Il Fatto e gli avvoltoi. La politica fa festa quando un giornale va male

Quando un'azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa, un meccanismo che invece non funziona per i quotidiani perché il giornalismo non sta simpatico a nessuno. E infine: c’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui

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17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 10:20 AM
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Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, durante la chiusura della campagna del Movimento 5 Stelle per il No al referendum costituzionale sulla giustizia,, Roma, 20 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Carlo Calenda ieri ha pubblicato su X i numeri del bilancio del Fatto Quotidiano con il tono di chi ha appena trovato una pistola fumante. Debiti con fornitori, fisco e banche, redditività in calo, anomalie contabili: Marco Travaglio, secondo lui, dovrebbe delle spiegazioni. Forse. Ma prima di arrivare a Travaglio vale la pena fermarsi su Calenda, e più in generale su un certo clima. In Italia, quando un’azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa. I lavoratori, il tessuto produttivo, la continuità occupazionale: chiunque si precipita a invocare interventi, ammortizzatori, tavoli di crisi. E’ uno dei grandi riflessi condizionati della Repubblica. Funziona per le acciaierie, per le compagnie aeree, per i call center, per i mobilifici. Non funziona per i giornali. Quando un’azienda editoriale entra in difficoltà, ronzano gli avvoltoi. E sono avvoltoi festanti. Il motivo è semplice: il giornalismo sta sulle scatole a tutti. Ai politici che vengono criticati, agli imprenditori, ai lettori che vengono contraddetti nelle loro certezza partigiane. E’ una professione strutturalmente antipatica, e le redazioni in crisi non trovano difensori perché non ne hanno mai trovati nemmeno quando stavano bene. Così, appena i bilanci peggiorano, gli avvoltoi hanno campo libero. E si godono lo spettacolo.
Il Foglio e il Fatto non condividono quasi nulla: né la linea, né il metodo. Negli anni ci siamo detti tutto il male possibile, e probabilmente ce ne diremo ancora. Ma bisogna dirlo lo stesso: se il Fatto è in difficoltà, non è una buona notizia. Per nessuno. I quotidiani sono istituzioni fragili, infrastrutture civili difficili da rimpiazzare. Persino la tv e internet si nutrono ogni giorno delle notizie che i giornali trovano, delle inchieste che i giornali aprono, delle polemiche che i giornali innescano. Senza di loro, l’informazione non si democratizza: si rattrappisce.
Quanto alla questione dei fornitori e delle banche citate da Calenda: se hanno scelto di fare credito al Fatto, hanno fatto le loro valutazioni. Non spetta a un leader politico spiegare loro come gestire i propri rischi, né spettava a lui pubblicare quei numeri con quella soddisfazione. C’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui. Calenda, stavolta, non ha fatto la prima cosa.