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Tomaello, il nuovo commissario in Veneto, è l’ennesimo sgarbo della Lega a Zaia
Già vicesindaco di Brugnaro a Venezia, è un apprezzato esponente di quella new gen del partito cresciuta a pane e Salvini, ma fattasi grande senza imitarne le urla. Ora sarà la voce del presidente Stefani e l’incarico di guidare la campagna verso il 2027
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11 APR 26

Nella foto da sin. il governatore uscente del Veneto, Luca Zaia, il deputato Alberto Stefani, il ministro delle infrastrutture e leader della Lega, Matteo Salvini, seduti in prima fila alla kermesse della Lega a Padova, 15 ottobre 2025 ANSA / ufficio stampa Matteo Salvini ++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE – FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++
Venezia. E’ il futuro (Stefani) che congeda il passato (Zaia). Senza passare per il presente (il congresso) che la Lega attendeva per ristabilire ruoli e confronto interno ai vertici del Veneto. Picche, invece: il nuovo commissario regionale del Carroccio sarà Andrea Tomaello, già vicesindaco di Brugnaro a Venezia e apprezzato esponente di quella new gen del partito cresciuta a pane e Salvini, ma fattasi grande senza imitarne le urla. “Vince la Lega moderata, i toni pacati e la concretezza di Stefani”, aveva detto Tomaello dopo le urne. Ora sarà l’eco del presidente, senza elezione alcuna – è bastato un comunicato, il timbro di Via Bellerio – e l’incarico di guidare la campagna verso il 2027. E il Doge? A parole un monumento, nei fatti però – con la sua squadra amministrativa smantellata pezzo a pezzo – c’è chi gli augura un ruolo da museo. Innocuamente venerabile.
La dialettica silente fra Zaia e Stefani si protrae da mesi. L’uno ha trainato la vittoria dell’altro. Ma anche dopo il passaggio di consegne a Palazzo Balbi, pur nella leale collaborazione, la figura dell’ex governatore più amato d’Italia ha continuato ad aleggiare attorno al nuovo che avanza. Stefani ha 33 anni, sta bruciando le tappe, è talmente apprezzato da Salvini che a un certo punto s’è perso il conto dei ruoli sul groppone: numero uno e segretario in regione, vice federale, deputato a Roma. Quest’ultimo incarico è decaduto per incompatibilità. E perfino Stefani (!) aveva sperato che accadesse lo stesso anche per quello nella Liga. Da statuto però non poteva essere così. Dunque ecco il rebus della successione. Manovra chirurgica: il partito in Veneto fu commissariato da Salvini già nel 2020, con a capo Stefani, poi tre anni dopo s’è tenuto l’unico congresso del decennio, pilotato verso la candidatura quasi unica di Stefani, che una volta governatore ha scelto anche lui un suo fedelissimo. Branduardi non avrebbe saputo scrivere di meglio. Mentre il Carroccio, che soprattutto da queste parti scalpiterebbe per l’esercizio della democrazia interna – spesso ostile a Salvini –, qualcosa di meglio si poteva augurare.
L’altro binario del controllo è stata la progressiva sostituzione dell’era Zaia. Sin dal verdetto del voto: Sonia Brescacin – da sempre vicina al Doge, e seconda soltanto a lui per preferenze nel Trevigiano – privata di un assessorato al Sociale che i numeri davano per logico; Elisa De Berti coperta di tutti gli onori – storica vice di Zaia, ora consigliera speciale – ma messa nelle condizioni politiche di non fare, cioè di non nuocere. Senza contare le mancate riconferme di tanti altri legionari. Il problema è che Zaia si è sempre volutamente tenuto fuori dalle dinamiche di partito. E ora paga quell’inazione: aspetta, resta sibillino sul suo futuro. Ma come si muove, i riflettori lo seguono: a Milano-Cortina, tra social e pubblico, el parón de casa continuava a sembrare lui. Non Stefani. Che pure fa del suo meglio per dare una rapida impronta al suo mandato – a proposito di social: è di questi giorni la proposta di legge per vietarli agli under 14, su impulso del governatore.
Insomma. Zaia va da Meloni? E allora Stefani rilancia col Papa: giovedì i due veneti l’hanno incontrato in Vaticano, insieme a una delegazione di atleti olimpici. Centinaia di persone. Giusto il tempo di una stretta di mano, sette secondi di video Instagram: “Sua santità, la aspettiamo”, dice Stefani. Risposta del Pontefice: “Sì, sì, sì”. Titoli dei quotidiani locali, all’indomani: “Leone XIV in Veneto”. Stay tuned. Come se ci fosse stato un colloquio formale tra le parti, e una delle due a caccia del merito – o del punto, nella sfida a distanza con Zaia. Il quale invece pensa a fare il suo gioco. Negli ultimi tempi si è sentito spesso con la premier, spendendosi in prima persona per il Sì al referendum – dove Stefani al contrario era stato prudente. Ma con Zaia ormai è così: più che Doge, jolly. I big della Lega gli tirano la giacchetta soltanto quando le cose vanno male, c’è un disperato bisogno di voti e dunque della sua immagine per tenere in piedi la baracca. Ma dargli potere decisionale, giammai. Finirà che prima o poi la corda si spezza. E i bene informati dicono infatti che Zaia potrebbe garantire il suo impegno politico anche altrove: fuori dalla Lega, fuori dal Veneto. Nel dubbio, Stefani ha già preparato la linea di successione. Fin troppo.