attends at the 76th National Assembly of Italian hoteliers' association Federalberghi in Rome, Italy 18 April 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

 Per il governo è un’altra giornata in apnea, ma questa volta non è per Donald Trump. La destra finisce nel pantano della sicurezza. Mentre una delegazione meloniana vola in Albania per “cambiare narrazione” sui centri di rimpatrio, le agenzie rilanciano i dubbi del Quirinale sul decreto bandiera della destra. Si ipotizzano confronti con Palazzo Chigi. Poco dopo il sottosegretario Alfredo Mantovano sale al Colle per incontrare il presidente Sergio Mattarella, ne recepisce le perplessità. Così non va.
Il pasticcio è la norma, inserita con un emendamento di maggioranza al Senato – la prima firma è di Marco Lisei di FdI, ma piace anche alla Lega –, che prevede un incentivo di 615 euro per gli avvocati nel caso in cui i loro assistiti decidano per il rimpatrio volontario. Anche Matteo Piantedosi finisce sul banco degli imputati per com’è scritta la misura, sono dubbi che appartengono pure ai Fratelli, oltre che ad altri ministeri. La segretaria del Pd Elly Schlein attacca: “Centrodestra in confusione, la linea al governo provano a dettarla CasaPound e Vannacci”. E’ una remigrazione mascherata, ci sono profili di incostituzionalità, denunciano le opposizioni, dal M5s ad Avs, chiedendo lo stop al provvedimento. Sono perplessità che si sommano a quelle degli avvocati. Il Consiglio nazionale forense, l’organo di rappresentanza istituzionale della categoria, non è stato consultato e chiede che il decreto venga cambiato. L’Unione camere penale è sul piede di guerra. L’ex presidente Gian Domenico Caiazza, che guidava uno dei comitati per il Sì al referendum, parla di “mostruosità”, evoca il rischio che i difensori dei migranti arrivino a commettere il reato di “infedele patrocinio”. Il centrodestra, lo hanno detto e ridetto, si augurava che la mobilitazione sulla giustizia non andasse dispersa, ma in questo modo il rischio è quella spinta vado altrove.
Nel pomeriggio lavori della commissione Affari costituzionali alla Camera vengono sospesi per cercare una via d’uscita dall’impasse. Si stavano discutendo gli emendamenti. Fino al tardo pomeriggio nessuno tra i leader di maggioranza si è espresso. I parlamentari del centrodestra in commissione provano a minimizzare. Si alimentano retroscena e c’è anche chi si interroga sullo “strano tempismo” delle polemiche. Ma intanto il caso monta e va oltre certe ricostruzioni, la visita di Mantovano al Quirinale ne è la prova. Il decreto, che ha già avuto un iter travagliato e rallentato dai rilievi economici del Mef, va convertito entro il 25 aprile. Il governo vorrebbe approvarlo con la fiducia. Non ci sarebbe il tempo per emendare ancora e ripassare dal voto a Palazzo Madama, senza che l'opposizione di faccia di parte. 
Il neo capogruppo di Forza Italia, Enrico Costa, aveva annunciato in mattinana un ordine del giorno per sanare la situazione, aggiungendo che senza decreti attuativi comunque la norma non entrerebbe in vigore. “Ci stiamo lavorando con le altre forze di maggioranza”, dice al Foglio mentre ancora si cerca il bandolo della matassa. Non è detto che un odg, un impegno non vincolante per il governo, possa bastare a trovare una quadra rispetto ai dubbi di costituzionalità. Dalle parti di Palazzo Chigi avanza anche l’ipotesi di un nuovo decreto o di provare il tutto per tutto con un nuovo con un nuovo emendamento soppressivo.  Quest'ultima opzione alla fine  viene lasciata cadere. 
Mattarella viene tirato nella bagarre politica e questo in ogni caso indispettisce il Quirinale. Filtra allora che il capo dello stato deciderà solo quando ci sarà un testo definitivo se firmare, respingere o approvare con riserva il provvedimento bandiera della destra. Nulla viene escluso. La premier Giorgia Meloni aveva puntato sulla sicurezza per rilanciare il governo, azzoppato dopo la scoppola referendaria. E’ anche per questo che ieri, con un tempismo non proprio fortunato, una truppa meloniana di primo livello – dai capigruppo Malan e Bignami, fino a Donzelli e Filini – si è recata in Albania (pochi giorni dopo la visita di Edi Rama a Palazzo Chigi), per “smentire i gufi” di sinistra. Sara Kelany, la responsabile immigrazione di via della Scrofa, dice che il Cpr di Gjader “funziona a pieno regime “con 82 posti occupati su 96 disponibili”. L’obiettivo dichiarato della visita – “una gita, un pagliacciata” secondo il dem Matteo Orfini – era riprendere in mano in mano la narrazione sui centri. Segno che finora, tra stop normativi e cambi di destinazione d’uso, il progetto non ha funzionato secondo l’iniziale disegno della premier. E in attesa dei nuovi regolamenti europei, che forse cambieranno il quadro, rischia di diventare una zavorra elettorale.

Comunque vada a finire, per la maggioranza resta una giornata nel pantano, nel pantano della sicurezza. Tra imbarazzi e retromarce.