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L'ammiraglio Di Paola spiega il ruolo dell'Italia per Hormuz. E dice: “I droni di Kyiv possono aiutare”
L'ex ministro della Difesa e capo di stato maggiore: "Italia eccellenza nello sminamento. Nel Mar Nero gli ucraina hanno sviluppato una grande capacità anche nel campo dei droni marittimi. Rafforzare il pilastro europeo della Nato è ormai ineludibile". Il colloquio
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18 APR 26

Il cacciamine della Marina Militare. ANSA/MARINA MILITARE
Da Parigi, al termine del vertice sullo Stretto di Hormuz con Macron, Starmer e Merz, Giorgia Meloni assicura che l’Italia farà la propria parte nella missione che punta a garantire nuovamente la libertà di navigazione nelle acque vicine all’Iran. Ammiraglio Giampaolo Di Paola, quale ruolo può avere la nostra Marina militare? “Ci sono ancora molte incognite. Ma indubbiamente abbiamo capacità tecniche, e operative, notevoli nel campo dello sminamento. Penso alle cosiddette unità della classe Lerici, in vetroresina, che hanno la caratteristica di essere amagnetiche. E’ una delle specificità principali per chiunque voglia svolgere attività di sminamento. Detto questo, il nostro paese è un’eccellenza in questo campo, ma non è l’unica. Anche Belgio, Olanda, Francia e Regno Unito hanno strumenti adeguati”. risponde al Foglio Di Paola, già ministro della Difesa nel governo Monti, capo di stato maggiore e presidente del comitato militare Nato. Quando parla di incognite si riferisce prima di tutto al cessate il fuoco, a un accordo definitivo tra Iran e Stati Uniti. “Una condizione che è stata posta anche ieri a Parigi”. Ieri intanto Donald Trump ha annunciato che l’Iran riaprirà lo Stretto di Hormuz. L’ex minstro predica cautela: “Bisognerà verificare l’effettiva disponibilità di Teheran a non attaccare le navi che transitano nel Golfo”. Poi si potrà passare alla fase operativa. “Non sarà semplice. Bisognerà individuare sul campo dove e quali tipi di mine sono state depositate dagli iraniani. E poi capire effettivamente con quali modalità, con quali regole di ingaggio, scortare le imbarcazioni in modo che possano navigare in sicurezza”.
Altro elemento di discussione riguardo alla missione nello Stretto di Hormuz è la cornice legale entro cui sviluppare le operazioni. Aspides, al netto delle differenze di contesto, può essere il riferimento? “In teoria sì ma – ragiona l’ammiraglio – la realtà è che almeno finora l’Unione europea ha deciso di non estendere la missione fino a Hormuz, confermando soltanto le operazioni che riguardano lo Stretto di Bab el-Mandeb e gli accessi al Mar Rosso. Mi sembra che a Parigi sia nata una realtà multinazionale, più ampia, che include oltre agli stati europei tanti paesi asiatici che hanno interessi nella zona. L’orientamento insomma mi sembra quello di voler creare un altro tipo di formula, diversa da Aspides”.
Qualche giorno fa l’Italia ha annunciato un accordo sui droni con l’Ucraina, che ha sviluppato in questi anni tecnologie di primo livello. Anche dal punto di vista dello sminamento marittimo Kyiv ha sviluppato una certa competenza. L’esperienza nel mar Nero può essere utile anche a Hormuz? “Presumo che Kyiv continui a concentrarsi prima di tutto sulla difesa dalla Russia – premette Di Paola – ma certamente un contributo può arrivare. Gli ucraini hanno sviluppato una grande capacità nel campo dei droni, inclusi quelli marittimi. Nello scenario odierno le navi cacciamine restano essenziali, sempre più spesso però per neutralizzare le mine si avvalgono di droni subacquei, che fanno il grosso del lavoro. Un tempo toccava ai sommozzatori, con grandi rischi, oggi sono questi sistemi a localizzare e neutralizzare gli esplosivi. Non è un caso che oltre all’Italia, anche i paesi del Golfo hanno stretto intese con l’Ucraina in questo settore”.
Tra i temi di cui si parla in queste ore (pare anche durante il vertice di Parigi) c’è, di nuovo, il rafforzamento del cosiddetto pilastro europeo della Nato. E’ la strada giusta? “E’ un discorso che viene da lontano, non nasce ieri. Con Trump si è avuta un’accelerazione ma parliamo di una dinamica già in atto. Ci sono già vari segnali. Non è un caso per esempio che i tre comandi principali della Nato passeranno presto sotto la guida europea. Se l’Alleanza atlantica, come credo e spero, continuerà a vivere, sarà più europea. E’ una realtà ormai ineludibile, tanto più nel momento in cui gli Stati Uniti si concentrano sull’Indopacifico, sulla competizione con la Cina. Non è un percorso facile ma – conclude Di Paola – gli europei hanno capito che devono aumentare le proprie capacità di difesa. E’ fondamentale”.