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Nelle “cene romane” gira a pieno ritmo già da un po’ la grande giostra del riposizionamento
Salis come Jane Fonda del campo largo: “Ora potrebbe sparigliare tutto”. Racconti dalle tavole dei vasti appartamenti tra Prati e Aventino, sede naturale del potere informale italiano
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18 APR 26

Foto ANSA
Nelle “cene romane” del mercoledì o del giovedì – mai di sabato, di sabato escono solo i cafoni – il talk of the town è il grande distacco. Il lungo addio. Goodbye Giorgia! Anzi: ma chi te conosce! Nei vasti appartamenti tra Prati e Aventino, sede naturale del potere informale italiano, seduti a tavola tra plotoni di giornalisti, imprenditori, ex sottosegretari, demi-monde di Palazzo Chigi, imprecisati “uomini di Fazzolari” (ci sono sempre), ex cda Rai, cinematografari, qualche spin doctor in libera uscita da Milano, con una o più “Claudie Conte” al seguito, la grande giostra del riposizionamento gira a pieno ritmo già da un po’. Il flirt con il melonismo era sbiadito coi primi exit poll del referendum, ma la velocità con cui tutti hanno dimenticato è commovente. “Io ad Atreju? Guarda che ti sbagli…”; “No no, non ho scritto un libro con Sangiuliano, era una prefazione, me l’ha chiesta la casa editrice”; “e poi basta con questa romanità”, detto a Roma o anche “Mamdani mi sta piacendo molto… bella la pied-à-terre tax!”, detto da chi non vede l’ora di farsi tassare la seconda o terza o quarta casa a Sabaudia o all’Argentario. Nell’ultima cena in cui sono finito – niente nomi, ci mancherebbe – non si diceva più “ho votato Sì al referendum” ma “l’ho sempre detto che il referendum non andava fatto!”.
Fulminea anche la riabilitazione di Schlein, zimbello prediletto delle vecchie serate… “hai visto che senso delle istituzioni! La difesa di Meloni… una cosa bellissima, matura. E poi, vogliamo dirlo, ma com’è migliorata?”. Nelle “cene romane” tutti sanno già tutto prima ancora di mettersi a tavola, come se insieme all’invito fosse girata una scaletta, una sceneggiatura, anche con i dialoghi: perciò mi spiegano che alle prossime elezioni vince Schlein, di poco, sospinta dal voto giovane, come col referendum, alla faccia dell’inverno demografico; poi Conte presidente del Senato con un minaccioso tunnel per il Quirinale che starebbe già costruendo Renzi – e non da ieri! – vero vincitore occulto delle elezioni, come al solito (l’ombra di Renzi è la nuova “ombra di D’Alema”).
A tavola poi grande sdegno per l’affaire Regeni, inteso come documentario, “e poi Aldrovrandi!… e poi la sceneggiatura di Bertolucci!” – ma sottovoce, à la Marzullo, quei pochi che Regeni l’hanno visto confessano che “certo proprio bruttino, proprio didascalico, senza idee”… forse Regeni meritava di meglio (che sarebbe anche stata un’ottima risposta di Giuli e Mollicone, ma ormai ci si sgancia da tutto, anche dalle proprie commissioni). Quando la conversazione finisce su Silvia Salis ecco silenzi, pause, occhiate interlocutorie. Fino a tre cene fa ci si lasciava ancora andare – “ma chi, quella della ginnastica?”, “ma lo sai che la confondevo con Diletta Leotta” – ma nel giro di due weekend e un rave è diventata la Jane Fonda del campo largo, per un nuovo grillismo con la skincare. “Ora potrebbe sparigliare tutto”, dicono, in un arco che va da Forza Italia alla Flotilla, da Cuba libre a Marina Berlusconi. Anche se nessuno sa bene come. Anche se nessuno sa bene perché. Ma che importa. Le “cene romane” sono il vero termometro del paese – anche quando il paese fa sistematicamente il contrario di quanto si è stabilito a tavola. Però qui si sa bene che gli italiani non ti riconfermano. Mai. E’ una cosa di principio. Quasi costituzionale. Una chance si dà a tutti – è la democrazia, ci mancherebbe. Ma la riconferma di seguito no. Quella è roba da regime – e poi di che parliamo a cena per i prossimi cinque anni? Il pendolo deve oscillare. L’alternanza è una legge di natura. Mai farsi trovare impreparati. Eccoci qui, pronti per una nuova Primavera, come il libro di Conte, peraltro subito divorato – “scorre benissimo… si legge come un romanzo!”.